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Quando la Carica termina in Cortocircuito

di Francesca Cagianelli

In merito all’evento che ha ispirato l’infervorata titolazione de “La carica dei seicento” sulle pagine del Tirreno (forse mutuato da qualche probo comunicato propalato dall’entourage amministrativo), varie sono le questioni da puntualizzare.

La missione culturale di un’Amministrazione non deve a nostro avviso mirare all’avvento di disneylandiane “cariche” nei musei, bensì ad una innovativa strategia, non priva di consapevolezza manageriale, in grado di catalizzare flussi di pubblico il più trasversali possibili.

Non sono infatti i musei contenitori indifferenziati, equiparabili ad arene e padiglioni fieristici, anche se qualche strampalata iniziativa accolta di recente nel contesto museale di Villa Mimbelli – si parla rispettivamente del parco e della sede espositiva dei Granai – ha visto alternarsi dinosauri e biciclette d’antan.

E se è pur vero che l’annoso dibattito sull’utilizzo, anche non strettamente museale, delle sedi culturali ed espositive, punta sempre più convintamente verso una dimensione più imprenditoriale, certo non si potrà mai convenire nella trasformazione di tali sedi in padiglioni multiuso.

Convinti che ambiziosi traguardi in fatto di flussi di visitatori, peraltro ampiamente raggiunti in passato a Livorno – e si parla non certo di 600, ma di 60.000 – si possano toccare dignitosamente, senza cioè incorrere in tentazioni fieristiche, ecco che si consiglia di rifuggire dal ricorso a una carica – quella dei seicento – che inevitabilmente conduce al cortocircuito.

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BEFFA SENZA NUMERO 1/2/3/… ∞

di Francesca Cagianelli

Registriamo con soddisfazione che la Fondazione di Palazzo Blu annuncia per ottobre una mostra dedicata a Amedeo Modigliani, in collaborazione con il Beaubourg di Parigi.
Si attendono opere cruciali, provenienti dalle prestigiose collezioni di tale museo francese, così come da importanti raccolte private.
Già pregustiamo le scontate boutades mutuate dal vernacolo labronico, certamente inevitabili di fronte all’ennesima débâcle di Livorno rispetto all’amatissima Pisa, che oggi gli scippa quella che, forse con eccessiva enfasi, viene reputata la maggior gloria locale.
E se le battute non si sprecheranno, è tuttavia l’occasione per svolgere alcune riflessioni più responsabili sulla politica culturale livornese di quest’ultimo decennio, con riferimento alla promozione del proprio patrimonio artistico e alla programmazione di una rispettabile attività espositiva.
E’ innegabile che la legislatura cosimiana abbia rinunciato a una visibilità extra-moenia del polo espositivo di Villa Mimbelli.
L’unica occasione di respiro nazionale può stentoreamente rinvenirsi nella mostra dedicata a Giovanni Fattori, in coincidenza con il centenario, che tuttavia si è poi rivelata come un dimesso succedaneo rispetto a iniziative di ben altro calibro, realizzate in quegli stessi frangenti e con ben diversa potenzialità strategica, a Firenze e a Roma.
E se nel 2005, in apertura di legislatura, ovvero in occasione della mostra dedicata a Afro, era stata millantata una strategia sull’arte contemporanea volta a promuovere la riscoperta degli “idiomi del mondo” (citazione testuale dal discorso inaugurale di Alessandro Cosimi), scioltasi poi miserevolmente in un flusso di appena 2000 visitatori, contro i sessantamila gridati sulle pagine del Tirreno, non si ebbe neppure la coerenza, o forse il coraggio, di seguire quel percorso sulle avanguardie degli anni Cinquanta in Italia, con cui si bramava una discontinuità rispetto alla trascorsa stagione amministrativa.
Ci si è persi in una miriade di iniziative di microscopico cabotaggio che, tranne in rare occasioni, hanno mancato l’obiettivo di riportare Livorno al centro del calendario nazionale, fallendo anche nel più contenuto proposito di una valorizzazione della tradizione labronica.
Emblematico resta il caso della mostra dedicata al Gruppo Labronico, costruita senza un organico filo conduttore, se non quello della compiacenza verso un nucleo ristretto di collezioni private.
Non possiamo in conclusione dimenticare che, pubblicamente, il Sindaco Cosimi, all’inizio del suo mandato, aveva enfaticamente annunciato dal palco del Teatro Goldoni l’imminente organizzazione di una grande mostra dedicata a Modigliani: mai nessun annuncio fu più disatteso dai fatti.
Ancora una volta Modigliani sembra vendicarsi.

articolo pubblicato il 24 marzo 2014 in “Il Tirreno”

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Camino Camini

di Francesca Cagianelli
Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare

Jean Cocteau

In caso di stupidità il rischio è quello del contagio: si può cadere vittima della sindrome di Don Abbondio e della sua invocazione a Carneade, oppure si finisce coll’appellarsi alle infinite opzioni del correttore ortografico consentiteci dal nostro browser, fino a sondare, con un balzo di fantasia, bizzarre ipotesi generazionali, ed ecco che, nell’ordine di tali evenienze si esclama: “Camino Camini? Chi era costui?”, per poi attenersi a una più pragmatica risposta: “forse Canino, il compositore napoletano?” (ma no, non è del ‘400!); impossibile, ma allora? Ecco: “forse si tratta di un avo del Camino? Il Piemotese?”.

E se da tali sussulti di stupidità si riaffiora in un attimo, desolante è la consapevolezza che subentra: altro che refusi automatici o identità nascoste, Camino è semplicemente, lui stesso, il simbolo, eclatante, stupefacente, clamoroso,  della stupidità, o meglio del suo contagio.

Tale simbolo rifulge quale blasone tra le pagine di un recentissimo polpettone editoriale di oltre 400 pagine, ingombrato da una farraginosa commistione di proclami iperbolici e di pretese documentarie, di solipstici vaniloqui e di velleità inventariali, insomma un potpourri in stile guascone, rancido e insieme esilarante, comunque virulento per l’alto tasso di tossicità intellettuale.

All’afflizione di Cocteau in merito alla nuova stupidità del XX secolo subentra dunque nel XXI secolo lo sconforto del contagio: in tale minestrone infatti intingono le dita archivi prestigiosi, musei internazionali, pinacoteche civiche; senza contare l’impudenza di un colophon inutilmente farcito di collaborazioni scientifiche, editoriali, redazionali, ecc., ecc.

Tutti con la medesima responsabilità: il deragliamento della cultura contro Camino Camino.

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Storia dell’arte e giornalismo

di Francesca Cagianelli

La geografia delle pagine culturali ospitate dalle principali testate italiane sembra scivolare progressivamente nelle mani degli storici dell’arte, con l’effetto di una drastica riduzione delle pari opportunità per i diversi operatori culturali.

E se le recensioni firmate dagli addetti ai lavori hanno più frequentemente il pregio di una maggiore competenza linguistica e di un più solido supporto storiografico, in quanto a verità di bilancio critico spesso ci si arresta al di qua delle soglie di una corretta enunciazione di intendimenti e valutazioni.

Si avverte a chiare note come il messaggio nascosto non sfugga la tentazione strumentale fino alle soglie di una meneghina misticazione.

Il dato più ammorbante risiede non tanto in tale fisiologica distorsione esegetica, quanto nel riscontro del minino tasso di reattività da parte della compagine scientifica nazionale: latitano rettifiche e punti di vista alternativi, fino ad ingenerare in un pubblico forzatamente ignaro l’erronea sensazione di un balzano ecumenismo intellettuale.

L’obiettivo coincide con la ressa per la salvaguardia di un ormai vacillante monopolio scientifico, quello cioè di un manipolo di curatori, di volta in volta ancorati a logiche istituzionali, scientifiche e commerciali, spesso rischiosamente sovrapposte e interagenti al punto da oscurare fronti diversamente competivi.

Non stupisce che in virtù di tale perverso meccanismo siano proprio le più composite, anzi tromboniche, baronie, ad avallare i vagiti di sparuti neofiti, entrambi evidentemente partecipi di un mercato indegnamente assistito del lavoro culturale.

La casta intellettuale, ancor più della casta politica, rischia di contaminare ogni spiraglio di congruo ricambio generazionale, perché più sotterranea ed accorta nella contaminazione del giudizio.

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