Quando la Carica termina in Cortocircuito

di Francesca Cagianelli

In merito all’evento che ha ispirato l’infervorata titolazione de “La carica dei seicento” sulle pagine del Tirreno (forse mutuato da qualche probo comunicato propalato dall’entourage amministrativo), varie sono le questioni da puntualizzare.

La missione culturale di un’Amministrazione non deve a nostro avviso mirare all’avvento di disneylandiane “cariche” nei musei, bensì ad una innovativa strategia, non priva di consapevolezza manageriale, in grado di catalizzare flussi di pubblico il più trasversali possibili.

Non sono infatti i musei contenitori indifferenziati, equiparabili ad arene e padiglioni fieristici, anche se qualche strampalata iniziativa accolta di recente nel contesto museale di Villa Mimbelli – si parla rispettivamente del parco e della sede espositiva dei Granai – ha visto alternarsi dinosauri e biciclette d’antan.

E se è pur vero che l’annoso dibattito sull’utilizzo, anche non strettamente museale, delle sedi culturali ed espositive, punta sempre più convintamente verso una dimensione più imprenditoriale, certo non si potrà mai convenire nella trasformazione di tali sedi in padiglioni multiuso.

Convinti che ambiziosi traguardi in fatto di flussi di visitatori, peraltro ampiamente raggiunti in passato a Livorno – e si parla non certo di 600, ma di 60.000 – si possano toccare dignitosamente, senza cioè incorrere in tentazioni fieristiche, ecco che si consiglia di rifuggire dal ricorso a una carica – quella dei seicento – che inevitabilmente conduce al cortocircuito.

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