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Interviste al surreale

Presentiamo al pubblico di “Livorno Cruciale” il primo intervento di Alberto Gavazzeni per la nuova rubrica del nostro periodico on line dal titolo “Interviste al surreale”

Ritorno al passato I.
A colloquio con Guglielmo Micheli

Il tentativo è sicuramente difficile: intervistare, a oltre 90 anni dalla sua scomparsa, un artista che ha avuto la fortuna di aver fatto da maestro al “figlio delle stelle”.
Siamo nel 1925 e quell’uomo che sta dipingendo, ad acquarello, due gozzi tirati in secco sulla spiaggia, vicino al Bagno degli Scogli della Regina, mi sembra proprio lui.
Pipa in bocca e basette folte, baffi con punta all’ingiù, un foulard blu intorno al collo di una camicia candida e cappellaccio marrone posto di sghimbescio: il suo pennello vola leggero a dipingere una di quelle marine per cui andrà celebre cent’anni dopo.
E’ l’allievo di Giovanni Fattori, ma anche il maestro di Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Raffaele Gambogi, Benvenuto Benvenuti, Renato Natali e Llewelyn Lloyd e chi ne ha più ne metta visto che buona parte dei macchiaioli livornesi hanno iniziato sotto la sua supervisione.
Si, è sicuramente Guglielmo Micheli.
Avendo nella mia piccola collezione un acquarello con dipinti due gozzi da arrisico, uno dei quali porta il numero 170, e avendo per trent’anni scritto di pittura e di gare remiere, era logico tentare di capire, al di là della inequivocabile firma, chi fosse l’autore e se quello che stava eseguendo era lo stesso dipinto appeso alle pareti di casa mia.
Maestro mi scusi se la distolgo per qualche minuto dal suo lavoro. Vorrei che lei mi raccontasse la sua storia. Ad esempio, come le è venuta la passione per la pittura?
Micheli in un primo momento sembra storcere il naso perché lo ho disturbato, ma poi accetta di parlare.
“Mio padre Leopoldo era tipografo e litografo, mia madre (Isola Giusti) era di buona famiglia e si dilettava a dipingere; ho preso da lei e, vista la mia propensione e passione per il disegno, i miei genitori mi mandarono a imparare l’Abc dal pittore Natale Betti. Come compagno avevo Plinio Nomellini, che era mio coetaneo e che poi ho ritrovato alla scuola di Giovanni Fattori, a Firenze”.
Ma chi era Natale Betti?
“Un livornese andato come volontario a combattere gli austriaci a Curtatone e che, tornato a casa, si era messo a dipingere soprattutto scene di battaglia. Le stesse che amava anche il Fattori. Quando siamo andati alla sua scuola di disegno figurativo avevamo circa quindici anni. Poi dal 1883 al 1887 sono stato allievo della scuola Michoniana di ornato e di architettura di Livorno”.
A quel punto è cambiato tutto!
“Avevo vent’anni quando mi venne assegnata una borsa di studio di 600 lire l’anno dalla Fondazione dell’imprenditore Michelangelo Bastogi. Era una bella cifra per un ragazzo e così, grazie anche ai miei genitori, ho potuto andare a Firenze, iscrivermi all’Accademia di Belle Arti e frequentare la classe di pittura presso la Scuola Libera di nudo”.
Il suo maestro?
“Era il grande Giovanni Fattori, il pittore forse più importante dell’Ottocento italiano.
Non mi vergogno a dirlo, anzi me ne vanto, diventai il suo allievo preferito. Fu lui a farmi entrare nella scia dei Macchiaioli”.
Scrive il famoso critico Enrico Somaré: “Il Micheli, a Firenze studiava con assiduità, con fervore, preso da un’idea dell’arte e da un senso della vita profondamente seri». Furono queste qualità, unitamente al buon carattere, a renderlo particolarmente caro a Giovanni Fattori”.
Dalla corrispondenza intercorsa fra i due tra il 1890 e il 1908, anno della morte di Fattori, traspaiono la predilezione e il favore particolare del maestro per il giovane allievo, elementi che, con il passare del tempo, trasformarono il rapporto in una profonda e sentita amicizia.
Chi erano i suoi compagni di corso?
“Fra quelli di Firenze ricordo Plinio Nomellini, Mario Puccini, Francesco Fanelli, Ferruccio Pagni e Giuseppe Pellizza da Volpedo”.
Quest’ultimo, il 30 dicembre del 1896, descriverà il Micheli come incorruttibile da «diverse tendenze artistiche, poiché ha basi solide nelle qualità del cuore» (Luigi Servolini, 1929).
Ma per lei questo è stato un periodo intenso visto che a soli ventidue anni, nel 1888, ha sposato Guglielmina Paganucci, nipote dello scultore livornese Giovanni?
“In realtà potrei quasi chiamarla una fuga d’amore perché la famiglia di Guglielmina non voleva saperne di un moroso dall’incerta condizione economica”.
Risale al 1889 il primo ritratto della moglie a mezzo busto, di tre quarti, mentre si volta e fissa lo spettatore con grandi occhi tristi in un volto lungo dalla bocca serrata. Si tratta di uno studio per il ritratto a figura intera realizzato l’anno dopo. Entrambe le opere, così come i “Cacciatori in Tombolo” (Livorno, Museo Civico Fattori) del 1889 o “Estate ai bagni Pancaldi” (Galleria d’arte Athena) e “Campagna toscana” (collezione privata) del 1890, sono meditazioni sugli insegnamenti fattoriani dai quali il Micheli non riusciva ancora a prendere le distanze.
In realtà, dopo la nascita di suo figlio Alberto e poi di Gina Maria, lei è tornato a Livorno nel 1894 dopo aver ottenuto il posto di insegnante di disegno nelle scuole tecniche e normali. Per integrare lo stipendio, viste le responsabilità familiari, nel suo studio, posto nella serra in fondo al giardino della sua casa tra Borgo San Jacopo e Borgo Cappuccini, ha accolto fino al 1906 molti allievi della generazione post-macchiaiola.
“Allievi come Amedeo Modigliani, Gino Romiti e Oscar Ghiglia, ma anche Manlio Martinelli, Raffaello Gambogi, Antonio Antony de Witt, Benvenuto Benvenuti, Adriano Baracchini-Caputi, Eugenio Caprini, Renato Natali e Llewelyn Lloyd”.
È grazie ai ricordi di Lloyd, che nel 1899 lo ritrasse nel suo studio, che conosciamo il metodo di Guglielmo Micheli. Uscendo la mattina per andare a lavorare lasciava gli allievi soli, con il modello in posa e la raccomandazione di dedicarsi «quando si disegnava, alla “forma” e soprattutto ai volumi e agli spazi; quando si dipingeva ai toni, ai rapporti». Quando tornava, la sera, faceva i suoi commenti senza mai intervenire direttamente sulle opere.
Com’erano questi suoi allievi?
“Dedo era già malato, aveva un carattere malinconico, ma ribelle, testardo e indipendente. Non sopportava più che tanto le critiche e un modo di dipingere che riteneva sorpassato. Alla fine preferì andare a fare la fame a Parigi e diventare il “figlio delle stelle”. Romiti, grande amico di Dedo, aveva la predilezione per i pini e le tamerici di Ardenza, ma di base era un pittore “campagnolo”. Il suo contrario era Antony de Witt, il più raffinato e colto del gruppo che dipingeva per se stesso. Ghiglia tendeva a isolarsi mentre Llewelyn Lloyd stilisticamente era un conservatore anche se poi si lasciò influenzare dal divisionismo di Plinio Nomellini”.
Sono questi gli anni in cui Micheli realizzò dipinti quali “Porto di Livorno” (1895, Livorno, Museo civico Fattori) in cui la sintesi di sentimento, disegno e forma lo consacra come pittore di marine. Capace di cogliere i toni delle «miriadi di superfici concave e convesse che storcono, spezzano, aggrovigliano l’immagine riflessa» (Lloyd, 1951), Micheli ne riprese il tema nel poco più tardo “Nel porto di Livorno” in cui, alla cura del dettaglio dei velieri di poppa, aggiunse con un tratto più libero come la nota intima del gruppo familiare sulla barca a remi in primo piano. Sarà grazie a questi dipinti e al più tardo “Veliero della ruota in darsena” che Fattori dirà «io ho insegnato a Micheli a far cavalli; ma Memo ha insegnato a me a far marine».
Ma poi, visti gli impegni di famiglia, ha iniziato a girare l’Italia come professore di disegno?
“Fu proprio il mio amico Giovanni che mi raccomandò pubblicamente come insegnante di pittura, ma al momento non ebbe effetto perché rimasi all’Istituto Tecnico di Livorno fino al 1906. Intanto, fra il 1901 e il 1903 esposi alla Promotrice Fiorentina e nel 1904 mi chiesero di far parte della giuria all’esposizione di Londra e della Commissione per l’assegnazione della borsa di studio della Fondazione Banti”.
Al 1906 risale la partecipazione all’Esposizione nazionale a Milano cui seguì, tra le altre, quella alla mostra Donatelliana nel 1909 nella quale fu premiato con medaglia d’oro per un dipinto con una marina, e per un disegno.
Quale fu la sua prima destinazione?
“Nel 1906 mi assegnarono la cattedra alla scuola tecnica di Acqui, ed ebbe così inizio un lungo periodo di trasferimenti in tutta Italia”.
Il soggiorno ad Acqui fu segnato dalla prematura morte del figlio sedicenne Alberto avvenuta nel gennaio del 1907 per polmonite. L’episodio colpì duramente il pittore che trovò la forza di superarlo solo grazie agli affetti e all’impegno assiduo nel lavoro.
Poi un lungo girovagare?
“Sì. Mi hanno trasferito in Sardegna, a Iglesias, Cortona, Sassari, poi a Caltanissetta, Bari, Pisa, Siracusa e, al termine della carriera, ad Arezzo. Qui, al liceo scientifico Redi ho avuto fra gli allievi Amintore Fanfani che nel 1966, a Livorno, inaugurerà a Villa Fabbricotti il mio busto per il centenario della nascita”.
L’interesse e la passione per l’insegnamento lo portarono a pubblicare cartelle di disegni a serie per uso scolastico sui temi dell’ornato, del chiaroscuro, della figura, editi a Livorno, per i tipi di Meucci, e dalla scuola labronica di arti e mestieri. Tra il 1910 e il 1920 si datano opere come “Carro rosso”, in cui l’accentuato frontalismo è risolto con maestria in un verticalismo prospettico sostenuto da campiture di colore costruttive e sintetiche, e “Coppia di buoi bianchi” (entrambe al Museo Fattori) probabile pendant del dipinto precedente, in cui la trama pittorica a larghe pennellate spezzate, ravvisabile anche in “Bambine sulla spiaggia”, nello stesso museo, lo avvicina alle ricerche che in quegli anni portavano avanti gli allievi Ghiglia e Lloyd.
Di quand’è il suo autoritratto in cui si è raffigurato in una smorfia scherzosa, con la pipa in bocca, il cappello di tre quarti?
“Non ricordo esattamente: del 1921 o del 1922. Mi sono divertito ad auto- dipingermi quando ero ancora ad Arezzo”.
Appassionato acquerellista, il Micheli si dedicò anche all’incisione, tra i cui esemplari si ricordano le acqueforti “Livorno: canale del Calabrone”, “Alberi secchi”, “Veliero nel porto labronico”, “ Canale con barca”, “Stradina”, “Campagna livornese” e all’illustrazione di libri per la casa editrice Belforte di Livorno, per cui realizzò, tra l’altro, le tavole per Gambalesta di Luigi Capuana, Pierino e le sue bestie di Levi, e per la quale illustrò i libri della collezione «Elena». Collaborò inoltre con l’editore musicale livornese Ferrigni e Cremonini e realizzò serie di cartoline, calendari, manifesti e diplomi.
Ma non è più tornato a Livorno?
“Sono rimasto ad Arezzo fino al 1925, l’anno in cui morì la mia adorata Guglielmina, poi sono rientrato a Livorno e sono venuto a stare con mia figlia. Come vedi le due barche da arrisico che hai nella tua collezione le sto dipingendo ora. Con questo acquarello voglio ricordare un mestiere marinaro che è ormai sparito. Restano solo questi gozzi abbandonati sulla spiaggia”.
Guglielmo Micheli morirà il 7 settembre 1926.

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LA TEMPESTA PERFETTA di PIERO GILARDI

“La tempesta perfetta”, che da il nome a una singolare, ma soprattutto intrigante mostra organizzata dalla Galleria Giraldi in questo freddo inizio di primavera, altro non è che una “macchina infernale” che cerca di coinvolgere tutti i tuoi sensi.
Un’installazione che, oltre a mettere alla prova il tuo equilibrio interiore ed esteriore, ti stimola a capire perché dobbiamo smetterla di sfidare la natura cercando di distruggerla, e ti invita ad attivarti per vivere secondo le sue regole.
Un’installazione che non va descritta per lasciare campo all’appassionato d’arte di comprenderne i significati molteplici e variegati provandola personalmente.
“Fin dai primi anni di attività Piero Gilardi – scrive Gaia Bindi nella sua prefazione al bel volume La tempesta perfetta edito da Prearo di Milano con la collaborazione della Galleria Giraldi – ha compreso il ruolo che può avere l’arte nel sensibilizzare la società sul problema della salvaguardia dell’ambiente”.
E l’ambiente è il fil-rouge che, dagli anni Sessanta, porta fino a oggi attraverso i tappeti-natura (oggi prudentemente appesi alle pareti come d’altronde aveva fatto Lucio Fontana nella sua casa di Comabbio-cittadina in provincia Varese), le bellissime spiagge di sassi, legni e conchiglie, il mare e i gabbiani, le composizioni floreali od ortive, il tutto rigorosamente in poliuretano espanso o, meglio, in gommapiuma.
A queste vanno aggiunte le opere politiche: in mostra una maschera-caricatura di Gianni Agnelli che veniva realmente indossata durante le manifestazioni davanti alla Fiat, il fantasma nero dal titolo “Pollution” e il vampiro “Austerity”.
Analizzando le opere al di là del puro aspetto visivo di Gilardi (sono spesso sgargianti e accattivanti, belle o perlomeno curiose soprattutto considerando il materiale di cui sono fatte – gommapiuma e colori sintetici) ti viene da pensare che nel nostro futuro l’unico possibile ricordo di ciò che era la natura ai tempi della nostra infanzia sarà quello che potranno regalarci questi fac-simile di spiagge, di onde sorvolate dai gabbiani, di campi di mele e cipolle, di coltivazioni di frutti ormai non più tanto tropicali.
Spiagge dove le conchiglie vanno lentamente a sfarsi fra i sassi o i resti di un mattone. A montare la guardia un gabbiano morto messo lì per una fittizia eternità (Stop Pollution -2015).
Insomma un mondo finto ma che, secondo Gilardi, si può ancora evitare prima che la trasformazione sia irreversibile.
Personalmente, al di là delle spiagge (da guardarsi e da ammirare una delle sue opere più vecchie che è stata esposta anche alla Bocconi) sono rimasto attratto da “Granoturco” (1967) e da “Spiaggetta vulcanica” (2015). Opere “piccole” come dimensioni, ma sicuramente rappresentative dell’arte di Piero Gilardi.
Splendida infine, per l’accuratezza del segno e la capacità dei colori che si fanno da contraltare l’un con l’altro, la ventina di disegni, tutti dedicati alla natura, che accompagnano la mostra.

Alberto Gavazzeni
La mostra di Pietro Gilardi, intitolata “La tempesta perfetta”, inauguratasi il 17 febbraio alla Galleria Giraldi in piazza della Repubblica 59, proseguirà ufficialmente sino al 15 aprile (ma è probabile una prosecuzione fino a metà maggio). Orario 10/13 e 17/20 solo nei giorni feriali. Sono esposte una quarantina di opere di “impegno ecologico e politico” che vanno dal filone dell’arte povera degli anni ‘65-’67 ad oggi.
Piero Gilardi è nato a Torino nel 1942. A 21 anni tiene la sua prima personale “Macchine per il futuro”. Due anni più tardi realizza le prime opere in poliuretano espanso, i “tappeti-natura” che espone a Parigi, Bruxelles, Colonia, Amburgo, Amsterdam e New York. Dal 1968 al 1981 si ferma per partecipare all’elaborazione di nuove tendenze artistiche: arte pover, land art, antiform art. Come militante politico porta avanti esperienze nelle periferie urbane, in Nicaragua e nelle riserve indiane degli Usa. Poi riparte dedicandosi a installazioni accompagnate da workshop creativi con il pubblico.
Nel corso degli anni ’90 e 2000 sviluppa una serie di installazioni interattive e multimediali. Dopo aver pubblica tre libri di riflessione teorica sulle sue varie ricerche ha promosso il progetto di un grande Parco Arte Vivente dove si compendiano tutte le sue esperienze relative a natura/cultura aperto nel 2008 a Torino come “Museo interattivo della natura”.

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Intanto una recensione di Alberto Gavazzeni alla mostra di Michael Goldberg
Galleria Peccolo
fino al 25 marzo 2018

“Credo che Jackson Pollock sia l’artista più importante che abbiamo prodotto fino ad ora nel nostro paese, ma era anche una strada chiusa. Non si poteva proseguire oltre in quella direzione. Quello che faccio oggi è in relazione a quello che facevo negli anni ’50, ma realizzato in modo diverso. Non penso a me stesso in termini di gestualità. Non mi aspetto di ricavare un senso dalla forza o dalla direzione della pennellata. Credo che uno dei grandi errori dell’Espressionismo Astratto sia stata l’idea di poter scoprire qualcosa su cui poter dipingere. Il grande problema nella pittura di oggi non è sul come farla, ma sul che cosa è”.
Quello di Michael Goldberg è stato un amore-odio verso l’Espressionismo Astratto, la casella artistica in cui i critici e gli storici dell’arte, forse in maniera non del tutto esatta, lo hanno collocato.
E’ vero che nel 1941, per poi proseguire nel 1948 a guerra finita, frequentò la scuola del pittore astratto Hans Hoffmann e poi ebbe come amici artisti come Willem de Kooning, Rothko, Barnett Newman e Milton Resnick e i clienti del Cedar Bar di New York, ma è anche vero che era lui stesso a sostenere che l’etichetta di “Espressionismo Astratto” non gli piaceva in quanto raggruppava artisti molto diversi fra loro (da William Baziotes a William Congdon, da Philip Guston a Lee Krasner, da Reinhardt a Rothko. In Italia Ferruccio Bortoluzzi e Adolfo Saporetti).
Una corrente artistica, quella definita anche come Action Painting, che pone l’accento sull’atto creativo come gesto concreto, esperimento e azione in cui proiettare sé stessi. Il risultato è una pittura caratterizzata da violenza gestuale e cromatica che oppone alle regole della società del benessere il comportamento, non controllabile, dell’artista, rivelando anche la forte ascendenza dell’automatismo surrealista. Una corrente che, all’epoca, spostò da Parigi a New York la capitale artistica.
“In realtà l’etichetta di “Espressionista Astratto” di seconda generazione non mi piace – scriveva Goldberg – perché se è stata in un certo senso una benedizione, al tempo stesso è stata anche una maledizione. Da un punto di vista critico posso dire che allora vi era l’esigenza di inventare degli “ismi” per inscatolare le persone in categorie definibili. La prima generazione aveva riscosso un tale successo che per gli artisti più giovani non restava che l’etichetta peggiorativa”.
In effetti le opere astratte di Goldberg – anche se lui sosteneva di non apprezzare la natura e di essere sorpreso della sua decisione di trascorrere cinque mesi dell’anno sepolto fra le colline senesi – hanno come sottofondo anche l’intima essenza di quel paesaggio toscano che aveva imparato ad amare visto che a partire dal 1980 trascorreva metà dell’anno a dipingere prima a Sermugnano, nel viterbese (Codex Sermugnano) e poi a Spannocchia.
“Dipingeva – ci ha raccontato Roberto Peccolo – e poi lasciava a me i suoi quadri perché i colori asciugassero. Poi si trasferiva a New York per sei mesi perché aveva bisogno di rientrare nel suo mondo e perché era un insegnante apprezzato della School of Visual Arts di New York. Quando tornava da New York allestivo le sue mostre a Livorno, ma anche a Udine, Milano, Chiavari”.
Ma la filosofia alla base delle sue tele riguarda anche questioni di natura quasi religiosa: la salvezza, paradiso e inferno, ordine e caos, peccato e redenzione. Una filosofia mutuata anche dal suo amore per Tiziano, Giotto, Piero Della Francesca.
“Sono una droga di mia scelta e farne esperienza in loco è infinitamente eccitante. L’ormai lunga storia dell’arte visuale occidentale è incredibilmente rassicurante; la pittura non è morta, più che altro sta prendendo una boccata d’aria”.
A dieci anni dalla sua scomparsa Roberto Peccolo ha deciso di dedicare a un suo amico, l’artista americano Michael Goldberg (New York 24 dicembre 1924 – 30 dicembre 2007) una retrospettiva, esponendo lavori che vanno dal 1960 al 2005, di proprietà del gallerista e di alcuni privati. La prima esposizione delle carte della serie “Codex” avvenne nel settembre del 1979. Da osservare attentamente le carte realizzate negli anni Duemila e il dipinto del 1996 Zenobia, regina di Palmira per la forza che riescono a esprimere.
L’esposizione, che durerà fino al 25 marzo, è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese edito dalle Edizioni Peccolo, contenente le immagini esposte con lo statement scritto da Michael Goldberg nel 1997 come introduzione, una prefazione della giovane critica Elena Forin e l’articolo di Lucio Pozzi.
Il catalogo riporta inoltre una testimonianza della scultrice Lynn Umlauf, la vedova dell’artista, e scritti di alcuni degli amici di Goldberg come Roberto Ferdani, Elisabetta Longari, Carmengloria Morales, Federico Sardella e Roberto Peccolo.

Alberto Gavazzeni

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