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Teste di Modì: rettifica di Cagianelli alla titolazione dell’articolo del Tirreno

La studiosa non si scusa, ma semplicemente chiarisce: la sua è stata una battaglia in nome del diritto di critica, nessuna offesa personale.

Rettifica Francesca Cagianelli rispetto alla titolazione dell’articolo pubblicato in data odierna sulle pagine de “Il Tirreno”.
Si conclude infatti senza né vincitori né vinti la battaglia legale che fin dal 2013 ha visto protagonista la storica dell’arte Francesca Cagianelli come controparte del Comune di Livorno e dell’ex assessore Mario Tredici con riferimento al dibattito da lei imbastito intorno al caso delle false teste di Modigliani.
La soluzione del testo conciliativo, proposta dapprima da Comune di Livorno/Tredici e infine accolta da Cagianelli con sostanziose varianti, consiste semplicemente in un chiarimento senza alcuna reprimenda: la studiosa vi afferma infatti di aver condotto una lecita polemica sull’onda di un inalienabile diritto di critica, senza tuttavia alcuna volontà lesiva nei confronti delle istituzioni comunali.
Il bilancio di Cagianelli in margine a tale vicenda?
Ancor più motivata a proseguire con determinazione e professionalità nell’ormai pluriennale impegno di testimonianza culturale condotto attraverso l’apprezzatissima e qualificata rivista “Livorno Cruciale”, con l’augurio di poter d’ora in avanti esercitare sempre e comunque il sacrosanto diritto di critica.

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OGGI GRANDE FESTA PER UN CAPPIELLO RITROVATO

Si presenta oggi in Fondazione Livorno il volume di Francesca Cagianelli: Leonetto Cappiello. Oltre l’affiche, promosso da Archivi e Eventi, con il contributo di Fondazione Livorno.

Una grande impresa ideata e promossa da “Archivi e Eventi” con il contributo di Fondazione Livorno, sta per ripristinare, e per così dire, vivificare a Livorno, dopo un trentennio di rimozione, la personalità indiscutibilmente internazionale di Leonetto Cappiello.

Da sempre sensibile alla storia complessa e insieme prestigiosa degli Italiens de Paris, “Archivi e Eventi” ha voluto intitolare una collana, “Maestri livornesi tra Ottocento e Novecento” a tutti quei Livornesi che hanno solcato la carriera internazionale, partendo da un outsider come Alfredo Müller, fiore all’occhiello della nostra Associazione, per proseguire appunto con Cappiello.

Dopo un’indagine quinquennale Archivi e Eventi presenta al pubblico livornese i risultati di una ricerca scientifica destinata a ribaltare il punto di vista critico sulla straordinaria personalità di Leonetto Cappiello, affichiste di fama mondiale, ma pittore sottovalutato in Italia, in virtù di un pregiudizio critico volto a sezionarne la produzione con ingiustificata attitudine chirurgica.

L’ambizione della curatrice è quella di reinquadrare il “livornese pariginizzato” – così fu definito dalla critica dell’epoca – in un contesto europeo: non più e non soltanto dunque i pur cruciali responsi di Ugo Ojetti e Ardengo Soffici, ma anche e soprattutto quelli della “fine-fleur della critica d’arte parigina”.

Da tempo soggetto alla miopia critica di coloro che, anche in tempi recenti, consenzienti con una vetusta storiografia, intendevano marginalizzarne la personalità, appiattendola esclusivamente sulla produzione affichistica, il livornese Cappiello incassa oggi un sovvertimento esegetico integrale.

Saltano cioè alla ribalta nella monografia dedicata da Cagianelli a Cappiello imprese finora colpevolmente ignorate, ma che tuttavia sono sufficienti a restituire una ponderosa quanto organica creatività cappiellesca.

Per la prima volta in Italia Leonetto Cappiello riemerge in questa monografia pienamente rivalutato oltre che come affichiste, anche come pittore, caricaturista, decoratore, scultore, e perfino designer.

Viene finalmente a decadere la scomunica pluriennale della critica d’arte italiana avviatasi con Ardengo Soffici che ne aveva ridimensionato la produzione artistica negli argini esclusivamente dell’affiche.

Di contro a tale miope storiografia critica è stato Ugo Ojetti tra i primi a promuovere l’artista livornese, sia in Italia che in Francia, pubblicando numerosi interventi volti al suo inquadramento nei termini di precursore dei Balletti Russi e dei Fauves.

Ma sono soprattutto i protagonisti più autorevoli della compagine critica e letteraria francese, da Louis Vauxcelles a Jean-Louis Vaudoyer, da Camille Mauclair a Gustave Kahn, da Guillaume Apollinaire a André Salmon, da Henry Bataille a Arsène Alexandre, da Jean Cocteau a Marcel Prevost, a decretare il talento universale di Cappiello, in particolare rispetto alla formula dell’arabesco, intesa quale modernissima struttura grafica vibrante di umori japonistes.

Sfilano quindi nel volume, come in una sorta di processo mediatico, le innumerevoli sentenze estetiche stilate sia in sede francese che italiana, spesso riportate in lingua originale allo scopo di testimoniare l’irriducibile internazionalità del livornese, fino a ricostruire un quadro assolutamente inedito della fortuna cappiellesca.

Dagli esordi caricaturali parigini sulle pagine di “Le Rire” e de “La Revue Blanche”, che nel 1898 ne fecero l’homme du jour, fino alla consacrazione nel 1903 con il manifesto-cult Chocolat Klaus, e ancora dagli affreschi per la villa di Louis Louis-Dreyfus (1907) fino all’impresa decorativa per le Galeries Lafayette (1912), e infine dai celeberrimi album teatrali, in particolare Nos Actrices e Le Théâtre de Cappiello, fino all’exploit pittorico, emergono con aritmetica evidenza, le testimonianze di un talento moderno e versatile che seppe tradurre il procedimento creativo nei termini di un vero e proprio sistema produttivo concepito in scala, a partire dall’idea originale dell’ormai proverbiale arabesco.

Non più e non soltanto le affiches, dunque, come per altro esplicitato nel titolo programmatico scelto per questo volume, ma un profluvio di espressioni artistiche riconducibili al comun denominatore della grazia e dell’ironia.

Sarà il Soprintendente per le Belle Arti e il Paesaggio di Pisa e Livorno, Andrea Muzzi, a sceverare l’inedito punto di vista di Francesca Cagianelli, impegnata in quest’occasione nella riassunzione di pari opportunità per Cappiello tra Italia e Francia.

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Grazie ad Archivi e Eventi Livorno punta oggi su Cappiello

di Francesca Cagianelli

Una grande impresa ideata e promossa da “Archivi e Eventi” con il contributo di Fondazione Livorno, sta per ripristinare, e per così dire, vivificare a Livorno, dopo un trentennio di rimozione, la personalità indiscutibilmente internazionale di Leonetto Cappiello.

Da sempre sensibile alla storia complessa e insieme prestigiosa degli Italiens de Paris, “Archivi e Eventi” ha voluto intitolare una collana, “Maestri livornesi dell’Ottocento e del Novecento” a tutti quei Livornesi che hanno solcato la carriera internazionale, partendo da un outsider come Alfredo Muller, fiore all’occhiello della nostra Associazione, per proseguire appunto con Cappiello.

Da tempo soggetto alla miopia critica di coloro che, anche in tempi recenti, consenzienti con una vetusta storiografia, intendevano marginalizzarne la personalità, appiattendola esclusivamente sulla produzione affichistica, il livornese Cappiello incassa oggi un ribaltamento esegetico integrale.

Saltano cioè alla ribalta nella monografia dedicata da Cagianelli a Cappiello imprese finora colpevolmente ignorate, ma che tuttavia sono sufficienti a restituire una ponderosa quanto organica creatività cappiellesca.

Per la prima volta in Italia Leonetto Cappiello riemerge in questa monografia pienamente rivalutato oltre che come affichiste, anche come pittore, caricaturista, decoratore, scultore, e perfino designer.

Viene finalmente a decadere la scomunica pluriennale della critica d’arte italiana avviatasi con Ardengo Soffici che ne aveva ridimensionato la produzione artistica negli argini esclusivamente dell’affiche.

Di contro a tale miope storiografia critica è stato Ugo Ojetti tra i primi a promuovere l’artista livornese, sia in Italia che in Francia, pubblicando numerosi interventi volti al suo inquadramento nei termini di precursore dei Balletti Russi e dei Fauves.

Ma sono soprattutto i protagonisti più autorevoli della compagine critica e letteraria francese, da Louis Vauxcelles a Jean-Louis Vaudoyer, da Camille Mauclair a Gustave Kahn, da Guillaume Apollinaire a André Salmon, da Henry Bataille a Arsène Alexandre, da Jean Cocteau a Marcel Prevost, a decretare il talento universale di Cappiello, in particolare rispetto alla formula dell’arabesco, intesa quale modernissima struttura grafica vibrante di umori japonistes.

Sfilano quindi nel volume, come in una sorta di processo mediatico, le innumerevoli sentenze estetiche stilate sia in sede francese che italiana, spesso riportate in lingua originale allo scopo di testimoniare l’irriducibile internazionalità del livornese, fino a ricostruire un quadro assolutamente inedito della fortuna cappiellesca.

Dagli esordi caricaturali parigini sulle pagine di “Le Rire” e de “La Revue Blanche”, che nel 1898 ne fecero l’homme du jour, fino alla consacrazione nel 1903 con il manifesto-cult Chocolat Klaus, e ancora dagli affreschi per la villa di Louis Louis-Dreyfus (1907) fino all’impresa decorativa per le Galeries Lafayette (1912), e infine dai celeberrimi album teatrali, in particolare Nos Actrices e Le Théâtre de Cappiello, fino all’exploit pittorico, emergono con aritmetica evidenza, le testimonianze di un talento moderno e versatile che seppe tradurre il procedimento creativo nei termini di un vero e proprio sistema produttivo concepito in scala, a partire dall’idea originale dell’ormai proverbiale arabesco.

Non più e non soltanto le affiches, dunque, come per altro esplicitato nel titolo programmatico scelto per questo volume, ma un profluvio di espressioni artistiche riconducibili al comun denominatore della grazia e dell’ironia.

Sarà il Soprintendente per le Belle Arti e il Paesaggio di Pisa e Livorno, Andrea Muzzi, a sceverare l’inedito punto di vista di Francesca Cagianelli, impegnata in quest’occasione nella riassunzione di pari opportunità per Cappiello tra Italia e Francia.

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Arte e Politica.1: grazie a Destra, Sinistra e 5 Stelle siamo fermi al 1956

di Francesca Cagianelli

Alla luce di tanti colloqui, informali, ma anche istituzionali, intercorsi con le varie amministrazioni locali e nazionali, resta costantemente impressa la sensazione di una valutazione da parte dei governanti di una sostanziale alterità dell’arte rispetto alle diverse branche di competenza amministrativa (vedi sociale, istruzione, edilizia, imprese, ecc,).

A tale riguardo, leggere quasi casualmente, un esilarante quanto geniale articolo di Carlo Ludovico Ragghianti, apparso su “Sele Arte” del 1956, risulta illuminante rispetto a una complessiva, e, oserei dire, preistorica, inadeguatezza delle diverse forze politiche, così come delle molteplici istituzioni culturali, rispetto all’incapacità di un dialogo moderno e innovativo con l’intero reparto dei rappresentanti dei beni culturali:

C.L. Ragghianti, da Il pungolo dell’arte, in “Sele Arte”, marzo-aprile 1956

“(…) per nulla affatto il problema della conoscenza dell’arte è sentito come necessario o almeno come utile dagli storici, dai politici, dai moralisti, dai filosofi. Per i quali l’arte si configura più spesso come un sublime ozio o come una forma elevata del godimento o del rapimento sentimentale, e lo studio dell’arte come qualcosa di commisurato, e certo da non paragonare nemmeno lontanamente, come importanza e come peso, con la Statistica, con la Dottrina Generale dello Stato, con la Psicometrica, con la Filosofia della Storia, con le Letterature Comparate, con la Cibernetica e via discorrendo. Ricordo sempre con un moto di irrefrenabile umorismo ciò che mi capitò alcuni anni fa con un politico, la cui specialità e il cui supremo interesse erano le leggi elettorali e i relativi calcoli del quorum, dei moltiplicatori, dei metodi d’Hondt e simili cose, che trattava con abbondanza ed impegno pari alla riconosciuta perizia. Questo politico, in una pausa di discussioni di lana caprina alle quali partecipava con straordinario fervore e con argomentazioni e risorse casistiche infinite, venuto a sapere che io, che l’ascoltavo, ero un critico d’arte, si volse a me sudato ed eccitato, e con aria tra di compatimento e di sincera invidia mi disse: “Beato Lei, che è un artista!”; non dubitando punto, come è chiaro, che la sintesi estetica e il lavoro teoretico e storico intorno ad essa, non erano poi cose tanto chiare e leggere, quanto si potrebbe credere, anche di fronte alla risaputa categoricità dei sistemi elettorali (…)”.

 

 

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