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Inaugurazione della Rubrica on line: “Gli Archivi di Livorno Cruciale”

Redazione di Livorno Cruciale

Pacificati dalla scomparsa del Governo pentastellato, piace oggi ripercorrere come in una sorta di tabula rasa, la riflessione avviata nel decennio precedente dalla Redazione di Livorno Cruciale, in un momento in cui la delusione per il trascorso lustro amministrativo cede il passo a ovvie e fisiologiche aspettative.
Si è quindi deciso di inaugurare la rubrica “Gli Archivi di Livorno Cruciale”, certi dell’attualità di riflessioni malauguratamente disertate in quest’ultimo lustro, ma di accertata futuribilità:

1° Puntata

Dario Matteoni, Il progetto della bruttezza non è ineluttabile

Nel 1817 Giovanni Antolini, architetto giacobino noto per aver disegnato un grandioso progetto del Foro Bonaparte a Milano, rimasto sulla carta, visitando Livorno lamentava il disordine secondo il quale la città si andava espandendo al di fuori degli antichi bastioni buontalentiani e reclamava, con accorate parole, la necessità di un intervento dell’autorità pubblica che imponesse un disegno unitario e complessivo delle nuove espansioni.
L’accorato appello di Antolini mi è tristemente ritornato alla mente proprio in questi giorni osservando i disegni del cosiddetto nuovo centro, quell’ampia area a sud della città rimasta fino ad oggi non edificata e occupata dai grandi svincoli della tangenziale che qui si dirige verso la costa.
Non è mia intenzione in questa sede affrontare le motivazioni amministrative che hanno condotto a questo nuovo, ma non innovativo, piano di urbanizzazione: vorrei piuttosto soffermarmi sugli esiti urbanistici e architettonici delle scelte compiute, così come possiamo comprenderle dalle immagini rese note e nelle quali campeggia l’insipida sagoma di una inutilmente monumentale torre in vetro.
Una prima riflessione che nasce spontanea è la particolarità di questa area, un vero e proprio vuoto creatosi tra la città del novecento e i quartieri sorti con i piani di edilizia a partire dagli anni ’80. Un vuoto dominato dall’ingombrante presenza, in termini visivi e funzionali, degli svincoli e del percorso della variante che seziona proprio quest’area.
Notiamo infatti che a margine di quest’area sorge un insediamento industriale ormai consolidato, l’Alenia, anch’essa una presenza funzionale e visiva certo di non poco conto. Dico questo poiché a mio giudizio proprio questi vincoli avrebbero dovuto imporre una riflessione sul piano delle trasformazioni urbane più responsabile e assai meno banale di quella che abbiamo la ventura di ritrovarci oggi sotto gli occhi.
Si è infatti preferito ricorrere ad una zonizzazione per comparto, seguendo schemi urbanistici elementari quanto desueti, distribuendo funzioni senza alcuna lungimirante strategia e ancor peggio in totale assenza di aggiornata documentazione riguardo a situazioni analoghe in Europa, limitandosi a duplicare di fatto scelte urbanistiche già compiute e archiviate.
Distribuire spazi commerciali, centri direzionali – orribile vocabolo quest’ultimo dell’urbanistica degli anni ’70 – o ancora insediamenti residenziali, appare un esercizio del tutto avulso dal luogo: e infatti una prima domanda che sorge spontanea è a quale idea di città tutto questo corrisponda se non al criterio di riempire, in maniera indiscriminata, anzi direi senza alcuna effettiva consapevolezza architettonica, tale spazio.
Non sfugge anche all’osservatore meno avvertito che la questione relativa a quest’area è quella di un territorio abbandonato, che come tale andava recuperato nella lungimiranza di renderlo uno spazio urbano e non una sommatoria di funzioni distribuite esclusivamente sulla base di un’idea elementare e piuttosto inadeguata di città.
E credo che poco valga e ancor meno interessi a qualcuno, la puerile quanto prevedibile, e ahimè abusata, scusante, che certo potrebbe essere furbescamente addotta, dell’urgenza del momento e della necessità di confrontarsi con un partner privato: è noto come la storia urbanistica europea di questi ultimi anni si è proprio confrontata con l’esigenza di riportare l’iniziativa di partners privati all’interno di principi e di linee dettati dalle pubbliche amministrazioni e in ogni caso nate da una meditata idea dello sviluppo urbano, ma tale storia urbanistica, evidentemente, non si attaglia all’attuale amministrazione.
E d’altra parte a Livorno siamo destinati a subire da decenni le conseguenze dell’applicazione di quei principi elementari di progettazione urbanistica riscontrati oggi anche per il nuovo centro: mi riferisco ai quartieri sorti in coincidenza del cavalcavia delle Terme della Salute, segnati da un edificio multipiano e dall’affollarsi di edifici residenziali; resta davvero difficile ritrovare in quel quartiere, che tra l’altro costituisce una delle entrate in Livorno, una seppure minima identità di luogo, e certo, su queste aree, incombe la presenza di un’infrastruttura, il famigerato, per indegnità, cavalcavia, che non solo ha danneggiato gravemente la dignità estetica di un prestigioso monumento del Liberty italiano, ma che incombe irreparabilmente con la sua gravosa quanto inutile presenza sull’intero quartiere.
Non dissimile ci sembra la condizione del nuovo centro, termine a mio giudizio davvero improprio, e davvero sarebbe stato auspicabile un ben altro percorso progettuale, forse affidato ad un master plan, ad un piano guida, nato forse dal confronto di più ipotesi progettuali, ma, diversamente da altre città anche vicine, la forma concorsuale con il dibattito e il confronto che ad essa conseguono, a Livorno non sembra suscitare da parte della nostra amministrazione grande interesse.
Un diverso metodo di lavoro avrebbe forse consentito una diversa consapevolezza di questo territorio abbandonato e delle possibili strategie di intervento, anche nella localizzazione di nuove e meno scontate funzioni. Ma, come scriveva Antolini, credo che questo non si farà.
Non vogliamo risparmiare poi un commento sulle possibili soluzioni architettoniche prospettate dalle immagini relative a questo progetto: tra tutte troneggia una grande torre in vetro, destinata con una niente affatto straordinaria fantasia, anzi con un’ottica decrepita e non strategica, a centro direzionale, di cui si è voluto ingenuamente magnificare la presunta modernità delle soluzioni.
Mi è capitato più volte di segnalare il difficile rapporto che, a Livorno, si è sempre consumato con i segni architettonici ispirati alla contemporaneità, troppo spesso risultato di scelte urbanistiche improvvide e avulse dal contesto cittadino nel quale sorgevano, e certamente questa è l’occasione per sottolineare che se proprio si vuole arrogarsi tale terminologia, occorre sceverarne il senso: e allora sarebbe davvero più facile coglierlo a Livorno in un monumento degli anni Sessanta, il grattacielo di Piazza Matteotti, disegnato da uno dei più grandi architetti italiani del Novecento, Giovanni Michelucci, piuttosto che nei velleitari tentativi odierni.
Ci piace fare proprio questo esempio perchè tale costruzione, a ben vedere fuori scala rispetto al contesto, e che ancora oggi domina con lo sky–line il profilo della città, rappresenta la riflessione compiuta in Italia sul tema della tipologia dei grattacieli, e non si può davvero pensare di tornare indietro rispetto a tali traguardi.
Non sfuggono a chi in questi anni ha seguito anche su giornali di eco nazionale le vicende dell’architettura contemporanea, le forti innovazioni sul piano del disegno registratesi anche nel campo delle torri che affollano i quartieri commerciali delle grandi metropoli con nuovi profili e soprattutto in omaggio all’idea di rompere la tramontata monoliticità di questa tipologia costruttiva.
Ebbene tutto questo non sembra neppur lontanamente sfiorare – non me ne voglia chi di questo progetto è autore – la nostra torre destinata a svettare impunemente sul nuovo centro, quasi a voler mimare i grandi centri commerciali di Hong Kong, piuttosto che di Dubai.
Anche qui non si può non ricordare che altre sono le strade dell’architettura contemporanea e non resta che lamentare il destino di una città che non riesce a rinnovare la sua immagine nella contemporaneità.

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Quando si inciampa sul contemporaneo

di Dario Matteoni

Da alcuni giorni è in corso presso il Museo della Città a Livorno una istallazione, credo questo sia il termine più appropriato, realizzata da Eva Frapiccini (Recanati 1978), e concessa in prestito dal Museo dell’Informazione e della Fotografia di Senigallia all’istituzione cittadina. Il comunicato stampa diffuso nell’occasione segnala la forte volontà comunicativa e di denuncia civica di quest’opera che utilizza la documentazione fotografica di quotidiane testimonianze delle guerre di mafie.
L’opera approda nel museo di Livorno dopo recenti esposizioni in altre città e inaugura un ciclo di mostre dal titolo “inciampi”.
Non nascondo che questo titolo mi ha suggerito alcune brevi riflessioni. Come è noto il termine “inciampo”, nel nostro caso – cito letteralmente quanto leggiamo nelle news, “sorta di inciampo che ci porta a modificare il nostro percorso di visita alle collezioni” – corrisponde nella sua più corretta accezione – l’iniziativa risale al 1992 – a quelle piccole targhe in ottone collocate di fronte alle case delle vittime del nazismo come memoria di coloro che in quella mostruosa temperie storica furono privati innanzitutto della loro identità.
Anche Livorno possiede un piccolo esempio di “inciampi”: anch’esse piccole targhette in ottone che ricordano le vittime deportate nel febbraio 1944 a bordo di un treno destinato a Auschwitz. E sempre a Livorno si può cogliere l’utilizzo in veste turistica delle pietre d’inciampo nelle targhette che il comune di Livorno ha posto lungo un percorso nelle vie del centro cittadine che dovrebbe condurre il turista alla casa natale di Amedeo Modigliani. In Toscana e in Italia numerose sono le pietre d’inciampo collocate contro il rischio di dimenticare i crimini nazisti.
Questa premessa spinge a due brevi notazioni, peraltro non dissimili. La prima riguarda il rapporto percettivo che con questi inciampi si vorrebbe istaurare tra l’opera d’arte contemporanea e il comune visitatore. In fondo si presuppone una visione distratta, fugace: da qui la necessità di un possibile artificio che solleciti un più alto grado di attenzione e quindi la comprensione dell’osservatore.
Quindi non un possibile dialogo tra opere e/o istallazione ma un ostacolo, un “inciampo” che crei una sorta di stravolgimento percettivo e segnico. Sia detto peraltro a margine, l’inserimento di opere d’arte contemporanea, talvolta site-specific, non è certo nuova anche nei grandi Musei storici. Ricordo un affascinante allestimento di quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto nelle sale del Louvre del 2013: un dialogo gravido, dove la dimensione del tempo, l’inclusione dello spettatore e il riflesso delle opere di alta epoca producevano inediti spostamenti semantici e nuove catene significanti.
E proprio questo “inciampo” non convince: non è la modifica di un possibile percorso di visita alle collezioni ciò che conta. Piuttosto sarebbe stata apprezzabile la capacità di suggerire diverse percezioni delle opere stesse, di instaurare una nuova catena di significati, anziché attestarsi su istallazioni episodiche, per quanto sicuramente artisticamente valide.
Abbiamo detto: “inciampo” significa metafora e processo di conoscenza.

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C come CAPPIELLO / C come COINCIDENZE

di Francesca Cagianelli

Leggo su internet il comunicato diffuso dal Comune di Livorno, in merito all’imminente mostra dal titolo “Réclame. Leonetto Cappiello e le stagioni della grafica pubblicitaria a Livorno”, prevista a metà dicembre a Villa Fabbricotti, di cui riportiamo uno stralcio del peraltro breve comunicato:

“Rèclame. Leonetto Cappiello e le stagioni della grafica pubblicitaria a Livorno” è il titolo della mostra che dal 15 dicembre potrà essere visitata nella Biblioteca Labronica di Villa Fabbricotti fino al 17 febbraio (…). L’esposizione, curata da Antonella Capitanio, è un omaggio alla grafica pubblicitaria degli inizi del Novecento. Saranno esposti gli storici manifesti di Cappiello, gli album di caricature e materiali d’uso comune come i menù di sala per i ristoranti. Ci saranno anche i lavori realizzati da Vittorio Corcos, Plinio Nomellini, Renato Natali e Osvaldo Peruzzi. A Cappiello, protagonista per decenni del manifesto pubblicitario, è stato dedicato, nel 1961, un monumento celebrativo in piazza Aldo Moro in zona Fabbricotti. Il Comune di Livorno e Itinera Progetti, con la collaborazione della Fondazione Livorno, hanno reso possibile la realizzazione della mostra”.

Curiosamente, pochi mesi addietro, in occasione della Procedura Selettiva a tempo determinato, bandita dal Comune di Livorno per Direttore scientifico dei Musei di Livorno, presentavo, nell’ambito dell’ipotesi gestionale richiesta dallo stesso Comune, un progetto su Cappiello e la grafica pubblicitaria. Di seguito il paragrafo ad esso dedicato:

“Altro capitolo fondamentale della dinamicizzazione del percorso espositivo del Museo della Città nel rapporto con il Museo di Villa Mimbelli riguarda la personalità internazionale di Leonetto Cappiello declinato come un capitolo della Belle Epoque e da approfondire attraverso itinerari espositivi costruiti intorno al tema della grafica internazionale, dell’affiche pubblicitario e dell’illustrazione libraria”.

Tenendo conto che la Curatrice della mostra promossa dal Comune di Livorno, Antonella Capitanio, e il Presidente di Commissione della procedura selettiva bandita dal Comune, sono la stessa persona, comprendo con estrema difficoltà come la stessa Capitanio abbia potuto ritenere “NON IDONEA” la mia ipotesi gestionale.

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Ecco tutte le ragioni del mio ricorso al TAR: dalla procedura ai titoli

comunicato stampa

Al Tribunale amministrativo della Toscana Francesca Cagianelli, con gli Avv.ti Lucia Casale e Elena Pagni, ha presentato un ricorso, notificato il 19 settembre, per chiedere l’annullamento della selezione indetta dal Comune di Livorno ex art. 110, comma 2, Testo unico Enti Locali che nel corrente mese ha portato alla nomina del nuovo Direttore scientifico dei musei civici di Livorno.

La ricorrente è stata esclusa dopo il colloquio tecnico con la Commissione valutatrice.

La procedura, nel suo concreto dispiegarsi, secondo i difensori, è illegittima sotto molteplici aspetti, tutti motivati nel ricorso, tra i quali balza subito agli occhi la violazione dell’art. 51 Statuto dell’Ente, che prevede l’obbligo del concorso pubblico per la selezione del personale da assumere a tempo per la copertura degli incarichi di alta specializzazione come il presente.

Ciò che sorprende è che, malgrado lo stesso Comune nella delibera di Giunta che precede la pubblicazione dell’avviso di selezione abbia espressamente previsto la indizione di una procedura concorsuale, da fondarsi su criteri di scelta precisi e puntuali “che escludano spazi di apprezzamento discrezionale” e che al contempo assicurino che “la scelta da parte del Sindaco non avvenga sulla base del rapporto fiduciario” (cfr. pag. 23 Deliberazione 224 cit. doc.2), abbia poi, incomprensibilmente, avviato una procedura non concorsuale, dapprima affidando la scelta di scremare la rosa dei candidati ad una Commissione presieduta dallo stesso Capo di Gabinetto del Sindaco, e poi rimettendo la scelta finale al medesimo Sindaco dopo un colloquio a porte chiuse.

La ricorrente ritiene, quindi, di essere stata ingiustamente esclusa dalla procedura, in quanto giudicata sulla base di una valutazione del tutto generica e inconsistente, sganciata da precisi e chiari criteri di valutazione.

L’ammissione dei candidati è, infatti, avvenuta in modo del tutto generico e indifferenziato: il giudizio espresso su ciascuno dei candidati è sorprendentemente identico (“dal curriculum emerge il possesso dei titoli culturali e delle esperienze professionali nelle materie attinenti l’avviso di selezione che consente di ammettere il candidato al colloquio finalizzato ad una valutazione finale e globale”), senza alcuna valutazione specifica delle esperienze culturali e professionali allegate e documentate da ciascun candidato.

Quanto al giudizio espresso dalla Commissione all’esito del colloquio tecnico, oltre a riflettere la carenza di precisi criteri di valutazione, si dimostra clamorosamente non uniforme: taluni candidati (tra cui la Sig.ra Cagianelli) hanno ricevuto valutazioni generiche e astratte; altri, invece, giudizi puntuali e valutazioni approfondite anche in relazione ai progetti allegati alle domande sebbene l’elaborato scritto non fosse stato indicato come materia di esame.

Ciò che è parso, inoltre, molto singolare, e ha quindi alimentato i sospetti della ricorrente sulla regolarità di questa procedura, è stata la decisione assunta “in corsa” –dopo la pubblicazione dell’avviso di selezione – su precisa richiesta del Capo di Gabinetto del Sindaco – lo stesso che verrà nominato con successiva determina a presiedere la commissione di esame – di riaprire i termini della procedura al fine “di poter aggiungere tra le lauree accettabili anche quella in lettere”. Tale irrituale richiesta, cui è seguita la modifica dell’avviso di selezione con conseguente riapertura dei termini per la presentazione delle domande, oltre che discutibile sul piano dell’interesse pubblico, si scontra con la L.R.T n. 25.2.2010 n.21 art.10 e il relativo reg. attuazione 6.6.2011 22/r nonché con il D.M. 10.05.2011 (Ambito IV – personale), che al contrario prevedono, per l’accesso all’incarico in questione, un restringimento dei requisiti affinché, tenuto conto dell’alta specializzazione richiesta da tale profilo professionale, sia garantita la specificità della formazione e dell’esperienza professionale del futuro direttore.
Per giunta, a seguito di tale modifica dell’avviso di selezione, è casualmente risultato vincitrice un soggetto in possesso della sola Laurea in Lettere, che in origine non avrebbe nemmeno potuto partecipare.
Se solo fossero state correttamente comparate le domande di partecipazione, sarebbe emerso inconfutabilmente che la ricorrente era l’unica candidata a godere di una precedente esperienza come Conservatore di Pinacoteca Pubblica e ad avere centinaia alle spalle, 38 delle quali censite dalla Library of Congress (parametro internazionale di valutazione delle pubblicazioni rilevanti nel settore dell’arte). Diversamente, tra i candidati che le sono stati preferiti nessuno vanta una esperienza pluriennale di gestione museale né un numero così elevato di pubblicazioni (si rinvia, per una comparazione, allo schema in allegato).

La selezione indetta dal Comune per la individuazione della figura di alta professionalità di direttore scientifico dei musei della città è stata, quindi, impugnata in quanto dissimula una scelta fiduciaria del Sindaco, non controllabile a posteriori, e quindi ben lontana dai meccanismi oggettivi e trasparenti prescritti non solo dall’art. 35 Testo Unico Pubblico Impiego, al quale non deroga l’art. 110, comma 2, Testo Unico Enti Locali, ma anche, come visto, dalla stessa norma statutaria.

Inoltre, se solo si svolge un raffronto con procedure indette da altri Comuni per la scelta della figura professionale di direttore scientifico di museo, ai sensi dell’art. 110 richiamato, si può agevolmente riscontrare come al contrario sia di norma seguita una procedura oggettiva e comparativa, con la previa fissazione di punteggi da assegnare ai titoli e alle esperienze possedute dai candidati e la formazione di una graduatoria finale.

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