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Dal buio alla comunità scientifica nazionale

Il miracolo della crescita culturale passa attraverso l’impegno dello storico dell’arte

Proponiamo al nostro pubblico un’avvincente intervista impossibile, egregiamente curata da Alberto Gavazzeni, a una delle più straordinarie coppie di artisti della modernità labronica che, siamo certi, meriterebbero maggiore attenzione di quanta ne sia stata loro riservata finora da parte di istituzioni e di storici.
Una conferma esemplare, per quanto ci riguarda, del percorso da seguire nell’ambito della rivalutazione del patrimonio artistico del nostro territorio, rivalutazione che da anni stiamo perseguendo con iniziative editoriali ed espositive di respiro nazionale e internazionale riservate esclusivamente a temi e personalità inedite affrontate con originalità di rilettura scientifica.
Ecco che, da Alfredo Müller a Guglielmo Micheli, da Charles Doudelet a Raffaello Gambogi, artisti fino ad allora scomparsi dall’orizzonte critico, o addirittura mai emersi, sono stati miracolosamente ripescati per la prima volta da chi scrive, storicizzati con autorevolezza scientifica e restituiti alla comunità scientifica nazionale, che, a dire il vero, non ha mancato di goderne, e anche, di utilizzarne il frutto.
Un percorso letteralmente inesausto, a lunga, lunghissima, durata, senza schiamazzi da botteghino o proclami da cinepanettone, ma con la lungimirante e raffinata pazienza dello storico che contribuisce in tal modo ‘effettivamente’ alla crescita culturale delle nostre comunità, e, al contempo, restituisce alla globalità del consesso scientifico, i tesori nascosti di un Novecento florido e prestigioso, i cui protagonisti, come nel caso di Raffaello ed Elin, hanno lasciato le proprie tracce in Europa.

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE A
RAFFAELLO GAMBOGI E ELIN DANIELSON
di Alberto Gavazzeni

Vai a sinistra dell’ultima porta del Cimitero della Misericordia di Livorno: Elin e Raffaello sono lì, mano nella mano per l’eternità, sotto una piccola lastra di marmo.
Sono ormai dimentichi del mondo, ma per me fanno un’eccezione e le loro ombre si lasciano intervistare.
Raffaello è vestito di grigio, camicia bianca, cravatta allacciata sotto al colletto rialzato, gilet, sigaro in bocca, barba e baffi alla moschettiera. Elin, sopra una gonna lunga fino ai piedi che nasconde la sua passione, gli stivali da cavallerizza, ha una camicetta bianca, ciondolo d’oro al collo e stola di volpe bianca. In testa un vezzoso cappellino nero.
Sembrano usciti da una vecchia foto che Francesca Cagianelli ha inserito nel volume “Il tempo dell’Impressionismo” dedicato all’opera di Raffaello Gambogi
Lui: “Sono nato a Livorno nel 1874 e a 18 anni sono andato a scuola dal Fattori, a Firenze. In pratica ho cominciato giovanissimo studiando la poesia della natura con grande amore. Fattori mi fu da sprone e continuai a osservare e scoprire nuove portentose bellezze. Una pittura, la mia, mai troppo accesa, analitica e con un disegno prima preciso e serrato, poi sfocato e allusivo. Con largo uso di terre e velature. Chi mi influenzò davvero fu l’amico… Eravamo tutti giovani Angiolo Tommasi”.
Quando Raffaello Gambogi, nel 1984, creò il suo quadro probabilmente più conosciuto “Gli emigranti” (che nel ’95 aveva vinto il Premio Unico della Società di Belle Arti di Firenze) chiara è l’impronta del suo insegnamento.
Lei: “Io invece sono nata il 3 settembre 1861 in Finlandia, a Norrmark, un piccolo villaggio nel golfo di Botnia e ho trascorso l’infanzia in campagna, nella fattoria di famiglia. A 15 anni, vista la mia naturale inclinazione per l’arte, il fratello di mia madre mi permise di trasferirmi a Helsinki dove ho frequentato la scuola di Disegno della Società d’Arte Finlandese. Qui ho appreso disegno antico, paesaggio e prospettiva. Poi la pittura applicata alla porcellana. Sono riuscita a diplomarmi maestra di disegno per le scuole superiori e la cosa mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza economica”.
Elin Danielson è una creatura dal carattere forte, indipendente e grintosa, una femminista ante-litteram. Grazie alle ottime cognizioni tecniche apprese, riesce a mantenersi realizzando decorazioni in porcellana e dando lezioni di disegno.
Lei: “Ma la mia grande passione era il disegno, la pittura. Così, a 22 anni, mi sono trasferita a Parigi e sono entrata a far parte della colonia di artisti nordici (Edelfelt, Gallén, Schjerfbeck, Rönnberg, Westermarck, Järnefelt) che lavoravano nella capitale francese. Sono stati anni splendidi. Eravamo tutti giovani e pieni di vita”.
Tre anni dopo torna in Finlandia e comincia a raccogliere i primi successi e a conquistare una certa notorietà con i ritratti femminili. La sua produzione mostra un grande mestiere, ma anche una notevole capacità di vedere il mondo con un’ottica personale; mentre si consolida la sua posizione in difesa della donna, le sue opere sempre un po’ più apertamente contestano convenzioni borghesi ed esaltano il ruolo femminile nella società contemporanea. Torna a Parigi e poi di nuovo in Finlandia dove intreccia una relazione con lo scultore norvegese Gustav Vigeland al quale resterà legata cinque anni.
Lei: “Era davvero un bell’uomo, ma aveva otto anni meno di me. Era un immaturo anche se con capacità grandissime nel suo campo tanto che divenne ben presto lo scultore più importante del suo paese, la Norvegia”.
La visita del 1895 in Italia suscita l’interesse e la curiosità della donna che, ottenuta una borsa di studio, nel gennaio del 1896 ritorna a Firenze per studiare i grandi maestri della tradizione e con la segreta speranza di entrare all’Accademia.
“Quando vi siete conosciuti?
Lei: “La svolta per me sono stati i due viaggi a Firenze e la voglia di mare: ad Antignano, dove mi ero trasferita per l’estate e per fare i bagni, ho conosciuto Raffaello e non c’è voluto molto per innamorarsi di quel giovane biondo e riccioluto, con pizzetto alla moschettiera, occhi azzurri e pieno di voglia di vivere”.
Lui: “Elin mi è comparsa davanti sulla spiaggia, là dove le acque del Tirreno creano una piccola insenatura. Stava dipingendo ed era bellissima. Aveva i capelli tagliati corti, a caschetto, e grandi occhi da cerbiatta. Me ne sono innamorato subito”.
Un incontro che cambia loro la vita tanto che, nel 1898, i due si sposano con un permesso speciale del Papa, perché Elin è protestante. Un mese dopo sono già installati a Torre del Lago, dove alloggiano in una piccola casa su due piani fornita di giardino e di un orto che viene coltivato secondo l’uso nordico personalmente da Elin. Danno così avvio a una collaborazione artistica molto proficua. Gambogi entra a far parte del circolo La Bohéme, una sorta di associazione culturale e goliardica che fiancheggiava l’opera artistica di Giacomo Puccini. In quegli anni è in compagnia dei fratelli Angiolo e Ludovico Tommasi, di Francesca Fanelli e di Ferruccio Pagni.
Un momento importante per il suo cammino di pittore?
Lui: “Fu sicuramente questo il momento migliore per la mia carriera artistica visto che trovai un nuovo equilibrio tra forma e luce, con un’atmosfera di austerità che definirei “nordica”. Probabilmente mutuata dal modo di dipingere di Elin”.
Una grande operosità e una comune inventiva caratterizzano i primi tempi di unione degli sposi che ottengono premi e conferme critiche. Gambogi presenta alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze (1896-1897) il lodatissimo dipinto “All’ombra”. Nel 1899, alla Società di Belle Arti di Firenze, la Danielson espone “Estate”, dipinto acquistato dal Re Umberto per 4.000 lire; nello stesso anno è accettata alla Biennale di Venezia con “Sera d’Inverno”, dipinto che espone nella sala degli “artisti italiani non appartenenti ad alcun sodalizio”; Elin è la prima artista finnica a essere ammessa alla prestigiosa esposizione e la presenza ai due eventi espositivi è per lei un buon mezzo per farsi conoscere anche in Italia. Nel 1900, sempre a Firenze, è premiata con medaglia d’argento per il bellissimo “Autoritratto”; a Parigi riceve la medaglia di bronzo con “Madre” e “Nella vigna”, dipinto acquistato dal Museo di Turku in Finlandia.
Lei: “Nel 1899 ho purtroppo contratto il tifo e i medici mi consigliarono di cambiare aria e di trasferirmi sul mare. Così ci siamo spostati ad Antignano, ma è proprio qui che sono iniziati i problemi di salute di Raffaello”.
E non solo di salute, perchè alla fine del 1900 Elin ospita a Livorno l’amica pittrice Dora Wahlroos che intreccia una relazione con Raffaello. Il matrimonio va in crisi, nascono le prime grandi incomprensioni.
Lei: “Ero quasi decisa a divorziare, ma poi abbiamo deciso di fare un viaggio attraverso l’Europa fino alla Finlandia”.
Lui: “Eh, sì, avevo davvero perso la testa per Dora – e nel confessarlo si stringe all’altra ombra – ma il viaggio, il primo e l’ultimo che ho fatto, ci ha ravvicinato e a Helsinki ci hanno permesso di partecipare a un’esposizione con i quadri che avevamo portato dall’Italia. Il successo è stato notevole”.
Lei: “Proprio durante questo viaggio Raffaello ha iniziato a manifestare i primi segni di squilibrio. Siamo tornati in Italia agli inizi del 1902 e purtroppo Raffaello, si è messo a delegarmi ogni incombenza: era totalmente sfornito di senso pratico. Così sono stata costretta a risolvere questioni di ordinaria amministrazione e a sacrificare sempre di più il tempo da dedicare all’arte”.
Il matrimonio è ancora traballante, Elin non è riuscita a superare la crisi intervenuta a seguito dell’infedeltà del marito, è depressa, delusa e indecisa sul futuro. Alla fine dell’anno, senza il permesso di Raffaello che avrebbe dovuto firmarle il passaporto, decide di partire e, passando prima da Londra e poi da Stoccolma, raggiunge infine la Finlandia. Nell’ottobre del 1903 espone a Turku (il museo cittadino è intitolato a lei); sul finire dell’anno decide di tornare in Italia nel tentativo di ricostruire una vita in comune con l’amato, infelice Raffaello.
Lui: “Nel 1905 sono stato costretto a trasferirmi a Volterra per farmi curare da specialisti del locale ospedale diretto dallo psichiatra Luigi Scabia, ma non è servito a molto. Oltre a tutto avevamo anche problemi di soldi perché in Italia i nostri quadri si vendevano poco”.
A Volterra sono anni di solitudine, difficili e tormentati, vissuti sempre all’ombra della miseria, nei quali continuano entrambi a dipingere, e assai verosimilmente è proprio l’arte a porre un freno all’affanno del loro vivere inquieto. Elin spesso rientrerà in Finlandia e avrà occasione di mantenere vivi i contatti familiari e i rapporti con gli artisti che avevano segnato gli anni impetuosi della giovinezza e della prima maturità, in particolare con Hilma e Victor Westerholm, coi quali da sempre è in corrispondenza epistolare. Il 1913 è l’anno che registra l’ultimo viaggio di Elin in patria; l’avvento della guerra non le consentirà più di tornare in Finlandia.
Lei: “Ho partecipato nel 1914 alla Biennale di Venezia con un “Autoritratto”; poi ho esposto a a Milano (Esposizione Nazionale de Belle Arti), a Firenze, a Roma e anche a Livorno (1° Mostra di Arte Livornese, Bagni Pancaldi 1912) dove, lasciata Volterra, siamo tornati ad abitare dividendo il nostro tempo tra Firenze e Antignano”.
Colpita da una micidiale polmonite, Elin muore a 58 anni, il 31 dicembre 1919.
La salute di Raffaello peggiorò alla morte della moglie. Si chiuse in se stesso, accentuando le difficoltà di rapporto con gli altri. Passò gli ultimi anni di vita in un sostanziale isolamento che influì assai negativamente sulla sua pittura.
In Finlandia è conservato il meglio dell’opera sua che, insieme a quella della moglie, è raccolta in un museo a Turku intitolato a Elin.
“In merito al problema degli autentici allievi di Fattori – scrive Plinio Nomellini a Gastone Razzaguta – mentre chiudo queste ultime note apprendo della morte del pittore Raffaello Gambogi (siamo nel 1943). Tristissima fine nel reparto cronici dello Spedale. Come Puccini, come Modigliani, come Bartolena, anche Gambogi muore solo e disperato mentre il valore della sua arte si accrescerà da oggi per tanta sventura. Disgraziato amico, da un pezzo egli non era che un povero uomo che si trascinava a passettini alla ricerca ansiosa di una bevuta che mai sazia. Non gli era rimasta che la sua bella e virile testa d’artista, ma ora anche i suoi lunghi capelli ricciuti, il suo pizzo, i suoi baffi glieli avevano tagliati ed egli giace morto, irriconoscibile, senza vestiti addosso, e così malamente finisce la vita di un altro nobile pittore del sereno “Cielo Fattoriano”.

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RUBRICA / 2° – Sul rapporto tra istituzioni e collezionismo

Rubrica on line: GLI ARCHIVI DI LIVORNO CRUCIALE – 2°

Istituzioni, Collezionismo, Associazioni, Regione ed altro

di Francesca Cagianelli

Livorno Cruciale, 2016

In altri tempi si è cercato di diffondere la nostra opinione rispetto a iniziative improvvide di sistemazione museale di nuclei collezionistici privati, sciorinando i fiori all’occhiello delle vicende emblematiche di collaborazione tra musei e privati in Italia nel segno della valorizzazione di prestigiosi nuclei collezionistici.
Tutto questo per evitare la deriva territoriale, sempre in agguato visto l’appetito dei privati, di inflazionati comodati, depositi, ecc. che giungano ad inficiare il prestigio delle collezioni pubbliche.
Ogni qualvolta si cerchi di escludere il filtro delle istituzioni, la convalida degli studiosi acclarati, la trasparenza dell’iter procedurale, si rischia di avallare l’interesse di sedicenti onluss e la legittimazione di nuclei collezionistici privati che fino a prova contraria non possono ambire a forme di gratifica pubblica.
Contro tale mefitico accreditamento non certificato, e di ordine meramente commerciale, di collezioni private, non si è certi di poter escogitare argini e contromisure, vista la mancanza di preparazione degli organi politici preposti e delle stesse istituzioni museali.
Tanto più quando capita di verificare che neppure la Regione Toscana è in grado di controllare i flussi dei propri finanziamenti, scansando ogni responsabilità di vagliatura dei diversi questuanti, indentificabili in sedicenti associazioni territoriali al soldo dell’ultimo dei privati.
Un tempo si aborriva, da parte dell’establishment di sinistra, questa miscela di pubblico e privato, oggi se ne finanziano gli obbrobri.
In Italia sembra davvero impossibile un circuito virtuoso in cui le risorse del pubblico riescano a individuare il migliore obiettivo al fine della valorizzazione del patrimonio artistico: vince la risacca del clientelismo.
Il caos che rischia di minare la trasparenza del rapporto tra istituzioni pubbliche e associazioni private prelude al collasso.

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Tra cultura accademica e rituali da intrattenimento corre L’INNOVAZIONE

di Francesca Cagianelli

Tra la vetusta cultura accademica che progressivamente ha determinato lo spopolamento di certi musei italiani e quella ritualità da intrattenimento cui spesso si ricorre nell’ambito della programmazione museale dei nostri territori, per intrappolare il pubblico ipoteticamente sprovveduto, corre davvero un abisso.
Devastante ingenuità quella di concepire quale antidoto all’imperversare dell’accademismo, concertini e balletti sicuramente piacevoli e pregevoli, ma difficilmente qualificabili quali valore aggiunto rispetto a una ben identificabile e autorevole mission museale.
E una mission autorevole non potrà e non dovrà mai rinunciare alla scommessa dell’innovazione, che non coincide certamente con l’esclusiva calendarizzazione di performances e installazioni, auspicabili quest’ultime solo collateralmente a una serrata ed autonoma strategia museale.
La deriva di una programmazione saturata da appuntamenti consimili rischierebbe di livellare le strutture museali pubbliche alla stregua di tante pur apprezzabili atelier e gallerie d’arte.
La nostra ambizione resta invece quella di colmare la distanza tra centro e periferia, nella consapevolezza che le nuove possibilità tecnologiche ci supporteranno nell’impresa, forse coraggiosa, ma certo possibile, di costruire a breve orizzonti di pari opportunità per tutte quelle realtà museali, che pur da una postazione decentrata, riescano a conquistare una visibilità nazionale.

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Quel solco tra storia e leggenda…

Da oltre 13 anni radicati e attivissimi sul territorio livornese, primi ed unici ad aver firmato la storicizzazione del Caffè Bardi, primi ed unici ad aver finalmente monografato tanti livornesi sfuggiti alle maglie della verità, siamo orgogliosi di pubblicare questa terza intervista “impossibile” curata da Alberto Gavazzeni, certi di offrire un’occasione unica per il nostro pubblico di soppesare quel solco fatale tra storia e leggenda che da sempre rende la storia dell’arte livornese sgusciante e avvincente come i polpi della Cacciucchesca razzagutiana….

INTERVISTA SEMI SERIA E QUASI FANTASTICA A GASTONE RAZZAGUTA
Pittore, critico, scrittore, “mediocre che ama la mediocrità”.
Livorno, 19 marzo 1890 – Livorno, 9 dicembre 1950

di Alberto Gavazzeni

I POST MACCHIAIOLI
di Beppe Leonardini
Fra ‘post, poi, ciàbbiamo Zannacchini,
Manaresi, Natali, Michelozzi,
per fa’ le cari’ature c’è Landozzi
e per fa’ la ‘ampagna, r’Nomellini

Poi c’è March, c’è Bois, c’è Salvini
E quei geniali, prestigiosi abbozzi
(che lì per lì sembravan tanto rozzi)
‘he facevan Tosenga (Razzaguta) e Servolini…

Per trovare Gastone Razzaguta fuori dalla sua casa di via Pietro Paoli, dove ormai da tanti anni accudisce alla vecchia madre e a un’anziana zia, esistono due possibilità: andare a scovarlo nel suo ufficio alla Stazione di San Marco, dove è capo-contabile delle Ferrovie, o recarsi al Caffè Bardi, in piazza Cavour, con la speranza di trovarlo con qualcuno dei suoi amici pittori a cui ha fatto da mentore e spirito-guida per tanti anni.
Perché Gastone Razzaguta, che coltiva, da autodidatta, un sicuro temperamento artistico indirizzato verso la figurazione e, più tardi, verso la letteratura, è amico e fan-sostenitore dei pittori labronici.

***
Non ci si può sbagliare: quel dandy che mi sta venendo incontro in piazza Cavour, giacca nera e pantaloni grigio ferro, camicia bianca con il collo alto alla francese, mocassini neri, cravatta in tinta con l’abito, guanti di pecari e il suo eterno “Borsalino”(quello da città, grigio con larga fascia bianca) è proprio “Guta” o “Tosenga”, come lo ha soprannominato Beppe Leonardini per via di alcuni racconti autobiografici raccolti in “Cacciucchesca”, l’ultima fatica letteraria di un uomo davvero poliedrico, ma con l’animo sempre macerato da una vena di tristezza.

L’UOMO
Nato il 19 marzo 1890 e morto il 9 dicembre 1950 per le conseguenze di un’epatite, Gastone Razzaguta era capo gestione delle Ferrovie dello Stato. Scrittore, pittore, critico d’arte, abitava con due anziane parenti. Durante la seconda guerra mondiale decise di non sfollare dalla sua casa di via Paoli, malgrado i massicci bombardamenti aerei degli americani.

Come mai?
“Io non avevo dichiarato guerra a nessuno. E nessuno mi aveva dichiarato guerra”.

IL PITTORE
Dotato di sagace capacità di analisi psicologica, Razzaguta esprime nel disegno caricaturale l’intimo carattere delle persone più che riproporne la somiglianza esteriore. Tutta la sua produzione figurativa e pittorica, e poi ancor più quella letteraria, è permeata di un grande sentimento di nostalgia e di amore per la sua città, rivelandosi in ciò straordinario e fascinoso interprete del vario carattere livornese, soprattutto di quel popolare e pittoresco umore che connotava allora Livorno, che fu indubbiamente la più grande passione di Razzaguta, da lui vissuta considerandosi al di fuori del proprio tempo. Di questa straordinaria capacità di evocazione salmastra e picaresca sono testimonianza la sua produzione pittorica, invero limitatissima (forse meno di trenta opere) e la più copiosa produzione grafica, contrassegnata da un limpido tratto essenziale, mentre nelle opere pittoriche il colore è senza chiaroscuro, tenuto sotto una velatura e «adoperato come un pretesto».

Di lei si conoscono solo poche opere. Perché?
“Quelli che amavo erano soggetti, a parte le caricature, troppo legati alla mia vena pessimistica. Oltre a tutto non mi sembravano un granché malgrado la critica mi fosse favorevole. Così ho preferito valorizzare le opere di altri frequentatori del Caffè Bardi perché li ritenevo più in gamba di me”.

Quando ha iniziato a esporre?
“Ho fatto la prima mostra a Treviso nel 1912. Oggetto della mia pittura è la rappresentazione del dramma quotidiano del vivere, in una visione grottesca e laida. Sono sempre stato attratto dalle figure dolenti e reiette, avanzi di un’umanità derelitta, avvilita dalla miseria, abbrutita dal vizio, facile alla violenza. Ecco perché ho disegnato spesso e volentieri i lavoratori del porto, i risi’atori, gli zavorranti, i facchini, i navicellai. Ho scelto il reale e ho fissato sulla carta o sulla tela le loro facce sconvolte dall’odio, le loro risse che spesso finivano con l’accoltellato o il morto”.

IL CAFFE’ BARDI
Sempre molto critico con sé stesso (“Io sono un mediocre che odia la mediocrità”) si avvicina timidamente al Caffè Bardi, ma poi ne diventa ben presto una delle figure più vivaci, attivissimo promotore di iniziative espositive, sostenitore di polemiche giornalistiche, spendendosi generosamente e sempre benevolo con l’arte degli amici.

Mi può raccontare di un luogo ormai passato alla storia?
“Chi entrava nel Caffè in una qualunque serata d’inverno guardando a sinistra e girando prudentemente al largo poteva sedersi e chiedere: “Chi è quel grassetto con i capelli lunghi, il pizzo e i baffi neri come gli occhi e che parla con tanta facondia? E’ il pittore Gino Romiti. E quello con il viso scavato, gli occhi a palla sgusciati, il labbro inferiore sporgente, i capelli grigi, e che pende un po’ da una parte? E’ il pittore Renato Natali. E quel secco tutt’occhi felini e orecchi, con il berretto alla marsigliese? E’ Benvenuto Benvenuti. E l’altro, con le mascelle quadre, le bozze frontali prominenti, i sopraccigli a accento circonflesso e i capelli segosi? E’ il pittore Corrado Michelozzi. E quello allampanato con la testa tonda, baffi e pizzo radi, lungo naso acceso con le spalle ad attaccapanni? E’ il pittore Mario Puccini. E l’altro, pure lungo e secco con gli occhi neri e la boccuccia? E’ lo scultore Umberto Fioravanti. E ancora Manlio Martinelli con il viso tondo e glabro. Quello magro con i muscoli da scaricatore e il vocione è il pittore Ettore Castaldi. E il tipo elegante e inappuntabile con le ghette, canna con pomolo d’avorio, cravattone-cammeo è il letterato Mario Tinti. Poi i pittori Giulio Ghelarducci e Gino Schendi, i poeti Gustavo Pierotti della Sanguigna e Gualberto Catani, il dottor Guido Vivarelli, redattore capo del giornale degli artisti, il poeta Giosuè Borsi, il fotografo Bruno Miniati, l’architetto Mario Pieri-Nerli. Infine quella bella testa beethoveniana con folti e candidi capelli: appartiene al maestro Edoardo Aromatari, un concertista celebre e decaduto a suonare nei cinematografi”.

Ma che ci facevate in un gruppo così folto?
“Lì si riuniva tutta la Livorno artistica e si discuteva di mostre, colori, scultura, musica, cinema”.

Anche lei ha contribuito a “decorare” il Caffè Bardi?
“Per la saletta interna ho realizzato nel 1914 il pannello “L’offerta del caffè” che si è aggiunto a quelli di Puccini, Romiti, Olinto Ghilardi, Natali, Corrado Michelozzi, Umberto Fioravanti, Benvenuto Benvenuti e Giulio Ghelarducci”.

IL GRUPPO LABRONICO
La morte del pittore Mario Puccini, il 18 giugno 1920, all’Ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, suscitò profonda emozione nel gruppo dei più giovani colleghi che avevano animato con lui gli anni del Caffè Bardi. Il desiderio di onorarne la memoria e di farlo seppellire nel Famedio di Montenero provoca una polemica scissione nella Federazione Artistica Livornese e spinge i “pucciniani” a costituire il Cenacolo “Mario Puccini” e poi il “Gruppo Labronico”.

Come è nato il Gruppo Labronico?
“Sono stato uno dei soci fondatori. Ci siamo riuniti il 15 luglio 1920 nello studio di Gino Romiti: erano presenti oltre a me e a Gino, Adriano Baracchini-Caputi, Tito Cavagnaro, Gino Cipriani, Goffredo Cognetti, Beppe Guzzi, Giovanni March, Corrado Michelozzi, Renato Natali, Renuccio Renucci, Carlo Romanelli, Ferruccio Rontini, Cesare Tarrini, Alberto Zampieri e Giovanni Zannacchini”.

Le fonti dicono che fu proprio lei a suggerire la nascita del Gruppo Labronico?
“Sì, è vero. Sono stato io a proporre il nome che venne subito accettato. Poi, per acclamazione, eleggemmo come segretario Adriano Caputi che, a quanto mi risulta, hanno finalmente riscoperto visto che nel tuo 2019 gli hanno allestito una mostra a Collesalvetti. Nel 1921 gli subentrai nel ruolo di segretario e mi sono sorbito questa carica per 30 anni”.

IL “NIENTE DA DAZIO”
Lei per tre anni ha collaborato al settimanale satirico “Niente da Dazio” che, dal 1909 al 1913, rappresentò la vocazione alla mondanità della branca del Caffè Bardi. Come mai firmava le sue caricature come “Miss Polpetto” e perchè ha smesso prima della chiusura definitiva del settimanale?
“In realtà avrei voluto firmarle come “Miss Polpetta… ma poi… Il Polpo è un animale curioso e, al femminile, ancora di più. Miss Polpetto è stata una scelta dettata anche dalla varietà delle vignette che ero chiamato a disegnare. Poi Guido Vivarelli, il redattore capo, mi convinse a non firmarle più perché avevano avuto dei grossi problemi con la Scuola di scherma e con certi politici. Come vede ogni epoca ha i suoi permalosi. La richiesta mi convinse comunque ad abbandonare un settore che mi divertiva; ho voluto evitare di danneggiare la pubblicazione. Ricordo che la mia ultima vignetta, quella sugli schermidori, non l’ho nemmeno firmata”.
Da un “Niente da Dazio” del 1913: “Un pupazzetto non è un a “fondo” – scrive Vivarelli – ma presentando il maestro Arturo Gereschi, il signor Fernando Cavallini e il signor Mario Senese-Santoponte, è necessario procedere con una certa cautela, giacché con schermidori di tal fatta è bene… stare in guardia. Così se miss Polpetto ha pupazzettato i tre valenti schermidori lo ha fatto oltre che con la punta del lapis anche con la punta…. d’arresto per non trovarsi in qualche guaio. Noi useremo le stesse precauzioni nel parlare di una festa all’Accademia di Scherma che, indetta per festeggiare le recenti brillanti vittorie di Cavallini a Roma e di Senese e Santopadre a Vienna, si svolse lunedì sera nella splendida sede del Circolo che il maestro Gereschi dirige. Vasto ed elegante il pubblico intervenuto. Animati gli assalti: in ultimo gli invitati si fecero un dovere a dare l’assalto a un eccellente buffet e specialmente alla squisita gelateria preparata dal signor Gino Lunardi. I gelati avrebbero dovuto dire “toccato”, se non lo fecero non è proprio colpa degli invitati”.

Ma ha continuato a dipingere?
“Chiusa l’esperienza al “Niente da Dazio” nel 1913 esposi a Napoli “La rissa” e l’anno dopo a Roma all’Esposizione Nazionale di BB. AA ho presentato tre disegni acquerellati (“Trittico dei violenti”, “Bòtte” e “Dopo la rissa”) che suscitarono grande interesse e che ottennero l’attenzione di critici importanti. Nel 1922 ho esposto a “La Fiorentina Primaverile”; nel 1924 alla XIV Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia l’opera “Malinconia” con Lorenzo Viani, Aldo Carpi, Giorgio De Chirico e Libero Andreotti”.

LA CASA DELL’ARTE
Lei è stato il propugnatore della nascita della Casa dell’Arte?
“In questa nostra Livorno gli artisti non dispongono di luoghi di ritrovo, a parte qualche cantuccio affumicato nei caffè dove per il chiasso di ben altre discussioni troppo affaristiche, sono impossibilitati a comunicarsi le proprie idee e i propri sogni d’arte. Serviva una casa dove riunirsi in un’atmosfera stimolante. Spinto dal desiderio di tanti pubblicai sul “Telegrafo” del 14 aprile 1919 un appello a tutti gli artisti livornesi per la costruzione di una Casa dell’Arte. Appoggiato dal direttore stesso del giornale iniziò un movimento che presto raccolse gli artisti al completo e le più influenti autorità cittadine. L’ing. Alberto Barone, capo del Genio Civile, preparò un progetto per la trasformazione del Cisternino, inutile esempio di buona architettura del Poccianti. Il Comune lo avrebbe ceduto agli artisti per il loro ritrovo e per le mostre d’arte”.

Come mai tutto naufragò?
Soldi ce ne volevano tanti, ma la cosa non destava eccessive preoccupazioni perché erano tante le persone interessate alla realizzazione. Il Podestà di Livorno, l’avv. Aleardo Campana, aveva preso nelle sue mani il timone delle operazioni e tutto sembrava ormai deciso tanto che io mi sentivo perseguitato dalla riconoscenza degli artisti. Ma poi, per uno di quei fenomeni illogici, a poco a poco la cosa si raffreddò, andò per le lunghe e, malgrado tutti i tentativi, restò progetto”.

RENATO NATALI
Lei era molto amico del Natali che la invitò più volte a raggiungerlo a Parigi.
“Quando lo conobbi il Natali lavorava poco o nulla e trovava un sacco di scuse per giustificarsi. Una volta era il tempo troppo bello e la volta dopo quello troppo brutto; oppure faceva troppo caldo o troppo freddo. Per rifinire un bozzettino non gli bastavano due mesi. Allora produceva dei disegni colorati all’acquarello o verniciati; oppure delle piccole cose a olio nelle quali illustrava la vecchia Livorno coi fanali a gas, le carrozzelle o angoli del suo giardino. Oggi quel Natali col contagocce è solo un ricordo dei suoi compagni di giovinezza. Quando lo vedo al cavalletto con la sua indiavolata fantasia realizzare velocemente vaste composizioni dimentico anch’io quel suo primo tempo pieno di scuse magre e di poco lavoro. Nella pittura livornese Natali ha un ruolo inconfondibile e, per quanto ancora illustri la sua vecchia città, la colorazione fonda e corrusca e le scene spesso drammatiche portano in evidenza le capacità di un artista unico nel suo genere”.

AMEDEO MODIGLIANI
E di Dedo cosa mi racconta?
“Era un giorno d’estate del 1916 quando tornò a Livorno da Parigi. Non era più quel giovinetto compito e disciplinato che frequentava la scuola di Guglielmo Micheli e che amava disegnare più che dipingere. Aveva il viso tondeggiante, la testa rapata come quella di un evaso, sì e no coperta da un berretto a cui era stata tolta la visiera, giacchettina di tela e camicetta scollata, pantaloni tenuti su da una funicella legata alla vita e, ai piedi, le spardegne. Un altro paio di spardegne ciondolanti da una mano. Disse che era tornato a Livorno per amore della torta di ceci e di quelle economiche e comode calzature. Poi aggiunse: “Si beve?” e chiese un assenzio. Quella richiesta portò alla consumazione di un liquore sino ad allora ignorato. Si beve con certi bicchieri alti, coperti da un velo di zucchero, aspettando avidamente che la goccia d’acqua affumichi e sciolga il liquore.

Cosa sa delle sue pietre gettate nei fossi?
“Mangiata la torta di ceci, calzate le spardegne e bevuto l’assenzio, Dedo domandò di un capannone dove sapeva che, in via del Fante erano tenute le pietre per fare le strade lastricate; pensavamo a una qualche impresa urbanistica oppure a esercizi di sollevamento pesi. Invece, partito pittore, era tornato anche scultore. E mi fece vedere riproduzioni di teste, con certi nasoni, ma tutte ugualmente tristi. Con lui entrò nel branco un fantasma che appariva e spariva quando meno te lo aspetti. Quasi mai parlava d’arte, ma quasi sempre ripeteva l’invito a bagnarsi il becco. Poi, come nebbia, si dileguò non senza prima chiedere dove poteva collocare le sculture. Al Caffè lasciò un rotolo di quei suoi disegni eseguiti con un solo segno di matita azzurra che nessuno mai ritirò. Dedo diceva che su quella carta ci si lavorava bene, ma probabilmente erano gli stessi che a Parigi nessuno voleva e che lui, per protesta, appendeva nelle pubbliche latrine per l’uso deputato”.

Ma sul “Figlio delle stelle” i pareri dei suoi amici pittori non erano proprio favorevoli.
“Quella di Dedo non è certo stata un’arte facile. C’è chi la vuole l’espressione raffinata di uno spirito colto e chi il prodotto greggio d’una mente sconvolta in un corpo malato. La vita di Amedeo fu una tragica vita e la sua arte – dimenticando l’interessato baccano affaristico che subito s’imbastì e si sviluppò dopo la sua fine – è una manifestazione eccezionale per molti versi ammirabile e umana, ma che non può avere un seguito senza sciuparsi. L’unica cosa che posso dirle è che non piaceva al mio carissimo amico Gino Romiti. Trovava quei disegni brutti, al di fuori della realtà”.

PLINIO NOMELLINI

Lei ha conosciuto anche Plinio Nomellini?
“Quello che la gente non sa di Plinio è che oltre a essere un eccellente pittore era anche un ottimo scrittore. Come pittore amava il sole e grazie a lui il colore da sorda materia diventava luminosa e gioiosa bellezza. Nel 1928 tornò da Capri con due valigioni pieni di dipinti su cartone, legno e tela. Ebbene su quei pezzi c’era veramente il sole, tutto il sole abbacinante di Capri. Io, Vinzio e Ulvi Liegi gli dicemmo: “Bello eh” e lui rispose: “Già, già, non c’è male. Ma come scrittore è altrettanto bravo. Lui sa tutto di tutti. Piglia la penna, strizza gli occhi e pigia scrivendo che pare incida. Con quel suo stile sonante fissa il pensiero con un’efficacia straordinaria. Il suo periodare è tutto connesso e certe cose non si possono dire con meno parole. In una mattinata allietata dal sole d’inverno, in piazza San Marco, in compagnia di Signorini, questi mi accennò un ometto che, seduto su di una panchina, si scalducciava come un povero senzatetto: “Vedi, ma non lo fissar tanto che lui non abbia a riconoscermi – disse Signorini – quello è Serafino da Tivoli, ritornato povero e quasi cieco da Parigi e che ora vive di aiuti. Se mi vedesse rimarrei male perché non saprei dargli nulla”.

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LO SCRITTORE
Amico di Modigliani, Romiti, Natali, Cafiero Filippelli e Giovanni Zannacchini, Razzaguta è l’autore di tre volumi: “Virtù degli artisti labronici”, “Livorno nostra” e “Cacciucchesca”.

Da “Il punto dei 4 nasi” di Giorgio Fontanelli.
Se Livorno cerca una possibile leggenda un poeta, Gastone Razzaguta, già l’ha preparata nel suo indimenticabile “Livorno Nostra”, quando ancora le quattro figure bronzee sfollate altrove per la salvaguardia dai bombardamenti non erano state ricollocate e il basamento era vuoto.

“Dove siete? Ognuno di voi guardava un differente punto cardinale e vedeva differenti cose e sempre quelle. Morgiano il giovane non fissava che il cielo, eppure il sole mai l’abbacinò. Melioco, il più vecchio, coi molti anni e le rughe, guardava il cantiere e vide tutti i suoi vari. Gli altri due mai più videro il mare, voltati alla terra. Erano le apparenze queste, ma quando nessuno era intorno a voi, nelle notti senza luna, il prodigio si compiva e voi, girando la testa, guardavi e vi parlavi. E forse chissà che il portento non arrivasse a liberarvi dalle catene e, sceso lo scalino e sgranchite le membra, chissà che, neri come la notte buia, non andavi come una volta assieme, medesima famiglia venuta da Algeri. In quelle vostre girate nascoste, lungo la Darsena e lo Scalo Regio, voi consideravi le cose degli umani traendone gli oroscopi secondo la magica usanza della gente negra. E voi uomini di bronzo penetravi allora nell’avvenire degli uomini vivi, pieni soltanto di vuote speranze. Poi, come nelle fole dei fantasmi, il primo baluginare dell’aurora vi rimetteva in catene”.

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