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Brindisi di Archivi e Eventi per i 12 anni

Per celebrare i suoi dodici anni di attività sul territorio, “Archivi e Eventi”, Associazione Culturale per la Documentazione e la Promozione dell’Ottocento e del Novecento Livornese”, ha scelto di presentare al pubblico, sabato 30 giugno 2018, ore 11.00, uno straordinario inedito ritrovato: Allegoria, di Giuseppe Maria Del Chiappa (Scandicci, 1883-Torino,1950).
Nata con la mission di valorizzare le personalità di eccezione del Novecento toscano, in particolare livornese, che comunque attingano momenti di aggiornamento nazionale e internazionale, l’Associazione “Archivi e Eventi” punta, con l’evento dedicato a Giuseppe Maria del Chiappa, a valorizzare quelle emergenze finora rimaste marginalizzate dalla critica d’arte istituzionale e dai percorsi storiografici ufficiali.
Già nel 1905 l’enfant prodige dell’epopea risorgimententale, Giosuè Borsi, celato dietro l’eccentrico pseudonimo di “Corallina”, recensiva nei suoi Asterischi mondani pubblicati a puntate sulle pagine del Telegrafo, l’esordio di Del Chiappa, reduce dall’alunnato presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, alla Mostra d’Arte Toscana, con tre ritratti – “tre lavori – a suo dire – semplicemente meravigliosi, per finezza di esecuzione, per accuratezza, per il disegno fatto con arte squisita” – apprezzati non a caso da Domenico Trentacoste, seguiti, nel 1906, da un capolavoro disperso, il Profilo di Gabriele D’Annunzio.
In occasione dell’Esposizione d’Arte ai Pancaldi del 1912, accanto a Adolfo e Angiolo Tommasi, Olinto Ghilardi, Ugo Manaresi, Raffaello Gambogi, Corrado Michelozzi, Gino Romiti, Renato Natali, Adriano Baracchini-Caputi, Gastone Razzaguta, Gino Schendi, Umberto Fioravanti, Mario Puccini, era ancora una volta Borsi a salutare Del Chiappa in veste di “disegnatore finissimo ed intenso, nelle sue figure elegantissime, d’un tocco così aristocratico, sottile e squisito”, mentre Gustavo Pierotti della Sanguigna lo apostrofava quale “esperto di mondanità leggiere”.
Fino al 1915, quando, reduce dal trasferimento torinese avviato fin dal 1908, e dalla frequentazione di Giacomo Grosso, Cesare Maggi e Leonardo Bistolfi, si ripresenta a Livorno in una mostra realizzata in tandem con Gino Romiti, nell’occasione della quale Gino Cipriani ne sancisce l’indiscussa autorità simbolista.
Tra sinfonie monocrome modulate su Lavery e incandescente cromatismo alla Zuloaga, Del Chiappa sembra non voler tralasciare nessun sentore di novità eccentrica, per poi subito lasciarsi sedurre dall’enigma di Raul dal Molin Ferenzona, di cui nel 1916 recensirà la mostra livornese, apostrofandolo quale “sognatore squisito, raffinatamente perverso e misticamente cristiano”.

Ed ecco l’exploit in sede di Primaverile Fiorentina, quando il critico varesino Emilio Zanzi ne decreta la legittimazione definitiva con le oltre due pagine dedicategli in catalogo, tratteggiandone un indimenticabile profilo di “assiduo degli Uffizi” e “venerabondo di Giotto”, ossequioso al contempo della modernità ritrattistica di Sargent, Boldini, Blanche, Whistler, infine proiettato verso le audaci sintesi della grafica pubblicitaria.

Non è un caso che proprio in questa sede rifulgesse il Ritratto del pittore Riccobaldi, autore del capolavoro della Rampa della Fiat del 1928, ma al contempo artefice di numerose scenografie per opere dannunziane, infine calamitato dal vortice futurista.

D’ora in avanti la collaborazione da una parte con il divisionista romano Cesare Maggi, con cui condividerà il destino espositivo alla Galleria Vinciana di Milano nel dicembre 1921, e dall’altra con il cartellonista fiorentino Giuseppe Gronchi, con cui firma nel 1928 il manifesto pubblicitario per l’XI Fiera di Padova, conservato presso la Collezione Salce, Museo Nazionale, sancisce la divaricazione espressiva di Del Chiappa tra scientismo ottocentesco, turgori Belle Epoque e tensioni moderniste.

Il capolavoro riapparso rende atto di una personalità inquieta che allo spoglio delle novità linguistiche nazionali e internazionali associa una spasmodica infatuazione dell’antico.

Al termine dell’evento, realizzato in collaborazione con Mario Bardi, l’Associazione “Archivi e Eventi” brinderà con il pubblico.

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Il designer Cagianelli approda a Livorno con una personale

Venerdì 8 GIUGNO 2018, alle ore 18,00, alla Space Gallery (Livorno, via Borra, 30), si inaugura la mostra “OMNIA VANITAS”, selezione di arredi disegnati da Antonio Cagianelli.
Federico Bocci, curatore della Space Gallery e apprezzato esperto di modernariato, presenta in anteprima a Livorno nella cornice della sua rinnovata galleria una straordinaria selezione di mobili e oggetti del noto designer Antonio Cagianelli.
Erede dello spirito più libero e iconoclasta del design e dell’architettura radicale, Cagianelli propone al pubblico livornese alcune icône del suo universo creativo che spazia da suggestioni pop-rock fino alle avanguardie dadaiste, surrealiste e informali.
I suoi oggetti, anche partire dalle prime esperienze creative alla Facoltà di Architettura di Firenze, denunciano in effetti una particolare propensione verso tutti quei movimenti artistici che hanno segnato una rivoluzione rispetto alla cultura dominante.
E il linguaggio “rebel” a proiettarlo fuori dal contesto del design tradizionale verso una formula espressiva provocatoria e anarchica, che procede verso il trans-design: uno stile che attinge la metafora, l’ossimoro, e non le regole canoniche del confort domestico.
In sostanza Cagianelli intende portare alla ribalta del suo iter creativo iconografie ‘proibite’, mai introdotte prima nel mondo austero dell’abitare, come le fiamme e i teschi, inaugurando un trend percorso negli ultimi anni anche da altri designer più legati all’industria.
Fino dai primi anni Novanta il designer toscano crea una serie di mobili e oggetti sperimentali, non destinati al grande pubblico, bensì a un collezionismo colto e raffinato.
Non a caso il celebre critico Pierre Restany scrive di lui: “Antonio Cagianelli é un poeta che ha scelto di esprimersi in forma tridimensionale”, e, sempre non a caso, alcune importanti gallerie promuovono la sua produzione artistica.
A partire dalla galleria Colombari di Milano, che sostiene il suo lavoro da diversi anni, mentre alcune sue opere sono entrate a far parte delle collezioni di numerosi Musei internazionali, tra cui il Museo delle Arti Decorative di Montreal e quello di Parigi.
In mostra anche le ormai famose sedute in gres “transvital” presentate al Miart del 2009 dalla stessa Galleria Colombari e il mobile in laminato plastico presentato sempre Miart ed eseguito in collaborazione con Abet Laminati, intitolato Morte a Venezia, dove il gioco tra il tema del carnevale e l’iconografia del teschio si intreccia per servire da pretesto alla citazione osé del titolo del romanzo di Thomas Mann.
Verrà presentata nell’occasione anche una serie di oggetti della collezione “pizzo a pezzi”, in cui il riferimento sexy-punk del pizzo evoca trame patchwork che suggeriscono a loro volta composizioni astratte.
Si tratta quindi di un’occasione preziosa per scoprire l’universo innovativo ed eccentrico di un designer contemporaneo, complice la suggestiva atmosfera space della galleria di Federico Bocci.

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INTERVISTA SURREALE CON KRIMER

In anteprima per “Livorno Cruciale XX e XXI” l’intervista al surreale di Alberto Gavazzeni a Krimer

(Interviste raccolte nel 1960 e nel 2018)

RIPRODUZIONE VIETATA

Al tavolo del Caffè Torricelli, in Corso Garibaldi a Viareggio, un uomo di mezza età, occhiali, cappotto lungo grigio scuro, pullover, cravatta bordeaux e un elegante Borsalino posato sulla sedia a portata di mano, sta discutendo con due giovani: uno è il pittore Renato Santini.
Non ci sono dubbi su quell’uomo di mezza età: è Cristoforo Mercati, in arte semplicemente Krimer, futurista romantico.
Di lui possiedo, per caso, un paio di composizioni astratte (i suoi vetri colorati) della fine degli anni Sessanta ed è per questo che ho deciso di rituffarmi indietro nel passato di oltre cinquant’anni anni, per capire, attraverso un’intervista ‘surreale’, il genio multiforme e poliedrico di un uomo che fu, senza dubbio, uno dei personaggi prima del Movimento futurista, poi della politica italiana durante il fascismo (“ministro della Cultura Popolare” della Rsi dopo l’8 settembre 1943) e infine della vita culturale viareggina, ma anche romana e labronica, vista l’amicizia e il sodalizio artistico con Luigi Servolini e Giovanni March. Da vero Art-manager, ha al suo attivo qualcosa come duecento mostre personali in tutta Italia, ma anche in Europa.
Un allora giovane pittore, quello seduto al tavolo con Krimer e Santini, che ho avuto l’occasione di conoscere molto più agè, quando abitavo nei dintorni di Firenze: Roberto Michetti.
Così ho chiesto a lui di presentarmi Cristoforo Mercati, perugino di nascita, scrittore, pittore e poeta italiano, come asserisce Wikipedia, amico fraterno di Lorenzo Viani con cui fu sodale fino al 2 novembre del 1936 quando Viani morì al Lido di Ostia. Krimer lo assistette fino alla fine.
Cristoforo Mercati, diventato Krimer con la K dopo l’incontro con l’aeropoeta Guido Keller.
Un’infatuazione che ha fatto supporre un rapporto omosessuale fra il gigante biondo, che morirà un anno dopo l’incontro in un incidente stradale, e il giovane diciottenne Cristoforo.
Roberto, come mai conosci Krimer?
“Mi aveva promesso di allestire, entro l’autunno del 1960, una mostra a “Bottega dei Vàgeri”, in via Ugo Foscolo. La mia prima mostra.
Nel 1959 avevo vinto, insieme ad Antonio Possenti, il primo premio del concorso “L’animale nell’arte”, creato proprio da Krimer, e quel mio coniglietto d’angora, con un occhio solo l’aveva convinto, così come il “canino sapiente alla lavagna” di Possenti. Con i soldi dei quadri venduti in quella prima mostra riuscii a sposarmi”.

“In effetti – mi dice Krimer – ho creato la Galleria assieme a Elpidio Jenco (poeta, insegnante di storia al locale Liceo Carducci e poi assessore alla Pubblica istruzione) in ricordo di Lorenzo. Ho sposato la causa dei giovani e come vàgero (viandante su questa terra) ritengo sia necessario sostenere quei ragazzi che nutrono valori pittorici. Il primo che ha esposto a “Bottega dei Vàgeri” è stato proprio lui, Renato Santini. Era il 1942. Dopo ci sono passati giovani talenti come Silvano Passaglia, Angelo Giarrusso, Ernesto Altemura, Eugenio Pardini, Fausto Maria Liberatore e tanti altri”.

“In effetti – ci ha detto Antonello Santini, figlio di Renato – Krimer era molto amico di mio padre. Era il suo pittore preferito, tanto che è stato il mio padrino di battesimo. Ma era anche un personaggio strano, sempre a corto di denaro. Ricordo che più di una volta chiese a mio padre se poteva portare qualche soldo a sua moglie Pia perché riuscisse a pagare le bollette dell’acqua e della luce. Lui era molto spesso a Roma perché legato a doppio filo con i governanti del tempo e perché organizzava mostre nella Capitale e a Napoli con un certo Avitabile per raggranellare quanto bastava per vivere. Mi hanno raccontato che era piuttosto ‘birichino’ perché vendeva i quadri dei suoi artisti e poi ci voleva del tempo perché li ripagasse”.

“Non erano tempi facili quelli del Dopoguerra – ha aggiunto Krimer – ed è anche per questo che, a un certo punto, ho deciso di tornare alla pittura creando una nuova forma di astrattismo con i miei vetri colorati. Una volta messi i colori sulla carta vi applicavo un foglio di carta o una tela e così nascevano i miei quadri”.

Ma torniamo indietro nel tempo. Che cosa la legava a Guido Keller e a Fedele Azari?
“Con Guido, Azari e Silvio Mix avevo ideato, a metà degli anni Venti, un progetto di teatro aereo da offrire gratuitamente a migliaia di spettatori, mentre l’amicizia con Keller, aviatore futurista, mi cambiò la vita iniziandomi al volo. Lo so che il mio ritratto di Keller nudo ha dato adito a sospetti di omosessualità. Sicuramente sono stato attratto dalla personalità di Guido e dalla sua prestanza fisica, ma ero giovanissimo e futurista… Lui è morto troppo presto e “La città della vita” (città degli artisti, senza leggi e senza poliziotti, senza cimiteri né banche), che avevamo pensato di realizzare assieme, rimase sulla carta”.
Ha conosciuto Marinetti?
“Nel 1922 avevo solo quattordici anni e fu Gerardo Dottori, amico di mio padre, ad accompagnarmi all’evento futurista organizzato nella “Sala dei Notari” a Perugia. C’era tanta gente e alla fine Dottori mi presentò a Marinetti che mi strinse la mano”.
Lei ha conosciuto molti dei protagonisti degli anni Trenta: dai livornesi Riccardo e Virgilio Marchi a Enrico Prampolini, da Anton Giulio Bragaglia a Ernesto Tayaht, dal commediografo Kiribiri a Antonio Marasco, da Fortunato Bellonzi a Giovanni March e Luigi Servolini. A chi è stato più vicino?
“Certamente a Riccardo Marchi, ma il mio faro fu Lorenzo Viani. Finita la stagione del primo futurismo mi avvicinai all’Armata dei Vàgeri di cui Lorenzo era il generale. Il campo base era proprio qui, al Caffè Torricelli, e questo giovanotto (si era nel 1926 e Santini era allora giovanissimo) diventò il suo unico allievo.
Ricordo che in quegli anni Viani, con la collaborazione tecnica dello scultore Domenico Rambelli, creò il Monumento dei Caduti per la Patria. L’opera era innovativa e straordinariamente espressiva, ma parecchi viareggini, per sottolineare la presunta bruttezza del gruppo scultoreo ribattezzarono la piazza su cui sorge con il nome di “Piazza della Paura”.
“Al gruppo dei Vàgeri mi legai nel 1931 e dopo il volume d’arte Il sole innamorato con xilografie di Spartaco Di Ciolo, nel 1937 uscì Caciucco, illustrato da Lorenzo. Lui purtroppo era morto il 2 novembre dell’anno prima, proprio nel giorno del suo 54° compleanno. Gli era stato commissionato un ciclo di pitture per il Collegio di Ostia e, dopo un lavoro frenetico e senza sosta di parecchi giorni, non riuscì a partecipare all’inaugurazione perché colpito da un forte attacco d’asma, malattia che lo tormentava dal 1928. Ero nella sua stanza d’ospedale quando se ne andò a percorrere i sentieri del cielo”.
“Del mio “sodalizio con Viani” – ha concluso Krimer – ne ho parlato nel libro con cui, nel 1938, ho vinto il premio Viareggio.

A Krimer avremmo potuto fare altre cento domande ma lui, preso il Borsalino e messoselo in capo, decise che l’intervista era finita e s’incamminò lentamente verso casa. “Mi aspetta la Pia”.

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Teste di Modì: rettifica di Cagianelli alla titolazione dell’articolo del Tirreno

La studiosa non si scusa, ma semplicemente chiarisce: la sua è stata una battaglia in nome del diritto di critica, nessuna offesa personale.

Rettifica Francesca Cagianelli rispetto alla titolazione dell’articolo pubblicato in data odierna sulle pagine de “Il Tirreno”.
Si conclude infatti senza né vincitori né vinti la battaglia legale che fin dal 2013 ha visto protagonista la storica dell’arte Francesca Cagianelli come controparte del Comune di Livorno e dell’ex assessore Mario Tredici con riferimento al dibattito da lei imbastito intorno al caso delle false teste di Modigliani.
La soluzione del testo conciliativo, proposta dapprima da Comune di Livorno/Tredici e infine accolta da Cagianelli con sostanziose varianti, consiste semplicemente in un chiarimento senza alcuna reprimenda: la studiosa vi afferma infatti di aver condotto una lecita polemica sull’onda di un inalienabile diritto di critica, senza tuttavia alcuna volontà lesiva nei confronti delle istituzioni comunali.
Il bilancio di Cagianelli in margine a tale vicenda?
Ancor più motivata a proseguire con determinazione e professionalità nell’ormai pluriennale impegno di testimonianza culturale condotto attraverso l’apprezzatissima e qualificata rivista “Livorno Cruciale”, con l’augurio di poter d’ora in avanti esercitare sempre e comunque il sacrosanto diritto di critica.

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