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Arte antisovranista e rigurgiti identitari: le mostre come strumento per scompaginare miti feticistici e autoreferenzialità

di Francesca Cagianelli

Un tantino stalkerizzati da certe campagne-stampa finalizzate al rigurgito identitario, tipo compleanni, anniversari, ecc., ecc., ci volgiamo laicamente all’istanza di nuove strategie espositive, e amiamo farlo nell’occasione della mostra fortemente voluta, tenacemente pensata, faticosamente e ambiziosamente realizzata, nel più totale ostracismo al ripiegamento emozionale verso l’aneddoto autobiografico, ovvero L’incanto di Medusa: Charles Doudelet, il più geniale interprete di Maeterlinck tra il Belgio e la Toscana.
Vi presentiamo dunque, con augurale e provocatorio intendimento, una brevissima riflessione sulla Livorno europea di Doudelet, quella che Modigliani non riuscì a percepire.
Periferica ma non provinciale, vibrante di dannunzianesimo e spavaldamente Belle Epoque nel segno della sharade di Leonetto Cappiello, protesa eroicamente verso le avanguardie francesi, iberiche e sopratutto nordiche, come da tempo si è dimostrato, battagliera e rivoluzionaria, la Livorno cui Modigliani volta le spalle nel 1903, con il comporto dei successivi soggiorni estivi, alla volta, prima di Venezia e quindi di Parigi, nascondeva in realtà destini europei.
Vi si era affacciato forse già dal 1900, sicuramente entro il 1905, Carlo Böcklin, figlio del geniale Arnold, protagonista esclusivo e indiscusso del simbolismo svizzero, che aveva stretto amicizia con Gino Romiti, trasmettendogli tutto lo sturm und drang tipico delle brume nordiche, mentre Romolo Romani, l’espressionista milanese scomparso prematuramente e destinato a catalizzare umori secessionisti, aveva solidarizzato a tal punto con Benvenuto Benvenuti da donargli alcuni splendide testimonianze della sua internazionale verve caricaturale.
Un cenacolo, quello consolidatosi nella Livorno primonovecentesca, ormai storicizzato sotto la sigla dello storico Caffè Bardi, che anche un intellettuale quale Valentino Piccoli rievocava nel 1927 sulle pagine del Telegrafo, attraverso “lo sguardo buono, sognante” di Vittore Grubicy, che per primo gli parlò di Livorno “come d’un singolare centro d’arte: raccolto ma intenso, solitario ma audace”, e al fianco del quale il dannunziano Enrico Cavacchioli aveva trascorso la sua eversiva giovinezza letteraria proprio nel 1903.
Una Livorno dunque candidata a interloquire con l’intellighenzia italiana, dalla quale lo stesso Charles Doudelet rimase letteralmente stregato visto che, giuntovi nel 1908, doveva restarvi fino al 1923, diffondendovi bagliori di esoterismo.
E se prima della partenza di Modigliani da Livorno Romiti aveva già ideato i suoi capolavori simbolisti, in primis quell’Armonia di suoni esposta alla Biennale di Venezia del 1903 che dialogava ambiziosamente con i padri dell’esoterismo internazionale, in particolare Jean Delville, così come Benvenuto Benvenuti aveva già avviato la sua ricognizione sugli stilemi decorativi della Secessione viennese e dell’Art Nouveu belga, resta da capire come tale densità e prolificità di destini creativi non venne percepita da Modigliani che tra tutti scelse solo la continuità affettiva e spirituale con Oscar Ghiglia, mentre Doudelet doveva optare per un sodalizio indelebile oltre che con lo stesso Romiti, soprattutto con l’audace ed alchemico Gabriele Gabrielli e l’emancipato Benvenuti.
Non resta quindi che rileggersi – invito caldamente esteso a tutti coloro che indulgono nelle solite agiografiche e consolatorie letture storiografiche – quella mirabile monografia firmata da Doudelet sull’opera benvenutiana e constatare come il “turbamento” sottesi ai suoi solitari paesaggi, scaturito da “un brivido nato quando di notte un dito si posa per un istante sul vetro della finestra” fosse percepito dal finissimo orecchio, peraltro aduso al silenzio, del maestro di Gand, mentre doveva fatalmente sfuggire a Modigliani, inebriato dall’assordante frastuono di Montmartre.
Doveroso quindi augurare di procedere d’ora in avanti a una rilettura del territorio al di là dei miti feticistici della solita storia dell’arte consacrata, e anziché indulgere nell’ormai sondata vicenda delle celebrazioni montmartrois, addentrarsi invece nelle ignote brume nordiche del maestro di Gand, e quindi perdere la rotta per incamminarsi finalmente verso quella sospensione e quel turbamento che secondo Doudelet costituiscono l’interruzione fatale rispetto all’imbecillità del quotidiano.

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La sfida dei media

di Francesca Cagianelli

Inauguratasi giovedì 28 novembre 2019 alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, la mostra L’incanto di Medusa: Charles Doudelet, il più geniale interprete di Maeterlinck tra il Belgio e la Toscana, promossa dal Comune di Collesalvetti, ideata e curata da Francesca Cagianelli (fino al 12 marzo 2020, tutti i giovedì, ore 15,50-18,30), in collaborazione con Fondazione Livorno, già ampiamente pubblicizzata in Toscana, punta ora all’attenzione della stampa nazionale.
Presieduta da un Comitato Scientifico composto da Giuseppe Argentieri, Maurice Culot, Francesca Cagianelli, Dario Matteoni, William Pesson, la mostra, la prima in assoluto realizzata in Italia, intitolata ad uno dei più prestigiosi maestri del Simbolismo belga, si presenta a tutti gli effetti di calibro internazionale.
Autrice della prima monografia esistente dell’artista, dal titolo Charles Doudelet, pittore, incisore e critico d’arte. Dal “Leonardo” a “L’Eroica”, pubblicata nel 2009 dall’editore Leo S. Olschki con il Patrocinio dei Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique, Francesca Cagianelli è l’antesignana della riscoperta e valorizzazione della straordinaria personalità di Doudelet in Italia, avendo reso noti per la prima volta alcuni esemplari del ciclo di litografie realizzate all’alba degli anni Venti, una tiratura delle quali è conservata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, oggi esposte per la prima volta in anteprima alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, nonché le lettere del maestro belga indirizzate all’amico Benvenuto Benvenuti, conservate presso il MART, Rovereto (Archivio del ‘900, Fondo Grubicy-Benvenuti), preziosa miniera di informazioni quest’ultime relativamente alla vicenda creativa di tali splendide incisioni, corredate di aforismi di registro religioso ed esoterico.
A troneggiare nella mostra l’inedito e monumentale pannello decorativo (uno dei quattro capolavori pittorici di Doudelet conservati in Italia), Idillio Troubadour (1908-1912), con ogni probabilità proveniente da Villa Medusa, regale, quanto misteriosa residenza antignanese del maestro belga (Livorno, via Fraschetti, n. 13, ora 15), e quindi, al momento del ritorno dell’artista in Belgio, lasciato in deposito presso l’amico Benvenuti, residente anch’egli ad Antignano e protagonista del cenacolo divisionista livornese, non a caso nominato nel 1920 erede testamentario di Vittore Grubicy de Dragon.
A fianco di tale straordinario episodio decorativo, sarà possibile ammirare l’evocativa e poderosa tiratura bronzea della scultura di Doudelet, Ritratto maschile, rarissima testimonianza del cimento plastico dell’artista belga formatosi nell’atelier di Constantin Meunier, opera esposta anch’essa, come del resto tutte le altre presenti in mostra, in anteprima assoluta alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, il cui esemplare in gesso è conservato presso Fondazione Livorno (dono Famiglia Argentieri).
Ed è proprio la raffinata ed enigmatica carta intestata ideata dal maestro di Gand per la dimora labronica, raffigurante un’algida creatura degli abissi, avvolta da scintillanti conchiglie e fluttuanti meduse, che si è voluto eleggere quale idea guida di una mostra che punta, come vedremo, a ricongiungere la carriera franco-belga di Doudelet con gli assai meno sondati destini italiani.
Ed ecco che sulle pagine de “Le Reveil”, rivista belga attorno alla quale doveva stringersi quel sodalizio internazionale coordinato da Maurice Materlinck, riscosse infatti particolare entusiasmo l’Antithée, capolavoro pittorico presentato da Doudelet al Salon di Bruxelles del 1893 e incoronato quale icona simbolista (S. Hixe, Chronique Artistique. Le Salon de Bruxelles, in “Le Reveil”, n. 10, a. III, ottobre 1893), visto che “questa donna dagli occhi verdi”, immersa nella natura sottomarina sembra ostentare agli occhi di un pubblico immaginario quel “sogno triste”, in altre parole quel “cauchemar” la cui intensità emotiva, ancora oggi rende attualissima ed estremamente coinvolgente l’opera di Doudelet, sospesa tra l’ambizione della scienza e l’abisso della rêverie.
Non è un caso che proprio l’Antithée, prescelto in virtù del suo eccezionale successo come modello per l’ideazione di uno splendido disegno a china, poi utilizzato come illustrazione per la raccolta poetica Claribella di Pol de Mont, ossessionasse a tal punto la fantasia dell’artista da indurlo, una volta approdato in Italia, a recuperarne l’effige per immortalare l’incanto di Villa Medusa.
Notissimo e apprezzato unanimemente dalla storiografia artistica europea in qualità di massimo interprete del poeta belga Maurice Maeterlinck, di cui illustrò numerose raccolte poetiche e drammi teatrali, a partire dal caposaldo de Les douze chansons (1896), per finire con Pelleas e Melisenda (versione italiana di Carlo Bandini, Spoleto 1922), Doudelet si impose nell’ambito delle più prestigiose rassegne espositive tra il Belgio e l’Italia, dal Salon de XX al Salon de La Libre Esthétique di Bruxelles, dall’Esposizione Internazionale del Sempione di Milano del 1906 all’Esposizione Internazionale di Venezia del 1922.
Pressochè ignota all’epoca della pubblicazione della monografia del 2009, se si eccettua il contributo di Sabine Leten (Memoires de Licence, 1978-1979), la stagione italiana di Doudelet, in ordine di successione cronologica, fiorentina, livornese, umbra e romana, protrattasi con l’eccezione di alcuni intervalli per oltre 20 anni, torna con questa mostra prepotentemente alla ribalta attraverso i più significativi capitoli biografici del maestro di Gand affrontati nel catalogo della mostra, quali la partecipazione strategica all’Esposizione di Bianco e Nero a Roma del 1902, primissima apparizione sul palcoscenico romano, seguita dalle ormai note esposizioni romane del 1916 e 1917; la collaborazione strategica con “L’Eroica”, l’importante rivista spezzina diretta da Ettore Cozzani, di cui verrà esposto in mostra il magnifico esemplare del 1916-1917 dedicato alla Romania, curato da Carla Cadorna, Elena Bacaloglu e dallo stesso Doudelet; e, ancora, le relazioni illustri coltivate a Firenze nei circuiti del “Leonardo” e di “Hermes” in primis con Adolfo De Carolis, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini; infine il radicamento esistenziale in suolo livornese, dove da Villa Medusa sovrintenderà alle sorti del Caffè Bardi e coordinerà, con la complicità di Benvenuto Benvenuti, l’elitario circuito culturale antignanese, frequentato tra gli altri da Angelo Conti, Paolo Fabbrini, Aleardo Kutufà, Anna Franchi, Ettore Serra, Gustavo Pierotti Della Sanguigna.
Sbocciano anche nel presente catalogo, come già nella monografia del 2009, preziose acquisizioni scientifiche quali la lettera inedita inviata nel 1915 all’erudito livornese Pietro Vigo, ritrovata nel Fondo Pietro Vigo (Livorno, Biblioteca Labronica) e pubblicata con riferimento alle precedenti scoperte relative alla vicenda della lussuosa edizione della Flora Dantesca, curata dal tipografo Guido Chiappini, promossa a beneficio della Croce Rossa Italiana e sotto il Patronato della Regina Margherita; quindi le due lettere inviate nello stesso 1915 ad Augusto Guido Bianchi, giornalista del “Corriere della Sera” (Biblioteca Braidense di Milano), finalizzate alla trasmissione, attraverso Parigi, alla Stamperia Gondrau, di una missiva e di un album all’indirizzo di Paul Ollendorff, noto editore francese le cui sorti si intrecciano a letterati del calibro di Guy de Maupassant, Octave Mirbeau, Paul Adam, Jules Renard.
La mostra colligiana, concepita in omaggio a uno dei più significativi esponenti del simbolismo internazionale, maestro conclamato della xilografia e della litografia, tanto da essere incoronato da Luigi Servolini tra i più illustri protagonisti del rinnovamento grafico in Europa, punta dunque a restituire a Doudelet l’identità di un personaggio di eccellenza del nostro territorio.
Nell’ambito del percorso espositivo saranno presentate in bacheca le seguenti edizioni illustrate: Maurice Maeterlinck, Dodici canzoni illustrate da Charles Doudelet, traduzione poetica di Emma C. Cagli, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore 1909; La Guerre et la Paix, 18 Lithographies et texte par Charles Doudelet, dédié à mon ami et compatriote Maurice Maeterlinck, Imprimérie G. Chiappini, Livourne, II° edizione Imprimérie Lithographique Gino Baldi, Livourne (Italie), septembre 1914 (III° edizione, septembre 1918); Maurice Maeterlinck, Pelleas e Melisenda, versione italiana di Carlo Bandini, xilografie disegnate ed incise da Charles Doudelet, Claudio Argentieri, Edizioni d’Arte, Spoleto 1922; Fioretti di Sancto Francesco, illustrazione originale di Carlo Doudelet, Editore Claudio Argentieri, Stamperia Campitelli, Foligno 1923,.
Si tratta di veri capolavori dell’editoria illustrata italiana, ciascuno dei quali costituirà l’occasione per incontri didattici dedicati, durante i quali i visitatori potranno selezionare e fotografare le illustrazioni più apprezzate, come souvenir della mostra.

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Quel solco tra storia e leggenda…

Da oltre 13 anni radicati e attivissimi sul territorio livornese, primi ed unici ad aver firmato la storicizzazione del Caffè Bardi, primi ed unici ad aver finalmente monografato tanti livornesi sfuggiti alle maglie della verità, siamo orgogliosi di pubblicare questa terza intervista “impossibile” curata da Alberto Gavazzeni, certi di offrire un’occasione unica per il nostro pubblico di soppesare quel solco fatale tra storia e leggenda che da sempre rende la storia dell’arte livornese sgusciante e avvincente come i polpi della Cacciucchesca razzagutiana….

INTERVISTA SEMI SERIA E QUASI FANTASTICA A GASTONE RAZZAGUTA
Pittore, critico, scrittore, “mediocre che ama la mediocrità”.
Livorno, 19 marzo 1890 – Livorno, 9 dicembre 1950

di Alberto Gavazzeni

I POST MACCHIAIOLI
di Beppe Leonardini
Fra ‘post, poi, ciàbbiamo Zannacchini,
Manaresi, Natali, Michelozzi,
per fa’ le cari’ature c’è Landozzi
e per fa’ la ‘ampagna, r’Nomellini

Poi c’è March, c’è Bois, c’è Salvini
E quei geniali, prestigiosi abbozzi
(che lì per lì sembravan tanto rozzi)
‘he facevan Tosenga (Razzaguta) e Servolini…

Per trovare Gastone Razzaguta fuori dalla sua casa di via Pietro Paoli, dove ormai da tanti anni accudisce alla vecchia madre e a un’anziana zia, esistono due possibilità: andare a scovarlo nel suo ufficio alla Stazione di San Marco, dove è capo-contabile delle Ferrovie, o recarsi al Caffè Bardi, in piazza Cavour, con la speranza di trovarlo con qualcuno dei suoi amici pittori a cui ha fatto da mentore e spirito-guida per tanti anni.
Perché Gastone Razzaguta, che coltiva, da autodidatta, un sicuro temperamento artistico indirizzato verso la figurazione e, più tardi, verso la letteratura, è amico e fan-sostenitore dei pittori labronici.

***
Non ci si può sbagliare: quel dandy che mi sta venendo incontro in piazza Cavour, giacca nera e pantaloni grigio ferro, camicia bianca con il collo alto alla francese, mocassini neri, cravatta in tinta con l’abito, guanti di pecari e il suo eterno “Borsalino”(quello da città, grigio con larga fascia bianca) è proprio “Guta” o “Tosenga”, come lo ha soprannominato Beppe Leonardini per via di alcuni racconti autobiografici raccolti in “Cacciucchesca”, l’ultima fatica letteraria di un uomo davvero poliedrico, ma con l’animo sempre macerato da una vena di tristezza.

L’UOMO
Nato il 19 marzo 1890 e morto il 9 dicembre 1950 per le conseguenze di un’epatite, Gastone Razzaguta era capo gestione delle Ferrovie dello Stato. Scrittore, pittore, critico d’arte, abitava con due anziane parenti. Durante la seconda guerra mondiale decise di non sfollare dalla sua casa di via Paoli, malgrado i massicci bombardamenti aerei degli americani.

Come mai?
“Io non avevo dichiarato guerra a nessuno. E nessuno mi aveva dichiarato guerra”.

IL PITTORE
Dotato di sagace capacità di analisi psicologica, Razzaguta esprime nel disegno caricaturale l’intimo carattere delle persone più che riproporne la somiglianza esteriore. Tutta la sua produzione figurativa e pittorica, e poi ancor più quella letteraria, è permeata di un grande sentimento di nostalgia e di amore per la sua città, rivelandosi in ciò straordinario e fascinoso interprete del vario carattere livornese, soprattutto di quel popolare e pittoresco umore che connotava allora Livorno, che fu indubbiamente la più grande passione di Razzaguta, da lui vissuta considerandosi al di fuori del proprio tempo. Di questa straordinaria capacità di evocazione salmastra e picaresca sono testimonianza la sua produzione pittorica, invero limitatissima (forse meno di trenta opere) e la più copiosa produzione grafica, contrassegnata da un limpido tratto essenziale, mentre nelle opere pittoriche il colore è senza chiaroscuro, tenuto sotto una velatura e «adoperato come un pretesto».

Di lei si conoscono solo poche opere. Perché?
“Quelli che amavo erano soggetti, a parte le caricature, troppo legati alla mia vena pessimistica. Oltre a tutto non mi sembravano un granché malgrado la critica mi fosse favorevole. Così ho preferito valorizzare le opere di altri frequentatori del Caffè Bardi perché li ritenevo più in gamba di me”.

Quando ha iniziato a esporre?
“Ho fatto la prima mostra a Treviso nel 1912. Oggetto della mia pittura è la rappresentazione del dramma quotidiano del vivere, in una visione grottesca e laida. Sono sempre stato attratto dalle figure dolenti e reiette, avanzi di un’umanità derelitta, avvilita dalla miseria, abbrutita dal vizio, facile alla violenza. Ecco perché ho disegnato spesso e volentieri i lavoratori del porto, i risi’atori, gli zavorranti, i facchini, i navicellai. Ho scelto il reale e ho fissato sulla carta o sulla tela le loro facce sconvolte dall’odio, le loro risse che spesso finivano con l’accoltellato o il morto”.

IL CAFFE’ BARDI
Sempre molto critico con sé stesso (“Io sono un mediocre che odia la mediocrità”) si avvicina timidamente al Caffè Bardi, ma poi ne diventa ben presto una delle figure più vivaci, attivissimo promotore di iniziative espositive, sostenitore di polemiche giornalistiche, spendendosi generosamente e sempre benevolo con l’arte degli amici.

Mi può raccontare di un luogo ormai passato alla storia?
“Chi entrava nel Caffè in una qualunque serata d’inverno guardando a sinistra e girando prudentemente al largo poteva sedersi e chiedere: “Chi è quel grassetto con i capelli lunghi, il pizzo e i baffi neri come gli occhi e che parla con tanta facondia? E’ il pittore Gino Romiti. E quello con il viso scavato, gli occhi a palla sgusciati, il labbro inferiore sporgente, i capelli grigi, e che pende un po’ da una parte? E’ il pittore Renato Natali. E quel secco tutt’occhi felini e orecchi, con il berretto alla marsigliese? E’ Benvenuto Benvenuti. E l’altro, con le mascelle quadre, le bozze frontali prominenti, i sopraccigli a accento circonflesso e i capelli segosi? E’ il pittore Corrado Michelozzi. E quello allampanato con la testa tonda, baffi e pizzo radi, lungo naso acceso con le spalle ad attaccapanni? E’ il pittore Mario Puccini. E l’altro, pure lungo e secco con gli occhi neri e la boccuccia? E’ lo scultore Umberto Fioravanti. E ancora Manlio Martinelli con il viso tondo e glabro. Quello magro con i muscoli da scaricatore e il vocione è il pittore Ettore Castaldi. E il tipo elegante e inappuntabile con le ghette, canna con pomolo d’avorio, cravattone-cammeo è il letterato Mario Tinti. Poi i pittori Giulio Ghelarducci e Gino Schendi, i poeti Gustavo Pierotti della Sanguigna e Gualberto Catani, il dottor Guido Vivarelli, redattore capo del giornale degli artisti, il poeta Giosuè Borsi, il fotografo Bruno Miniati, l’architetto Mario Pieri-Nerli. Infine quella bella testa beethoveniana con folti e candidi capelli: appartiene al maestro Edoardo Aromatari, un concertista celebre e decaduto a suonare nei cinematografi”.

Ma che ci facevate in un gruppo così folto?
“Lì si riuniva tutta la Livorno artistica e si discuteva di mostre, colori, scultura, musica, cinema”.

Anche lei ha contribuito a “decorare” il Caffè Bardi?
“Per la saletta interna ho realizzato nel 1914 il pannello “L’offerta del caffè” che si è aggiunto a quelli di Puccini, Romiti, Olinto Ghilardi, Natali, Corrado Michelozzi, Umberto Fioravanti, Benvenuto Benvenuti e Giulio Ghelarducci”.

IL GRUPPO LABRONICO
La morte del pittore Mario Puccini, il 18 giugno 1920, all’Ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, suscitò profonda emozione nel gruppo dei più giovani colleghi che avevano animato con lui gli anni del Caffè Bardi. Il desiderio di onorarne la memoria e di farlo seppellire nel Famedio di Montenero provoca una polemica scissione nella Federazione Artistica Livornese e spinge i “pucciniani” a costituire il Cenacolo “Mario Puccini” e poi il “Gruppo Labronico”.

Come è nato il Gruppo Labronico?
“Sono stato uno dei soci fondatori. Ci siamo riuniti il 15 luglio 1920 nello studio di Gino Romiti: erano presenti oltre a me e a Gino, Adriano Baracchini-Caputi, Tito Cavagnaro, Gino Cipriani, Goffredo Cognetti, Beppe Guzzi, Giovanni March, Corrado Michelozzi, Renato Natali, Renuccio Renucci, Carlo Romanelli, Ferruccio Rontini, Cesare Tarrini, Alberto Zampieri e Giovanni Zannacchini”.

Le fonti dicono che fu proprio lei a suggerire la nascita del Gruppo Labronico?
“Sì, è vero. Sono stato io a proporre il nome che venne subito accettato. Poi, per acclamazione, eleggemmo come segretario Adriano Caputi che, a quanto mi risulta, hanno finalmente riscoperto visto che nel tuo 2019 gli hanno allestito una mostra a Collesalvetti. Nel 1921 gli subentrai nel ruolo di segretario e mi sono sorbito questa carica per 30 anni”.

IL “NIENTE DA DAZIO”
Lei per tre anni ha collaborato al settimanale satirico “Niente da Dazio” che, dal 1909 al 1913, rappresentò la vocazione alla mondanità della branca del Caffè Bardi. Come mai firmava le sue caricature come “Miss Polpetto” e perchè ha smesso prima della chiusura definitiva del settimanale?
“In realtà avrei voluto firmarle come “Miss Polpetta… ma poi… Il Polpo è un animale curioso e, al femminile, ancora di più. Miss Polpetto è stata una scelta dettata anche dalla varietà delle vignette che ero chiamato a disegnare. Poi Guido Vivarelli, il redattore capo, mi convinse a non firmarle più perché avevano avuto dei grossi problemi con la Scuola di scherma e con certi politici. Come vede ogni epoca ha i suoi permalosi. La richiesta mi convinse comunque ad abbandonare un settore che mi divertiva; ho voluto evitare di danneggiare la pubblicazione. Ricordo che la mia ultima vignetta, quella sugli schermidori, non l’ho nemmeno firmata”.
Da un “Niente da Dazio” del 1913: “Un pupazzetto non è un a “fondo” – scrive Vivarelli – ma presentando il maestro Arturo Gereschi, il signor Fernando Cavallini e il signor Mario Senese-Santoponte, è necessario procedere con una certa cautela, giacché con schermidori di tal fatta è bene… stare in guardia. Così se miss Polpetto ha pupazzettato i tre valenti schermidori lo ha fatto oltre che con la punta del lapis anche con la punta…. d’arresto per non trovarsi in qualche guaio. Noi useremo le stesse precauzioni nel parlare di una festa all’Accademia di Scherma che, indetta per festeggiare le recenti brillanti vittorie di Cavallini a Roma e di Senese e Santopadre a Vienna, si svolse lunedì sera nella splendida sede del Circolo che il maestro Gereschi dirige. Vasto ed elegante il pubblico intervenuto. Animati gli assalti: in ultimo gli invitati si fecero un dovere a dare l’assalto a un eccellente buffet e specialmente alla squisita gelateria preparata dal signor Gino Lunardi. I gelati avrebbero dovuto dire “toccato”, se non lo fecero non è proprio colpa degli invitati”.

Ma ha continuato a dipingere?
“Chiusa l’esperienza al “Niente da Dazio” nel 1913 esposi a Napoli “La rissa” e l’anno dopo a Roma all’Esposizione Nazionale di BB. AA ho presentato tre disegni acquerellati (“Trittico dei violenti”, “Bòtte” e “Dopo la rissa”) che suscitarono grande interesse e che ottennero l’attenzione di critici importanti. Nel 1922 ho esposto a “La Fiorentina Primaverile”; nel 1924 alla XIV Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia l’opera “Malinconia” con Lorenzo Viani, Aldo Carpi, Giorgio De Chirico e Libero Andreotti”.

LA CASA DELL’ARTE
Lei è stato il propugnatore della nascita della Casa dell’Arte?
“In questa nostra Livorno gli artisti non dispongono di luoghi di ritrovo, a parte qualche cantuccio affumicato nei caffè dove per il chiasso di ben altre discussioni troppo affaristiche, sono impossibilitati a comunicarsi le proprie idee e i propri sogni d’arte. Serviva una casa dove riunirsi in un’atmosfera stimolante. Spinto dal desiderio di tanti pubblicai sul “Telegrafo” del 14 aprile 1919 un appello a tutti gli artisti livornesi per la costruzione di una Casa dell’Arte. Appoggiato dal direttore stesso del giornale iniziò un movimento che presto raccolse gli artisti al completo e le più influenti autorità cittadine. L’ing. Alberto Barone, capo del Genio Civile, preparò un progetto per la trasformazione del Cisternino, inutile esempio di buona architettura del Poccianti. Il Comune lo avrebbe ceduto agli artisti per il loro ritrovo e per le mostre d’arte”.

Come mai tutto naufragò?
Soldi ce ne volevano tanti, ma la cosa non destava eccessive preoccupazioni perché erano tante le persone interessate alla realizzazione. Il Podestà di Livorno, l’avv. Aleardo Campana, aveva preso nelle sue mani il timone delle operazioni e tutto sembrava ormai deciso tanto che io mi sentivo perseguitato dalla riconoscenza degli artisti. Ma poi, per uno di quei fenomeni illogici, a poco a poco la cosa si raffreddò, andò per le lunghe e, malgrado tutti i tentativi, restò progetto”.

RENATO NATALI
Lei era molto amico del Natali che la invitò più volte a raggiungerlo a Parigi.
“Quando lo conobbi il Natali lavorava poco o nulla e trovava un sacco di scuse per giustificarsi. Una volta era il tempo troppo bello e la volta dopo quello troppo brutto; oppure faceva troppo caldo o troppo freddo. Per rifinire un bozzettino non gli bastavano due mesi. Allora produceva dei disegni colorati all’acquarello o verniciati; oppure delle piccole cose a olio nelle quali illustrava la vecchia Livorno coi fanali a gas, le carrozzelle o angoli del suo giardino. Oggi quel Natali col contagocce è solo un ricordo dei suoi compagni di giovinezza. Quando lo vedo al cavalletto con la sua indiavolata fantasia realizzare velocemente vaste composizioni dimentico anch’io quel suo primo tempo pieno di scuse magre e di poco lavoro. Nella pittura livornese Natali ha un ruolo inconfondibile e, per quanto ancora illustri la sua vecchia città, la colorazione fonda e corrusca e le scene spesso drammatiche portano in evidenza le capacità di un artista unico nel suo genere”.

AMEDEO MODIGLIANI
E di Dedo cosa mi racconta?
“Era un giorno d’estate del 1916 quando tornò a Livorno da Parigi. Non era più quel giovinetto compito e disciplinato che frequentava la scuola di Guglielmo Micheli e che amava disegnare più che dipingere. Aveva il viso tondeggiante, la testa rapata come quella di un evaso, sì e no coperta da un berretto a cui era stata tolta la visiera, giacchettina di tela e camicetta scollata, pantaloni tenuti su da una funicella legata alla vita e, ai piedi, le spardegne. Un altro paio di spardegne ciondolanti da una mano. Disse che era tornato a Livorno per amore della torta di ceci e di quelle economiche e comode calzature. Poi aggiunse: “Si beve?” e chiese un assenzio. Quella richiesta portò alla consumazione di un liquore sino ad allora ignorato. Si beve con certi bicchieri alti, coperti da un velo di zucchero, aspettando avidamente che la goccia d’acqua affumichi e sciolga il liquore.

Cosa sa delle sue pietre gettate nei fossi?
“Mangiata la torta di ceci, calzate le spardegne e bevuto l’assenzio, Dedo domandò di un capannone dove sapeva che, in via del Fante erano tenute le pietre per fare le strade lastricate; pensavamo a una qualche impresa urbanistica oppure a esercizi di sollevamento pesi. Invece, partito pittore, era tornato anche scultore. E mi fece vedere riproduzioni di teste, con certi nasoni, ma tutte ugualmente tristi. Con lui entrò nel branco un fantasma che appariva e spariva quando meno te lo aspetti. Quasi mai parlava d’arte, ma quasi sempre ripeteva l’invito a bagnarsi il becco. Poi, come nebbia, si dileguò non senza prima chiedere dove poteva collocare le sculture. Al Caffè lasciò un rotolo di quei suoi disegni eseguiti con un solo segno di matita azzurra che nessuno mai ritirò. Dedo diceva che su quella carta ci si lavorava bene, ma probabilmente erano gli stessi che a Parigi nessuno voleva e che lui, per protesta, appendeva nelle pubbliche latrine per l’uso deputato”.

Ma sul “Figlio delle stelle” i pareri dei suoi amici pittori non erano proprio favorevoli.
“Quella di Dedo non è certo stata un’arte facile. C’è chi la vuole l’espressione raffinata di uno spirito colto e chi il prodotto greggio d’una mente sconvolta in un corpo malato. La vita di Amedeo fu una tragica vita e la sua arte – dimenticando l’interessato baccano affaristico che subito s’imbastì e si sviluppò dopo la sua fine – è una manifestazione eccezionale per molti versi ammirabile e umana, ma che non può avere un seguito senza sciuparsi. L’unica cosa che posso dirle è che non piaceva al mio carissimo amico Gino Romiti. Trovava quei disegni brutti, al di fuori della realtà”.

PLINIO NOMELLINI

Lei ha conosciuto anche Plinio Nomellini?
“Quello che la gente non sa di Plinio è che oltre a essere un eccellente pittore era anche un ottimo scrittore. Come pittore amava il sole e grazie a lui il colore da sorda materia diventava luminosa e gioiosa bellezza. Nel 1928 tornò da Capri con due valigioni pieni di dipinti su cartone, legno e tela. Ebbene su quei pezzi c’era veramente il sole, tutto il sole abbacinante di Capri. Io, Vinzio e Ulvi Liegi gli dicemmo: “Bello eh” e lui rispose: “Già, già, non c’è male. Ma come scrittore è altrettanto bravo. Lui sa tutto di tutti. Piglia la penna, strizza gli occhi e pigia scrivendo che pare incida. Con quel suo stile sonante fissa il pensiero con un’efficacia straordinaria. Il suo periodare è tutto connesso e certe cose non si possono dire con meno parole. In una mattinata allietata dal sole d’inverno, in piazza San Marco, in compagnia di Signorini, questi mi accennò un ometto che, seduto su di una panchina, si scalducciava come un povero senzatetto: “Vedi, ma non lo fissar tanto che lui non abbia a riconoscermi – disse Signorini – quello è Serafino da Tivoli, ritornato povero e quasi cieco da Parigi e che ora vive di aiuti. Se mi vedesse rimarrei male perché non saprei dargli nulla”.

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LO SCRITTORE
Amico di Modigliani, Romiti, Natali, Cafiero Filippelli e Giovanni Zannacchini, Razzaguta è l’autore di tre volumi: “Virtù degli artisti labronici”, “Livorno nostra” e “Cacciucchesca”.

Da “Il punto dei 4 nasi” di Giorgio Fontanelli.
Se Livorno cerca una possibile leggenda un poeta, Gastone Razzaguta, già l’ha preparata nel suo indimenticabile “Livorno Nostra”, quando ancora le quattro figure bronzee sfollate altrove per la salvaguardia dai bombardamenti non erano state ricollocate e il basamento era vuoto.

“Dove siete? Ognuno di voi guardava un differente punto cardinale e vedeva differenti cose e sempre quelle. Morgiano il giovane non fissava che il cielo, eppure il sole mai l’abbacinò. Melioco, il più vecchio, coi molti anni e le rughe, guardava il cantiere e vide tutti i suoi vari. Gli altri due mai più videro il mare, voltati alla terra. Erano le apparenze queste, ma quando nessuno era intorno a voi, nelle notti senza luna, il prodigio si compiva e voi, girando la testa, guardavi e vi parlavi. E forse chissà che il portento non arrivasse a liberarvi dalle catene e, sceso lo scalino e sgranchite le membra, chissà che, neri come la notte buia, non andavi come una volta assieme, medesima famiglia venuta da Algeri. In quelle vostre girate nascoste, lungo la Darsena e lo Scalo Regio, voi consideravi le cose degli umani traendone gli oroscopi secondo la magica usanza della gente negra. E voi uomini di bronzo penetravi allora nell’avvenire degli uomini vivi, pieni soltanto di vuote speranze. Poi, come nelle fole dei fantasmi, il primo baluginare dell’aurora vi rimetteva in catene”.

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Con il brindisi ai 12 anni Archivi e Eventi rivendica il cambiamento della cultura cittadina

BEP, l’elegantone che frugava i misteri di Klimt
Ecco il brindisi di Archivi e Eventi

Giuseppe Maria del Chiappa, “l’elegante Beppino coi suoi biondi capelli crespi e la sua lunga affilata persona sempre inappuntabilmente vestita”, insomma “l’arbiter della “branca”, ha fatto centro.
Così “Archivi e Eventi” ha brindato ai suoi 12 anni con tantissimi amici, a partire da preziosi collaboratori, quali Federico Marri, musicologo e Francesca Luseroni, storica dell’arte, per arrivare a Luciano Barsotti, Presidente Fondazione Livorno Arte e Cultura, e ancora l’Avvocato Luciano Canepa, Gabriella Tani, Segretaria dell’Ordine degli Avvocati, Antonio Amato, direttore del Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato, Paolo Ciolli, chef e scrittore, Giancarlo Battaglia, scultore e fotografo, Beatrice Del Nero, erede del pittore Corrado Michelozzi, Fabrizio Pizzanelli, raffinato incisore ed erede dell’artista Ferruccio Pizzanelli, Sonia Salvini, esponente dell’Associazione “Arte Dinamica T 106”, la Professoressa Marianna Puz (Soprano), la Dottoressa Paola Priorelli, l’Ingegner Gilberto Puce, l’Ingegner Roberto Biondi, il Dott. Sandro Casini (medico) e Signora, il Dott. Riccardo Riccioni e Signora, il Generale Alfonso Napolitano e Signora.
Con Mario Bardi, erede della storica famiglia Bardi e con sua moglie Daniela Fedeli, generosi collaboratori dell’evento, Francesca Cagianelli ha festeggiato le tante scoperte realizzate sul campo nel corso di una pluriennale ricerca scientifica sempre pionieristica e votata alla valorizzazione dello storico caffè labronico.
Con Cristiana Grasso e Teresa Giannoni, attente giornaliste che da sempre hanno documentato le tappe di tale ricerca, con gli amici di Telegranducato e con il fotografo di sempre, Roberto Zucchi, Francesca Cagianelli, in qualità di Presidente di Archivi e Eventi, ha ricordato come anche grazie all’attività della sua Associazione il volto della cultura cittadina ha mutato indirizzo: da un postmacchiaiolismo omnicomprensivo a una capillare indagine di talenti dimenticati, tra i quali certamente Ecco che Giuseppe Maria del Chiappa, alias “Bep”, “romantico, sentimentale, sempre imbarcato in avventure”, sembra divenire una sorta di emblema dello stile dell’Associazione, senza contare che il suo “frugare più a lungo dentro al mirabolante scrigno dell’artificioso Klimt”, come ebbe a ricordare Gastone Razzaguta, riflette più di qualsiasi altra personalità, lo sguardo privilegiato verso l’internazionalità artistica da sempre adottato da “Archivi e Eventi”.
Stasera siete tutti invitati a vedere il servizio di Telegranducato durante il TG delle 20.30.

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