Quando si inciampa sul contemporaneo

di Dario Matteoni

Da alcuni giorni è in corso presso il Museo della Città a Livorno una istallazione, credo questo sia il termine più appropriato, realizzata da Eva Frapiccini (Recanati 1978), e concessa in prestito dal Museo dell’Informazione e della Fotografia di Senigallia all’istituzione cittadina. Il comunicato stampa diffuso nell’occasione segnala la forte volontà comunicativa e di denuncia civica di quest’opera che utilizza la documentazione fotografica di quotidiane testimonianze delle guerre di mafie.
L’opera approda nel museo di Livorno dopo recenti esposizioni in altre città e inaugura un ciclo di mostre dal titolo “inciampi”.
Non nascondo che questo titolo mi ha suggerito alcune brevi riflessioni. Come è noto il termine “inciampo”, nel nostro caso – cito letteralmente quanto leggiamo nelle news, “sorta di inciampo che ci porta a modificare il nostro percorso di visita alle collezioni” – corrisponde nella sua più corretta accezione – l’iniziativa risale al 1992 – a quelle piccole targhe in ottone collocate di fronte alle case delle vittime del nazismo come memoria di coloro che in quella mostruosa temperie storica furono privati innanzitutto della loro identità.
Anche Livorno possiede un piccolo esempio di “inciampi”: anch’esse piccole targhette in ottone che ricordano le vittime deportate nel febbraio 1944 a bordo di un treno destinato a Auschwitz. E sempre a Livorno si può cogliere l’utilizzo in veste turistica delle pietre d’inciampo nelle targhette che il comune di Livorno ha posto lungo un percorso nelle vie del centro cittadine che dovrebbe condurre il turista alla casa natale di Amedeo Modigliani. In Toscana e in Italia numerose sono le pietre d’inciampo collocate contro il rischio di dimenticare i crimini nazisti.
Questa premessa spinge a due brevi notazioni, peraltro non dissimili. La prima riguarda il rapporto percettivo che con questi inciampi si vorrebbe istaurare tra l’opera d’arte contemporanea e il comune visitatore. In fondo si presuppone una visione distratta, fugace: da qui la necessità di un possibile artificio che solleciti un più alto grado di attenzione e quindi la comprensione dell’osservatore.
Quindi non un possibile dialogo tra opere e/o istallazione ma un ostacolo, un “inciampo” che crei una sorta di stravolgimento percettivo e segnico. Sia detto peraltro a margine, l’inserimento di opere d’arte contemporanea, talvolta site-specific, non è certo nuova anche nei grandi Musei storici. Ricordo un affascinante allestimento di quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto nelle sale del Louvre del 2013: un dialogo gravido, dove la dimensione del tempo, l’inclusione dello spettatore e il riflesso delle opere di alta epoca producevano inediti spostamenti semantici e nuove catene significanti.
E proprio questo “inciampo” non convince: non è la modifica di un possibile percorso di visita alle collezioni ciò che conta. Piuttosto sarebbe stata apprezzabile la capacità di suggerire diverse percezioni delle opere stesse, di instaurare una nuova catena di significati, anziché attestarsi su istallazioni episodiche, per quanto sicuramente artisticamente valide.
Abbiamo detto: “inciampo” significa metafora e processo di conoscenza.

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