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La prima mostra in Europa per Doudelet

Si inaugura giovedì 28 novembre 2019, ore 17,00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, la mostra “L’incanto di Medusa: Charles Doudelet, il più geniale interprete di Maeterlinck tra il Belgio e la Toscana”, promossa dal Comune di Collesalvetti, ideata e curata da Francesca Cagianelli (fino al 12 marzo 2019, tutti i giovedì, ore 15,50-18,30), in collaborazione con Fondazione Livorno.
Presieduta da un Comitato Scientifico composto da Giuseppe Argentieri, Maurice Culot, Francesca Cagianelli, Dario Matteoni, William Pesson, la mostra, la prima in assoluto realizzata in Europa, intitolata ad uno dei più prestigiosi maestri del Simbolismo belga, si presenta a tutti gli effetti di calibro internazionale.
Autrice della prima monografia esistente dell’artista, dal titolo “Charles Doudelet, pittore, incisore e critico d’arte. Dal “Leonardo” a “L’Eroica”, pubblicata nel 2009 dall’editore Leo S. Olschki con il Patrocinio dei Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique, Francesca Cagianelli è l’antesignana della riscoperta e valorizzazione della straordinaria personalità di Doudelet in Italia, avendo reso noti per la prima volta alcuni esemplari del ciclo di litografie realizzate all’alba degli anni Venti, una tiratura delle quali è conservata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, oggi esposte per la prima volta in anteprima alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, nonché le lettere del maestro belga indirizzate all’amico Benvenuto Benvenuti, conservate presso il MART, Rovereto (Archivio del ‘900, Fondo Grubicy-Benvenuti), preziosa miniera di informazioni quest’ultime relativamente alla vicenda creativa di tali splendide incisioni, corredate di aforismi di registro religioso ed esoterico.
A troneggiare nella mostra l’inedito e monumentale pannello decorativo (uno dei quattro capolavori pittorici di Doudelet conservati in Italia), con ogni probabilità proveniente da Villa Medusa, regale, quanto misteriosa residenza antignanese del maestro belga (Livorno, via Fraschetti, n. 13, ora 15), e quindi, al momento del ritorno dell’artista in Belgio, lasciato in deposito presso l’amico Benvenuti, residente anch’egli ad Antignano e protagonista del cenacolo divisionista livornese, non a caso nominato nel 1920 erede testamentario di Vittore Grubicy de Dragon.
A fianco di tale straordinario episodio decorativo, sarà possibile ammirare l’evocativa e poderosa tiratura bronzea della scultura di Doudelet, “Ritratto maschile”, rarissima testimonianza del cimento plastico dell’artista belga formatosi nell’atelier di Constantin Meunier, opera esposta anch’essa, come del resto tutte le altre presenti in mostra, in anteprima assoluta alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, il cui esemplare in gesso è conservato presso Fondazione Livorno (dono Famiglia Argentieri).
Ed è proprio la raffinata ed enigmatica carta intestata ideata dal maestro di Gand per la dimora labronica, raffigurante un’algida creatura degli abissi, avvolta da scintillanti conchiglie e fluttuanti meduse, che si è voluto eleggere quale idea guida di una mostra che punta, come vedremo, a ricongiungere la carriera franco-belga di Doudelet con gli assai meno sondati destini italiani.
Ed ecco che sulle pagine de “Le Reveil”, rivista belga attorno alla quale doveva stringersi quel sodalizio internazionale coordinato da Maurice Materlinck, riscosse infatti particolare entusiasmo l’”Antithée”, capolavoro pittorico presentato da Doudelet al Salon di Bruxelles del 1893 e incoronato quale icona simbolista (S. Hixe, “Chronique Artistique. Le Salon de Bruxelles”, in “Le Reveil”, n. 10, a. III, ottobre 1893), visto che “questa donna dagli occhi verdi”, immersa nella natura sottomarina sembra ostentare agli occhi di un pubblico immaginario quel “sogno triste”, in altre parole quel “cauchemar” la cui intensità emotiva, ancora oggi rende attualissima ed estremamente coinvolgente l’opera di Doudelet, sospesa tra l’ambizione della scienza e l’abisso della rêverie.
Non è un caso che proprio l’”Antithée”, prescelto in virtù del suo eccezionale successo come modello per l’ideazione di uno splendido disegno a china, poi utilizzato come illustrazione per la raccolta poetica Claribella di Pol de Mont, ossessionasse a tal punto la fantasia dell’artista da indurlo, una volta approdato in Italia, a recuperarne l’effige per immortalare l’incanto di Villa Medusa.
Notissimo e apprezzato unanimemente dalla storiografia artistica europea in qualità di massimo interprete del poeta belga Maurice Maeterlinck, di cui illustrò numerose raccolte poetiche e drammi teatrali, a partire dal caposaldo de “Les douze chansons” (1896), per finire con “Pelleas e Melisenda” (versione italiana di Carlo Bandini, Spoleto 1922), Doudelet si impose nell’ambito delle più prestigiose rassegne espositive tra il Belgio e l’Italia, dal Salon de XX al Salon de La Libre Esthétique di Bruxelles, dall’Esposizione Internazionale del Sempione di Milano del 1906 all’Esposizione Internazionale di Venezia del 1922.
Pressochè ignota all’epoca della pubblicazione della monografia del 2009, se si eccettua il contributo di Sabine Leten (Memoires de Licence, 1978-1979), la stagione italiana di Doudelet, in ordine di successione cronologica, fiorentina, livornese, umbra e romana, protrattasi con l’eccezione di alcuni intervalli per oltre 20 anni, torna con questa mostra prepotentemente alla ribalta attraverso i più significativi capitoli biografici del maestro di Gand affrontati nel catalogo della mostra, quali la partecipazione strategica all’Esposizione di Bianco e Nero a Roma del 1902, primissima apparizione sul palcoscenico romano, seguita dalle ormai note esposizioni romane del 1916 e 1917; la collaborazione strategica con “L’Eroica”, l’importante rivista spezzina diretta da Ettore Cozzani, di cui verrà esposto in mostra il magnifico esemplare del 1916-1917 dedicato alla Romania, curato da Carla Cadorna, Elena Bacaloglu e dallo stesso Doudelet; e, ancora, le relazioni illustri coltivate a Firenze nei circuiti del “Leonardo” e di “Hermes” in primis con Adolfo De Carolis, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini; infine il radicamento esistenziale in suolo livornese, dove da Villa Medusa sovrintenderà alle sorti del Caffè Bardi e coordinerà, con la complicità di Benvenuto Benvenuti, l’elitario circuito culturale antignanese, frequentato tra gli altri da Angelo Conti, Paolo Fabbrini, Aleardo Kutufà, Anna Franchi, Ettore Serra, Gustavo Pierotti Della Sanguigna.
Sbocciano anche nel presente catalogo, come già nella monografia del 2009, preziose acquisizioni scientifiche quali la lettera inedita inviata nel 1915 all’erudito livornese Pietro Vigo, ritrovata nel Fondo Pietro Vigo (Livorno, Biblioteca Labronica) e pubblicata con riferimento alle precedenti scoperte relative alla vicenda della lussuosa edizione della “Flora Dantesca”, curata dal tipografo Guido Chiappini, promossa a beneficio della Croce Rossa Italiana e sotto il Patronato della Regina Margherita; quindi le due lettere inviate nello stesso 1915 ad Augusto Guido Bianchi, giornalista del “Corriere della Sera” (Biblioteca Braidense di Milano), finalizzate alla trasmissione, attraverso Parigi, alla Stamperia Gondrau, di una missiva e di un album all’indirizzo di Paul Ollendorff, noto editore francese le cui sorti si intrecciano a letterati del calibro di Guy de Maupassant, Octave Mirbeau, Paul Adam, Jules Renard.
La mostra colligiana, concepita in omaggio a uno dei più significativi esponenti del simbolismo internazionale, maestro conclamato della xilografia e della litografia, tanto da essere incoronato da Luigi Servolini tra i più illustri protagonisti del rinnovamento grafico in Europa, punta dunque a restituire a Doudelet l’identità di un personaggio di eccellenza del nostro territorio.
Nell’ambito del percorso espositivo saranno presentate in bacheca le seguenti edizioni illustrate: Maurice Maeterlinck, “Dodici canzoni” illustrate da Charles Doudelet, traduzione poetica di Emma C. Cagli, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore 1909; “La Guerre et la Paix”, 18 Lithographies et texte par Charles Doudelet, dédié à mon ami et compatriote Maurice Maeterlinck, Imprimérie G. Chiappini, Livourne, II° edizione Imprimérie Lithographique Gino Baldi, Livourne (Italie), septembre 1914 (III° edizione, septembre 1918); Maurice Maeterlinck, “Pelleas e Melisenda”, versione italiana di Carlo Bandini, xilografie disegnate ed incise da Charles Doudelet, Claudio Argentieri, Edizioni d’Arte, Spoleto 1922; “Fioretti di Sancto Francesco”, illustrazione originale di Carlo Doudelet, Editore Claudio Argentieri, Stamperia Campitelli, Foligno 1923,.
Si tratta di veri capolavori dell’editoria illustrata italiana, ciascuno dei quali costituirà l’occasione per incontri didattici dedicati, durante i quali i visitatori potranno selezionare e fotografare le illustrazioni più apprezzate, come souvenir della mostra.

Parallelamente alla mostra è previsto un Calendario di conferenze e percorsi didattici dedicati alle problematiche artistiche e letterarie relative al rapporto tra Italia e Belgio al tempo del Simbolismo e nel segno dell’editoria illustrata.

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Inaugurazione della Rubrica on line: “Gli Archivi di Livorno Cruciale”

Redazione di Livorno Cruciale

Pacificati dalla scomparsa del Governo pentastellato, piace oggi ripercorrere come in una sorta di tabula rasa, la riflessione avviata nel decennio precedente dalla Redazione di Livorno Cruciale, in un momento in cui la delusione per il trascorso lustro amministrativo cede il passo a ovvie e fisiologiche aspettative.
Si è quindi deciso di inaugurare la rubrica “Gli Archivi di Livorno Cruciale”, certi dell’attualità di riflessioni malauguratamente disertate in quest’ultimo lustro, ma di accertata futuribilità:

1° Puntata

Dario Matteoni, Il progetto della bruttezza non è ineluttabile

Nel 1817 Giovanni Antolini, architetto giacobino noto per aver disegnato un grandioso progetto del Foro Bonaparte a Milano, rimasto sulla carta, visitando Livorno lamentava il disordine secondo il quale la città si andava espandendo al di fuori degli antichi bastioni buontalentiani e reclamava, con accorate parole, la necessità di un intervento dell’autorità pubblica che imponesse un disegno unitario e complessivo delle nuove espansioni.
L’accorato appello di Antolini mi è tristemente ritornato alla mente proprio in questi giorni osservando i disegni del cosiddetto nuovo centro, quell’ampia area a sud della città rimasta fino ad oggi non edificata e occupata dai grandi svincoli della tangenziale che qui si dirige verso la costa.
Non è mia intenzione in questa sede affrontare le motivazioni amministrative che hanno condotto a questo nuovo, ma non innovativo, piano di urbanizzazione: vorrei piuttosto soffermarmi sugli esiti urbanistici e architettonici delle scelte compiute, così come possiamo comprenderle dalle immagini rese note e nelle quali campeggia l’insipida sagoma di una inutilmente monumentale torre in vetro.
Una prima riflessione che nasce spontanea è la particolarità di questa area, un vero e proprio vuoto creatosi tra la città del novecento e i quartieri sorti con i piani di edilizia a partire dagli anni ’80. Un vuoto dominato dall’ingombrante presenza, in termini visivi e funzionali, degli svincoli e del percorso della variante che seziona proprio quest’area.
Notiamo infatti che a margine di quest’area sorge un insediamento industriale ormai consolidato, l’Alenia, anch’essa una presenza funzionale e visiva certo di non poco conto. Dico questo poiché a mio giudizio proprio questi vincoli avrebbero dovuto imporre una riflessione sul piano delle trasformazioni urbane più responsabile e assai meno banale di quella che abbiamo la ventura di ritrovarci oggi sotto gli occhi.
Si è infatti preferito ricorrere ad una zonizzazione per comparto, seguendo schemi urbanistici elementari quanto desueti, distribuendo funzioni senza alcuna lungimirante strategia e ancor peggio in totale assenza di aggiornata documentazione riguardo a situazioni analoghe in Europa, limitandosi a duplicare di fatto scelte urbanistiche già compiute e archiviate.
Distribuire spazi commerciali, centri direzionali – orribile vocabolo quest’ultimo dell’urbanistica degli anni ’70 – o ancora insediamenti residenziali, appare un esercizio del tutto avulso dal luogo: e infatti una prima domanda che sorge spontanea è a quale idea di città tutto questo corrisponda se non al criterio di riempire, in maniera indiscriminata, anzi direi senza alcuna effettiva consapevolezza architettonica, tale spazio.
Non sfugge anche all’osservatore meno avvertito che la questione relativa a quest’area è quella di un territorio abbandonato, che come tale andava recuperato nella lungimiranza di renderlo uno spazio urbano e non una sommatoria di funzioni distribuite esclusivamente sulla base di un’idea elementare e piuttosto inadeguata di città.
E credo che poco valga e ancor meno interessi a qualcuno, la puerile quanto prevedibile, e ahimè abusata, scusante, che certo potrebbe essere furbescamente addotta, dell’urgenza del momento e della necessità di confrontarsi con un partner privato: è noto come la storia urbanistica europea di questi ultimi anni si è proprio confrontata con l’esigenza di riportare l’iniziativa di partners privati all’interno di principi e di linee dettati dalle pubbliche amministrazioni e in ogni caso nate da una meditata idea dello sviluppo urbano, ma tale storia urbanistica, evidentemente, non si attaglia all’attuale amministrazione.
E d’altra parte a Livorno siamo destinati a subire da decenni le conseguenze dell’applicazione di quei principi elementari di progettazione urbanistica riscontrati oggi anche per il nuovo centro: mi riferisco ai quartieri sorti in coincidenza del cavalcavia delle Terme della Salute, segnati da un edificio multipiano e dall’affollarsi di edifici residenziali; resta davvero difficile ritrovare in quel quartiere, che tra l’altro costituisce una delle entrate in Livorno, una seppure minima identità di luogo, e certo, su queste aree, incombe la presenza di un’infrastruttura, il famigerato, per indegnità, cavalcavia, che non solo ha danneggiato gravemente la dignità estetica di un prestigioso monumento del Liberty italiano, ma che incombe irreparabilmente con la sua gravosa quanto inutile presenza sull’intero quartiere.
Non dissimile ci sembra la condizione del nuovo centro, termine a mio giudizio davvero improprio, e davvero sarebbe stato auspicabile un ben altro percorso progettuale, forse affidato ad un master plan, ad un piano guida, nato forse dal confronto di più ipotesi progettuali, ma, diversamente da altre città anche vicine, la forma concorsuale con il dibattito e il confronto che ad essa conseguono, a Livorno non sembra suscitare da parte della nostra amministrazione grande interesse.
Un diverso metodo di lavoro avrebbe forse consentito una diversa consapevolezza di questo territorio abbandonato e delle possibili strategie di intervento, anche nella localizzazione di nuove e meno scontate funzioni. Ma, come scriveva Antolini, credo che questo non si farà.
Non vogliamo risparmiare poi un commento sulle possibili soluzioni architettoniche prospettate dalle immagini relative a questo progetto: tra tutte troneggia una grande torre in vetro, destinata con una niente affatto straordinaria fantasia, anzi con un’ottica decrepita e non strategica, a centro direzionale, di cui si è voluto ingenuamente magnificare la presunta modernità delle soluzioni.
Mi è capitato più volte di segnalare il difficile rapporto che, a Livorno, si è sempre consumato con i segni architettonici ispirati alla contemporaneità, troppo spesso risultato di scelte urbanistiche improvvide e avulse dal contesto cittadino nel quale sorgevano, e certamente questa è l’occasione per sottolineare che se proprio si vuole arrogarsi tale terminologia, occorre sceverarne il senso: e allora sarebbe davvero più facile coglierlo a Livorno in un monumento degli anni Sessanta, il grattacielo di Piazza Matteotti, disegnato da uno dei più grandi architetti italiani del Novecento, Giovanni Michelucci, piuttosto che nei velleitari tentativi odierni.
Ci piace fare proprio questo esempio perchè tale costruzione, a ben vedere fuori scala rispetto al contesto, e che ancora oggi domina con lo sky–line il profilo della città, rappresenta la riflessione compiuta in Italia sul tema della tipologia dei grattacieli, e non si può davvero pensare di tornare indietro rispetto a tali traguardi.
Non sfuggono a chi in questi anni ha seguito anche su giornali di eco nazionale le vicende dell’architettura contemporanea, le forti innovazioni sul piano del disegno registratesi anche nel campo delle torri che affollano i quartieri commerciali delle grandi metropoli con nuovi profili e soprattutto in omaggio all’idea di rompere la tramontata monoliticità di questa tipologia costruttiva.
Ebbene tutto questo non sembra neppur lontanamente sfiorare – non me ne voglia chi di questo progetto è autore – la nostra torre destinata a svettare impunemente sul nuovo centro, quasi a voler mimare i grandi centri commerciali di Hong Kong, piuttosto che di Dubai.
Anche qui non si può non ricordare che altre sono le strade dell’architettura contemporanea e non resta che lamentare il destino di una città che non riesce a rinnovare la sua immagine nella contemporaneità.

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Quando si inciampa sul contemporaneo

di Dario Matteoni

Da alcuni giorni è in corso presso il Museo della Città a Livorno una istallazione, credo questo sia il termine più appropriato, realizzata da Eva Frapiccini (Recanati 1978), e concessa in prestito dal Museo dell’Informazione e della Fotografia di Senigallia all’istituzione cittadina. Il comunicato stampa diffuso nell’occasione segnala la forte volontà comunicativa e di denuncia civica di quest’opera che utilizza la documentazione fotografica di quotidiane testimonianze delle guerre di mafie.
L’opera approda nel museo di Livorno dopo recenti esposizioni in altre città e inaugura un ciclo di mostre dal titolo “inciampi”.
Non nascondo che questo titolo mi ha suggerito alcune brevi riflessioni. Come è noto il termine “inciampo”, nel nostro caso – cito letteralmente quanto leggiamo nelle news, “sorta di inciampo che ci porta a modificare il nostro percorso di visita alle collezioni” – corrisponde nella sua più corretta accezione – l’iniziativa risale al 1992 – a quelle piccole targhe in ottone collocate di fronte alle case delle vittime del nazismo come memoria di coloro che in quella mostruosa temperie storica furono privati innanzitutto della loro identità.
Anche Livorno possiede un piccolo esempio di “inciampi”: anch’esse piccole targhette in ottone che ricordano le vittime deportate nel febbraio 1944 a bordo di un treno destinato a Auschwitz. E sempre a Livorno si può cogliere l’utilizzo in veste turistica delle pietre d’inciampo nelle targhette che il comune di Livorno ha posto lungo un percorso nelle vie del centro cittadine che dovrebbe condurre il turista alla casa natale di Amedeo Modigliani. In Toscana e in Italia numerose sono le pietre d’inciampo collocate contro il rischio di dimenticare i crimini nazisti.
Questa premessa spinge a due brevi notazioni, peraltro non dissimili. La prima riguarda il rapporto percettivo che con questi inciampi si vorrebbe istaurare tra l’opera d’arte contemporanea e il comune visitatore. In fondo si presuppone una visione distratta, fugace: da qui la necessità di un possibile artificio che solleciti un più alto grado di attenzione e quindi la comprensione dell’osservatore.
Quindi non un possibile dialogo tra opere e/o istallazione ma un ostacolo, un “inciampo” che crei una sorta di stravolgimento percettivo e segnico. Sia detto peraltro a margine, l’inserimento di opere d’arte contemporanea, talvolta site-specific, non è certo nuova anche nei grandi Musei storici. Ricordo un affascinante allestimento di quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto nelle sale del Louvre del 2013: un dialogo gravido, dove la dimensione del tempo, l’inclusione dello spettatore e il riflesso delle opere di alta epoca producevano inediti spostamenti semantici e nuove catene significanti.
E proprio questo “inciampo” non convince: non è la modifica di un possibile percorso di visita alle collezioni ciò che conta. Piuttosto sarebbe stata apprezzabile la capacità di suggerire diverse percezioni delle opere stesse, di instaurare una nuova catena di significati, anziché attestarsi su istallazioni episodiche, per quanto sicuramente artisticamente valide.
Abbiamo detto: “inciampo” significa metafora e processo di conoscenza.

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C come CAPPIELLO / C come COINCIDENZE

di Francesca Cagianelli

Leggo su internet il comunicato diffuso dal Comune di Livorno, in merito all’imminente mostra dal titolo “Réclame. Leonetto Cappiello e le stagioni della grafica pubblicitaria a Livorno”, prevista a metà dicembre a Villa Fabbricotti, di cui riportiamo uno stralcio del peraltro breve comunicato:

“Rèclame. Leonetto Cappiello e le stagioni della grafica pubblicitaria a Livorno” è il titolo della mostra che dal 15 dicembre potrà essere visitata nella Biblioteca Labronica di Villa Fabbricotti fino al 17 febbraio (…). L’esposizione, curata da Antonella Capitanio, è un omaggio alla grafica pubblicitaria degli inizi del Novecento. Saranno esposti gli storici manifesti di Cappiello, gli album di caricature e materiali d’uso comune come i menù di sala per i ristoranti. Ci saranno anche i lavori realizzati da Vittorio Corcos, Plinio Nomellini, Renato Natali e Osvaldo Peruzzi. A Cappiello, protagonista per decenni del manifesto pubblicitario, è stato dedicato, nel 1961, un monumento celebrativo in piazza Aldo Moro in zona Fabbricotti. Il Comune di Livorno e Itinera Progetti, con la collaborazione della Fondazione Livorno, hanno reso possibile la realizzazione della mostra”.

Curiosamente, pochi mesi addietro, in occasione della Procedura Selettiva a tempo determinato, bandita dal Comune di Livorno per Direttore scientifico dei Musei di Livorno, presentavo, nell’ambito dell’ipotesi gestionale richiesta dallo stesso Comune, un progetto su Cappiello e la grafica pubblicitaria. Di seguito il paragrafo ad esso dedicato:

“Altro capitolo fondamentale della dinamicizzazione del percorso espositivo del Museo della Città nel rapporto con il Museo di Villa Mimbelli riguarda la personalità internazionale di Leonetto Cappiello declinato come un capitolo della Belle Epoque e da approfondire attraverso itinerari espositivi costruiti intorno al tema della grafica internazionale, dell’affiche pubblicitario e dell’illustrazione libraria”.

Tenendo conto che la Curatrice della mostra promossa dal Comune di Livorno, Antonella Capitanio, e il Presidente di Commissione della procedura selettiva bandita dal Comune, sono la stessa persona, comprendo con estrema difficoltà come la stessa Capitanio abbia potuto ritenere “NON IDONEA” la mia ipotesi gestionale.

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