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Tra cultura accademica e rituali da intrattenimento corre L’INNOVAZIONE

di Francesca Cagianelli

Tra la vetusta cultura accademica che progressivamente ha determinato lo spopolamento di certi musei italiani e quella ritualità da intrattenimento cui spesso si ricorre nell’ambito della programmazione museale dei nostri territori, per intrappolare il pubblico ipoteticamente sprovveduto, corre davvero un abisso.
Devastante ingenuità quella di concepire quale antidoto all’imperversare dell’accademismo, concertini e balletti sicuramente piacevoli e pregevoli, ma difficilmente qualificabili quali valore aggiunto rispetto a una ben identificabile e autorevole mission museale.
E una mission autorevole non potrà e non dovrà mai rinunciare alla scommessa dell’innovazione, che non coincide certamente con l’esclusiva calendarizzazione di performances e installazioni, auspicabili quest’ultime solo collateralmente a una serrata ed autonoma strategia museale.
La deriva di una programmazione saturata da appuntamenti consimili rischierebbe di livellare le strutture museali pubbliche alla stregua di tante pur apprezzabili atelier e gallerie d’arte.
La nostra ambizione resta invece quella di colmare la distanza tra centro e periferia, nella consapevolezza che le nuove possibilità tecnologiche ci supporteranno nell’impresa, forse coraggiosa, ma certo possibile, di costruire a breve orizzonti di pari opportunità per tutte quelle realtà museali, che pur da una postazione decentrata, riescano a conquistare una visibilità nazionale.

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Quel solco tra storia e leggenda…

Da oltre 13 anni radicati e attivissimi sul territorio livornese, primi ed unici ad aver firmato la storicizzazione del Caffè Bardi, primi ed unici ad aver finalmente monografato tanti livornesi sfuggiti alle maglie della verità, siamo orgogliosi di pubblicare questa terza intervista “impossibile” curata da Alberto Gavazzeni, certi di offrire un’occasione unica per il nostro pubblico di soppesare quel solco fatale tra storia e leggenda che da sempre rende la storia dell’arte livornese sgusciante e avvincente come i polpi della Cacciucchesca razzagutiana….

INTERVISTA SEMI SERIA E QUASI FANTASTICA A GASTONE RAZZAGUTA
Pittore, critico, scrittore, “mediocre che ama la mediocrità”.
Livorno, 19 marzo 1890 – Livorno, 9 dicembre 1950

di Alberto Gavazzeni

I POST MACCHIAIOLI
di Beppe Leonardini
Fra ‘post, poi, ciàbbiamo Zannacchini,
Manaresi, Natali, Michelozzi,
per fa’ le cari’ature c’è Landozzi
e per fa’ la ‘ampagna, r’Nomellini

Poi c’è March, c’è Bois, c’è Salvini
E quei geniali, prestigiosi abbozzi
(che lì per lì sembravan tanto rozzi)
‘he facevan Tosenga (Razzaguta) e Servolini…

Per trovare Gastone Razzaguta fuori dalla sua casa di via Pietro Paoli, dove ormai da tanti anni accudisce alla vecchia madre e a un’anziana zia, esistono due possibilità: andare a scovarlo nel suo ufficio alla Stazione di San Marco, dove è capo-contabile delle Ferrovie, o recarsi al Caffè Bardi, in piazza Cavour, con la speranza di trovarlo con qualcuno dei suoi amici pittori a cui ha fatto da mentore e spirito-guida per tanti anni.
Perché Gastone Razzaguta, che coltiva, da autodidatta, un sicuro temperamento artistico indirizzato verso la figurazione e, più tardi, verso la letteratura, è amico e fan-sostenitore dei pittori labronici.

***
Non ci si può sbagliare: quel dandy che mi sta venendo incontro in piazza Cavour, giacca nera e pantaloni grigio ferro, camicia bianca con il collo alto alla francese, mocassini neri, cravatta in tinta con l’abito, guanti di pecari e il suo eterno “Borsalino”(quello da città, grigio con larga fascia bianca) è proprio “Guta” o “Tosenga”, come lo ha soprannominato Beppe Leonardini per via di alcuni racconti autobiografici raccolti in “Cacciucchesca”, l’ultima fatica letteraria di un uomo davvero poliedrico, ma con l’animo sempre macerato da una vena di tristezza.

L’UOMO
Nato il 19 marzo 1890 e morto il 9 dicembre 1950 per le conseguenze di un’epatite, Gastone Razzaguta era capo gestione delle Ferrovie dello Stato. Scrittore, pittore, critico d’arte, abitava con due anziane parenti. Durante la seconda guerra mondiale decise di non sfollare dalla sua casa di via Paoli, malgrado i massicci bombardamenti aerei degli americani.

Come mai?
“Io non avevo dichiarato guerra a nessuno. E nessuno mi aveva dichiarato guerra”.

IL PITTORE
Dotato di sagace capacità di analisi psicologica, Razzaguta esprime nel disegno caricaturale l’intimo carattere delle persone più che riproporne la somiglianza esteriore. Tutta la sua produzione figurativa e pittorica, e poi ancor più quella letteraria, è permeata di un grande sentimento di nostalgia e di amore per la sua città, rivelandosi in ciò straordinario e fascinoso interprete del vario carattere livornese, soprattutto di quel popolare e pittoresco umore che connotava allora Livorno, che fu indubbiamente la più grande passione di Razzaguta, da lui vissuta considerandosi al di fuori del proprio tempo. Di questa straordinaria capacità di evocazione salmastra e picaresca sono testimonianza la sua produzione pittorica, invero limitatissima (forse meno di trenta opere) e la più copiosa produzione grafica, contrassegnata da un limpido tratto essenziale, mentre nelle opere pittoriche il colore è senza chiaroscuro, tenuto sotto una velatura e «adoperato come un pretesto».

Di lei si conoscono solo poche opere. Perché?
“Quelli che amavo erano soggetti, a parte le caricature, troppo legati alla mia vena pessimistica. Oltre a tutto non mi sembravano un granché malgrado la critica mi fosse favorevole. Così ho preferito valorizzare le opere di altri frequentatori del Caffè Bardi perché li ritenevo più in gamba di me”.

Quando ha iniziato a esporre?
“Ho fatto la prima mostra a Treviso nel 1912. Oggetto della mia pittura è la rappresentazione del dramma quotidiano del vivere, in una visione grottesca e laida. Sono sempre stato attratto dalle figure dolenti e reiette, avanzi di un’umanità derelitta, avvilita dalla miseria, abbrutita dal vizio, facile alla violenza. Ecco perché ho disegnato spesso e volentieri i lavoratori del porto, i risi’atori, gli zavorranti, i facchini, i navicellai. Ho scelto il reale e ho fissato sulla carta o sulla tela le loro facce sconvolte dall’odio, le loro risse che spesso finivano con l’accoltellato o il morto”.

IL CAFFE’ BARDI
Sempre molto critico con sé stesso (“Io sono un mediocre che odia la mediocrità”) si avvicina timidamente al Caffè Bardi, ma poi ne diventa ben presto una delle figure più vivaci, attivissimo promotore di iniziative espositive, sostenitore di polemiche giornalistiche, spendendosi generosamente e sempre benevolo con l’arte degli amici.

Mi può raccontare di un luogo ormai passato alla storia?
“Chi entrava nel Caffè in una qualunque serata d’inverno guardando a sinistra e girando prudentemente al largo poteva sedersi e chiedere: “Chi è quel grassetto con i capelli lunghi, il pizzo e i baffi neri come gli occhi e che parla con tanta facondia? E’ il pittore Gino Romiti. E quello con il viso scavato, gli occhi a palla sgusciati, il labbro inferiore sporgente, i capelli grigi, e che pende un po’ da una parte? E’ il pittore Renato Natali. E quel secco tutt’occhi felini e orecchi, con il berretto alla marsigliese? E’ Benvenuto Benvenuti. E l’altro, con le mascelle quadre, le bozze frontali prominenti, i sopraccigli a accento circonflesso e i capelli segosi? E’ il pittore Corrado Michelozzi. E quello allampanato con la testa tonda, baffi e pizzo radi, lungo naso acceso con le spalle ad attaccapanni? E’ il pittore Mario Puccini. E l’altro, pure lungo e secco con gli occhi neri e la boccuccia? E’ lo scultore Umberto Fioravanti. E ancora Manlio Martinelli con il viso tondo e glabro. Quello magro con i muscoli da scaricatore e il vocione è il pittore Ettore Castaldi. E il tipo elegante e inappuntabile con le ghette, canna con pomolo d’avorio, cravattone-cammeo è il letterato Mario Tinti. Poi i pittori Giulio Ghelarducci e Gino Schendi, i poeti Gustavo Pierotti della Sanguigna e Gualberto Catani, il dottor Guido Vivarelli, redattore capo del giornale degli artisti, il poeta Giosuè Borsi, il fotografo Bruno Miniati, l’architetto Mario Pieri-Nerli. Infine quella bella testa beethoveniana con folti e candidi capelli: appartiene al maestro Edoardo Aromatari, un concertista celebre e decaduto a suonare nei cinematografi”.

Ma che ci facevate in un gruppo così folto?
“Lì si riuniva tutta la Livorno artistica e si discuteva di mostre, colori, scultura, musica, cinema”.

Anche lei ha contribuito a “decorare” il Caffè Bardi?
“Per la saletta interna ho realizzato nel 1914 il pannello “L’offerta del caffè” che si è aggiunto a quelli di Puccini, Romiti, Olinto Ghilardi, Natali, Corrado Michelozzi, Umberto Fioravanti, Benvenuto Benvenuti e Giulio Ghelarducci”.

IL GRUPPO LABRONICO
La morte del pittore Mario Puccini, il 18 giugno 1920, all’Ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, suscitò profonda emozione nel gruppo dei più giovani colleghi che avevano animato con lui gli anni del Caffè Bardi. Il desiderio di onorarne la memoria e di farlo seppellire nel Famedio di Montenero provoca una polemica scissione nella Federazione Artistica Livornese e spinge i “pucciniani” a costituire il Cenacolo “Mario Puccini” e poi il “Gruppo Labronico”.

Come è nato il Gruppo Labronico?
“Sono stato uno dei soci fondatori. Ci siamo riuniti il 15 luglio 1920 nello studio di Gino Romiti: erano presenti oltre a me e a Gino, Adriano Baracchini-Caputi, Tito Cavagnaro, Gino Cipriani, Goffredo Cognetti, Beppe Guzzi, Giovanni March, Corrado Michelozzi, Renato Natali, Renuccio Renucci, Carlo Romanelli, Ferruccio Rontini, Cesare Tarrini, Alberto Zampieri e Giovanni Zannacchini”.

Le fonti dicono che fu proprio lei a suggerire la nascita del Gruppo Labronico?
“Sì, è vero. Sono stato io a proporre il nome che venne subito accettato. Poi, per acclamazione, eleggemmo come segretario Adriano Caputi che, a quanto mi risulta, hanno finalmente riscoperto visto che nel tuo 2019 gli hanno allestito una mostra a Collesalvetti. Nel 1921 gli subentrai nel ruolo di segretario e mi sono sorbito questa carica per 30 anni”.

IL “NIENTE DA DAZIO”
Lei per tre anni ha collaborato al settimanale satirico “Niente da Dazio” che, dal 1909 al 1913, rappresentò la vocazione alla mondanità della branca del Caffè Bardi. Come mai firmava le sue caricature come “Miss Polpetto” e perchè ha smesso prima della chiusura definitiva del settimanale?
“In realtà avrei voluto firmarle come “Miss Polpetta… ma poi… Il Polpo è un animale curioso e, al femminile, ancora di più. Miss Polpetto è stata una scelta dettata anche dalla varietà delle vignette che ero chiamato a disegnare. Poi Guido Vivarelli, il redattore capo, mi convinse a non firmarle più perché avevano avuto dei grossi problemi con la Scuola di scherma e con certi politici. Come vede ogni epoca ha i suoi permalosi. La richiesta mi convinse comunque ad abbandonare un settore che mi divertiva; ho voluto evitare di danneggiare la pubblicazione. Ricordo che la mia ultima vignetta, quella sugli schermidori, non l’ho nemmeno firmata”.
Da un “Niente da Dazio” del 1913: “Un pupazzetto non è un a “fondo” – scrive Vivarelli – ma presentando il maestro Arturo Gereschi, il signor Fernando Cavallini e il signor Mario Senese-Santoponte, è necessario procedere con una certa cautela, giacché con schermidori di tal fatta è bene… stare in guardia. Così se miss Polpetto ha pupazzettato i tre valenti schermidori lo ha fatto oltre che con la punta del lapis anche con la punta…. d’arresto per non trovarsi in qualche guaio. Noi useremo le stesse precauzioni nel parlare di una festa all’Accademia di Scherma che, indetta per festeggiare le recenti brillanti vittorie di Cavallini a Roma e di Senese e Santopadre a Vienna, si svolse lunedì sera nella splendida sede del Circolo che il maestro Gereschi dirige. Vasto ed elegante il pubblico intervenuto. Animati gli assalti: in ultimo gli invitati si fecero un dovere a dare l’assalto a un eccellente buffet e specialmente alla squisita gelateria preparata dal signor Gino Lunardi. I gelati avrebbero dovuto dire “toccato”, se non lo fecero non è proprio colpa degli invitati”.

Ma ha continuato a dipingere?
“Chiusa l’esperienza al “Niente da Dazio” nel 1913 esposi a Napoli “La rissa” e l’anno dopo a Roma all’Esposizione Nazionale di BB. AA ho presentato tre disegni acquerellati (“Trittico dei violenti”, “Bòtte” e “Dopo la rissa”) che suscitarono grande interesse e che ottennero l’attenzione di critici importanti. Nel 1922 ho esposto a “La Fiorentina Primaverile”; nel 1924 alla XIV Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia l’opera “Malinconia” con Lorenzo Viani, Aldo Carpi, Giorgio De Chirico e Libero Andreotti”.

LA CASA DELL’ARTE
Lei è stato il propugnatore della nascita della Casa dell’Arte?
“In questa nostra Livorno gli artisti non dispongono di luoghi di ritrovo, a parte qualche cantuccio affumicato nei caffè dove per il chiasso di ben altre discussioni troppo affaristiche, sono impossibilitati a comunicarsi le proprie idee e i propri sogni d’arte. Serviva una casa dove riunirsi in un’atmosfera stimolante. Spinto dal desiderio di tanti pubblicai sul “Telegrafo” del 14 aprile 1919 un appello a tutti gli artisti livornesi per la costruzione di una Casa dell’Arte. Appoggiato dal direttore stesso del giornale iniziò un movimento che presto raccolse gli artisti al completo e le più influenti autorità cittadine. L’ing. Alberto Barone, capo del Genio Civile, preparò un progetto per la trasformazione del Cisternino, inutile esempio di buona architettura del Poccianti. Il Comune lo avrebbe ceduto agli artisti per il loro ritrovo e per le mostre d’arte”.

Come mai tutto naufragò?
Soldi ce ne volevano tanti, ma la cosa non destava eccessive preoccupazioni perché erano tante le persone interessate alla realizzazione. Il Podestà di Livorno, l’avv. Aleardo Campana, aveva preso nelle sue mani il timone delle operazioni e tutto sembrava ormai deciso tanto che io mi sentivo perseguitato dalla riconoscenza degli artisti. Ma poi, per uno di quei fenomeni illogici, a poco a poco la cosa si raffreddò, andò per le lunghe e, malgrado tutti i tentativi, restò progetto”.

RENATO NATALI
Lei era molto amico del Natali che la invitò più volte a raggiungerlo a Parigi.
“Quando lo conobbi il Natali lavorava poco o nulla e trovava un sacco di scuse per giustificarsi. Una volta era il tempo troppo bello e la volta dopo quello troppo brutto; oppure faceva troppo caldo o troppo freddo. Per rifinire un bozzettino non gli bastavano due mesi. Allora produceva dei disegni colorati all’acquarello o verniciati; oppure delle piccole cose a olio nelle quali illustrava la vecchia Livorno coi fanali a gas, le carrozzelle o angoli del suo giardino. Oggi quel Natali col contagocce è solo un ricordo dei suoi compagni di giovinezza. Quando lo vedo al cavalletto con la sua indiavolata fantasia realizzare velocemente vaste composizioni dimentico anch’io quel suo primo tempo pieno di scuse magre e di poco lavoro. Nella pittura livornese Natali ha un ruolo inconfondibile e, per quanto ancora illustri la sua vecchia città, la colorazione fonda e corrusca e le scene spesso drammatiche portano in evidenza le capacità di un artista unico nel suo genere”.

AMEDEO MODIGLIANI
E di Dedo cosa mi racconta?
“Era un giorno d’estate del 1916 quando tornò a Livorno da Parigi. Non era più quel giovinetto compito e disciplinato che frequentava la scuola di Guglielmo Micheli e che amava disegnare più che dipingere. Aveva il viso tondeggiante, la testa rapata come quella di un evaso, sì e no coperta da un berretto a cui era stata tolta la visiera, giacchettina di tela e camicetta scollata, pantaloni tenuti su da una funicella legata alla vita e, ai piedi, le spardegne. Un altro paio di spardegne ciondolanti da una mano. Disse che era tornato a Livorno per amore della torta di ceci e di quelle economiche e comode calzature. Poi aggiunse: “Si beve?” e chiese un assenzio. Quella richiesta portò alla consumazione di un liquore sino ad allora ignorato. Si beve con certi bicchieri alti, coperti da un velo di zucchero, aspettando avidamente che la goccia d’acqua affumichi e sciolga il liquore.

Cosa sa delle sue pietre gettate nei fossi?
“Mangiata la torta di ceci, calzate le spardegne e bevuto l’assenzio, Dedo domandò di un capannone dove sapeva che, in via del Fante erano tenute le pietre per fare le strade lastricate; pensavamo a una qualche impresa urbanistica oppure a esercizi di sollevamento pesi. Invece, partito pittore, era tornato anche scultore. E mi fece vedere riproduzioni di teste, con certi nasoni, ma tutte ugualmente tristi. Con lui entrò nel branco un fantasma che appariva e spariva quando meno te lo aspetti. Quasi mai parlava d’arte, ma quasi sempre ripeteva l’invito a bagnarsi il becco. Poi, come nebbia, si dileguò non senza prima chiedere dove poteva collocare le sculture. Al Caffè lasciò un rotolo di quei suoi disegni eseguiti con un solo segno di matita azzurra che nessuno mai ritirò. Dedo diceva che su quella carta ci si lavorava bene, ma probabilmente erano gli stessi che a Parigi nessuno voleva e che lui, per protesta, appendeva nelle pubbliche latrine per l’uso deputato”.

Ma sul “Figlio delle stelle” i pareri dei suoi amici pittori non erano proprio favorevoli.
“Quella di Dedo non è certo stata un’arte facile. C’è chi la vuole l’espressione raffinata di uno spirito colto e chi il prodotto greggio d’una mente sconvolta in un corpo malato. La vita di Amedeo fu una tragica vita e la sua arte – dimenticando l’interessato baccano affaristico che subito s’imbastì e si sviluppò dopo la sua fine – è una manifestazione eccezionale per molti versi ammirabile e umana, ma che non può avere un seguito senza sciuparsi. L’unica cosa che posso dirle è che non piaceva al mio carissimo amico Gino Romiti. Trovava quei disegni brutti, al di fuori della realtà”.

PLINIO NOMELLINI

Lei ha conosciuto anche Plinio Nomellini?
“Quello che la gente non sa di Plinio è che oltre a essere un eccellente pittore era anche un ottimo scrittore. Come pittore amava il sole e grazie a lui il colore da sorda materia diventava luminosa e gioiosa bellezza. Nel 1928 tornò da Capri con due valigioni pieni di dipinti su cartone, legno e tela. Ebbene su quei pezzi c’era veramente il sole, tutto il sole abbacinante di Capri. Io, Vinzio e Ulvi Liegi gli dicemmo: “Bello eh” e lui rispose: “Già, già, non c’è male. Ma come scrittore è altrettanto bravo. Lui sa tutto di tutti. Piglia la penna, strizza gli occhi e pigia scrivendo che pare incida. Con quel suo stile sonante fissa il pensiero con un’efficacia straordinaria. Il suo periodare è tutto connesso e certe cose non si possono dire con meno parole. In una mattinata allietata dal sole d’inverno, in piazza San Marco, in compagnia di Signorini, questi mi accennò un ometto che, seduto su di una panchina, si scalducciava come un povero senzatetto: “Vedi, ma non lo fissar tanto che lui non abbia a riconoscermi – disse Signorini – quello è Serafino da Tivoli, ritornato povero e quasi cieco da Parigi e che ora vive di aiuti. Se mi vedesse rimarrei male perché non saprei dargli nulla”.

* * *
LO SCRITTORE
Amico di Modigliani, Romiti, Natali, Cafiero Filippelli e Giovanni Zannacchini, Razzaguta è l’autore di tre volumi: “Virtù degli artisti labronici”, “Livorno nostra” e “Cacciucchesca”.

Da “Il punto dei 4 nasi” di Giorgio Fontanelli.
Se Livorno cerca una possibile leggenda un poeta, Gastone Razzaguta, già l’ha preparata nel suo indimenticabile “Livorno Nostra”, quando ancora le quattro figure bronzee sfollate altrove per la salvaguardia dai bombardamenti non erano state ricollocate e il basamento era vuoto.

“Dove siete? Ognuno di voi guardava un differente punto cardinale e vedeva differenti cose e sempre quelle. Morgiano il giovane non fissava che il cielo, eppure il sole mai l’abbacinò. Melioco, il più vecchio, coi molti anni e le rughe, guardava il cantiere e vide tutti i suoi vari. Gli altri due mai più videro il mare, voltati alla terra. Erano le apparenze queste, ma quando nessuno era intorno a voi, nelle notti senza luna, il prodigio si compiva e voi, girando la testa, guardavi e vi parlavi. E forse chissà che il portento non arrivasse a liberarvi dalle catene e, sceso lo scalino e sgranchite le membra, chissà che, neri come la notte buia, non andavi come una volta assieme, medesima famiglia venuta da Algeri. In quelle vostre girate nascoste, lungo la Darsena e lo Scalo Regio, voi consideravi le cose degli umani traendone gli oroscopi secondo la magica usanza della gente negra. E voi uomini di bronzo penetravi allora nell’avvenire degli uomini vivi, pieni soltanto di vuote speranze. Poi, come nelle fole dei fantasmi, il primo baluginare dell’aurora vi rimetteva in catene”.

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Mostre/LUNA-PARK

di Francesca Cagianelli

Nella mia carriera ventennale di curatrice scientifica ho maturato alcune convinzioni, di cui rileggendo il testo di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, Contro le mostre (Giulio Einaudi 2017), mi piace rendere conto pubblicamente, anche in dialettico confronto con questi ultimi.
E parto da alcuni paragrafi sostanziali:
“Nel nostro Paese, si sta sempre più diffondendo la filosofia di mostre occasionali e semplici: capaci, cioè, di assecondare un desiderio esteso di intrattenimento pseudocolto. Poco conta se aggiungano qualcosa alla conoscenza di un pittore o di uno scultore. Devono essere come lunapark. Territori di svago: chi li frequenta può avere l’illusione di sapere qualcosa di più sull’arte, senza alcuno sforzo. Défilés di opere sterilizzate del loro «germe spirituale». Non viene assegnata nessuna centralità al metodo adoperato dai curatori, ai criteri storiografici adottati, agli sforzi interpretativi o attributivi (…)”.
E se è vero, come peraltro sostengono gli autori che di tali prodotti dobbiamo ringraziare prevalentemente “curatori seriali”, “assessori senza bussola” e “direttori di musei asserviti alla politica”, è pur vero che la vera responsabilità di un tale establishment deve attribuirsi a un sistema culturale ed istituzionale assai più ampio, nell’ambito del quale si moltiplicano attori e coprotagonisti.
A partire dalla miriade di associazioni culturali proliferate sui territori che, dovendo coltivare la propria sopravvivenza, tendono a farsi garanti di un piccolo cabotaggio facilmente autogestibile, per finire a una stampa sempre più pigra che fagocita materiale promozionale di incontrollata provenienza senza filtri o revisioni di alcun genere.
E ancora, volendo sgravare gli assessori di una pur minima dose di inabilità, non si riesce invece a essere indulgenti con i Sindaci, che degli assessori si fanno militi e protettori, e che, nella sempre più miope economia gestionale dei propri territori, prescindono colpevolmente dalle competenze culturali dei propri collaboratori.
Ed è allora tutta una classe amministrativa, quella comunale e istituzionale, inabile e cancrenosa, che si rende partecipe di meccanismi espositivi privi dei pur minimi livelli di professionalità, finchè l’inaugurazione giunge a coronare sempre più spesso chiunque non sia l’esperto.

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“Non vi resta che sposare in ventiquattro minuti la luna”: ecco il miglior augurio per la cultura del 2019

di Francesca Cagianelli

Dal blog di “Livorno Cruciale”, palcoscenico privilegiato di tante campagne promozionali e di ponderati comunicati programmatici, piace diffondere, alla fine di questo impegnativo 2018, un coro di soddisfazione: innanzitutto per il dato prestigioso di una stagione di impegno dell’Associazione “Archivi e Eventi” che a dodici anni dalla sua fondazione riscuote un successo trasversale, tanto raro quanto eclatante.
Dodici anni intensamente produttivi, scanditi da mostre filologiche e al contempo pionieristiche, autorevoli cataloghi registrati perfino alla Library of Congress di Washington, monografie preziose per la riscoperta di personalità dimenticate dell’’800-‘900, collane editoriali di rilevanza nazionale – quelle in particolare promosse con FINEGIL, Editoriale L’Espresso – eventi promozionali, conferenze e convegni sempre attenti al fattore “scoperta”, caratterizzati da un’innnovativa miscela di valorizzazione delle emergenze culturali del territorio, ma con un occhio al panorama nazionale e anche internazionale, basti pensare al cult editoriale della monografia dedicata a Charles Doudelet, maestro del simbolismo belga: e tale monografia, non a caso patrocinata dai Musei Reali del Belgio, si fregia di uno dei marchi editoriali più blasonati in Italia e all’estero, Leo S. Olschki.
Ma non è davvero l’unico caso in cui Francesca Cagianelli, Presidente di “Archivi e Eventi”, può vantare una condotta da ‘antesignana’ nell’attuale panorama della ricerca storico-artistica: basti pensare alla monografia dedicata a un piccolo grande maestro livornese, Gabriele Gabrielli, artista totalmente sconosciuto al grande pubblico, così come agli addetti ai lavori, se è vero che tale monografia resta attualmente l’unico strumento bibliografico di riferimento.
Su tale ‘priorità acquisita’ Cagianelli non consente deroghe, visto che Gabrielli campeggia oggi in una grande mostra a Rovigo, promossa dalla Fondazione Cariparo, insieme ai grandi maestri internazionali dell’arte esoterica.
Senza contare “il caso Cappiello” di cui “Archivi e Eventi” è stata ed è praticamente la prima istituzione culturale Promotrice in Italia, grazie alla monografia curata da Cagianelli, ad oggi unico strumento bibliografico esaustivo.
Risultati storici, che Cagianelli può consapevolmente ascrivere a una carriera di ideatrice, promotrice, curatrice, manager, che l’ha condotto a bissare – seguendo per così dire l’invito di Krimer a “sposare in ventiquattro minuti la luna” – l’esperienza Associativa di “Archivi e Eventi”, con la Presidenza del “Centro Cagianelli per il ‘900”.
Un’esperienza che l’ha spinta a ipotizzare uno spartiacque tra la Toscana e l’Umbria, in omaggio a Enrico Cagianelli, lo scultore perugino, autore di ben cinque monumenti ai Caduti dell’Umbria, che il 2018, a 80 anni dalla scomparsa, ha visto decollare nella classifica editoriale grazie al volume “1918-2018 CENTO ANNI DI MEMORIA Rilievo e catalogazione dei monumenti ai Caduti della Prima Guerra Mondiale in Umbria”, ma soprattutto grazie alla alla monografia promossa dal “Centro Cagianelli per il ‘900”: “Enrico Cagianelli 1886-1938. Esteta aristocratico e sommamente lirico”.
L’accoglienza del Comune di Pisa verso tale progettualità si pone come una prima escalation istituzionale del lungo percorso previsto dalla Presidente che pensa ad una lungimirante sutura tra le due regioni, l’Umbria e la Toscana, la prima testimone dell’intensa attività dell’artista, la seconda della complessa e responsabile vicenda esistenziale e professionale di chi è votato a garantire l’accesso di quest’ultimo alla fruizione del futuro.

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