A noi curatori la responsabilità del 900

di Francesca Cagianelli

Aggiornare la metodologia scientifica, rileggere la storiografia critica trascorsa, sezionarne luoghi comuni, capovolgere classifiche superate, rettificare coordinate cristallizzate, conferire autorità agli archivi, fondere e amplificare il binomio catalogazione e promozione, queste le scommesse dei curatori scientifici, queste le responsabilità di fronte al 900.
Complicare la traiettoria di una storia dell’arte acclarata, spesso manieristica, restituire autorevolezza e statuto alle miriadi di personalità finora relegate nel mare magnum dei petit-maître, tessere nuove trame di ragionamento storico-critico per ricompattare il mosaico della modernità, questa è la nostra ambizione.
Diffondere e legittimare la causa, solo apparentemente, persa, di una moralità dell’impegno scientifico, al di là dell’esito del “botteghino”.
Proprio sulle problematiche inerenti un inadeguato mercato delle mostre d’arte lasciamo la parola ancora una volta a Tomaso Montanari:

“Non viene assegnata nessuna centralità al metodo operato dai curatori, ai criteri storiografici adottati, agli sforzi interpretativi o attributivi, alla sapienza impiegata per disegnare le scritture espositive. L’impegno profuso per far emergere inedite prospettive nella lettura dell’itinerario di un artista, per ricostruire il tessuto dei rapporti figurativi e per far riaffiorare la rete visiva dentro cui una determinata opera è stata concepita? Sono attività che spesso vengono giudicate poco redditizie, noiose, intellettualistiche. Le esposizioni (purtroppo) non sono più pensate come un medium privilegiato per aiutare a conoscere in maniera approfondita e critica l’itinerario di un artista, né sono l’esito di un lungo e libero processo di ricerca (…). Meglio non scommettere su rassegne coraggiose come quelle dedicate a temi, a problemi, a tendenze o aree geografiche o culturali. Più sicuro imboccare la strada delle personali “chiavi in mano” o degli eventi dove si presentano pochi quadri di qualche artista “importante”, puntando sull’ingenuità del pubblico (…). Infine, meglio evitare anche la fatica delle campagne prestiti di sculture e quadri disseminati nel mondo o presso collezionisti non sempre disposti a prestare opere. Più facile attingere ai fondi di magazzino di raccolte già fatte, che bisogna solo spostare da un Paese a un altro (…). Si inseguono successo di facciata e facili guadagni. Il botteghino è la misura della riuscita o meno di un progetto espositivo. Si organizzano mostre acchiappaturisti-mordi-e-fuggi, realizzate e gestite soprattutto per essere visitate da un pubblico vasto. Pensate per assecondare i gusti di visitatori frettolosi e distratti, inclini a cercare pigramente i “soliti noti”, senza preoccuparsi della qualità di quel che viene presentato; in paziente attesa davanti all’ingresso di temporary exhibitions, condannati a fastidiose e interminabili code, a pellegrinaggi il cui “beneficio intellettuale e spirituale… è pari quasi allo zero”. (…).
Tanti i colpevoli di questa anomalia.
Innanzitutto, coloro che rivestono ruoli di responsabilità pubblica e amministrativa, e che sovente tendono ad assecondare iniziative estemporanee, affidando a società for profit non solo i servizi aggiuntivi (promozione e gestione di biglietteria, di bookshop, di caffè) ma anche le funzioni strettamente scientifiche. Una scelta pilatesca. Di assoluta gravità.
Troppo spesso una fitta rete – formata da editori, cooperative, associazioni, galleristi e mercanti – si trova a svolgere un ruolo di supplenza. Sorretta da evidenti interessi speculativi, questa rete si fa finanche carico di precise responsabilità nelle opzioni critiche (…).
Con la complicità di politici di diverso orientamento, società private – senza competenze storico-artistiche in house – organizzano un po’ ovunque eventi effimeri, occasionali, di modesta qualità; senza nessun rigore, con poca attenzione nei confronti degli aspetti conservativi e museografici. Spesso promuovono mostre interamente importate. Preferiscono non “sprecare” energie finanziarie e intellettuali nel reperimento delle opere. Destinano ingenti risorse soprattutto al merchandising, alle campagne di comunicazione e alla pubblicità, concepita come elisir per insultare i nostri sguardi e confondere i valori. Per asservirvi alle spietate regole del marketing. E “gonfiare” i contenuti di mostre inesistenti”.
Tra i responsabili di questa confusione, anche alcuni storici dell’arte, alcuni critici e alcuni curatori. I quali non di rado ricorrono a comportamenti opachi: complici di iniziative dal dubbio (inesistente?) valore culturale, rinnegano così il senso del loro ruolo e del loro lavoro”.

(T. Montanari 2017)

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