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Battesimi e autopromozioni: che gaffes!

di Francesca Cagianelli

Capita di leggere profili facebook, curricula, comunicati stampa, boutades propagandistiche, soprattutto in sede storico-artistica, densi di autopromozioni e battesimi, che riecheggiano amenità del genere di “profilo nazionale, internazionale, europeo, mondiale”, ecc.
Forse l’endemica tara dell’assenza di un albo professionale degli storici dell’arte, ancora non sanata nonostante i buoni propositi legislativi ventilati, anche di recente, a livello governativo, ha contribuito a provocare tale insana quanto fantasiosa superfetazione curriculare.
Ma è nostra ferma opinione che avvalorati meccanismi pubblicitari dell’oggi, spesso privi di alcuna regolamentazione, tendano a legittimare ruoli, classifiche, categorie, statuti, in larga parte non accertati, la cui unica autenticità resta la foga autoreferenziale.
Sorretti da tali granitiche certezze teniamo quindi a ribadire la centralità delle coordinate introdotte e applicate dalla comunità scientifica nazionale e internazionale, secondo cui le uniche realtà artistiche catalogabili quali istituzioni culturali “di riferimento europeo” possono considerarsi a tutti gli effetti esclusivamente quei Musei e quelle Fondazioni, pubblici o privati che siano, i cui organigrammi sociali e amministrativi, siano unanimemente noti, selezionati, eletti, acclamati, non solo dalle comunità del territorio di appartenenza e di operatività, ma anche a livello mondiale.
Altra ineludibile caratteristica: la totale trasparenza delle azioni culturali e amministrative, nonché un’accertata garanzia di eticità.

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Dal buio alla comunità scientifica nazionale

Il miracolo della crescita culturale passa attraverso l’impegno dello storico dell’arte

Proponiamo al nostro pubblico un’avvincente intervista impossibile, egregiamente curata da Alberto Gavazzeni, a una delle più straordinarie coppie di artisti della modernità labronica che, siamo certi, meriterebbero maggiore attenzione di quanta ne sia stata loro riservata finora da parte di istituzioni e di storici.
Una conferma esemplare, per quanto ci riguarda, del percorso da seguire nell’ambito della rivalutazione del patrimonio artistico del nostro territorio, rivalutazione che da anni stiamo perseguendo con iniziative editoriali ed espositive di respiro nazionale e internazionale riservate esclusivamente a temi e personalità inedite affrontate con originalità di rilettura scientifica.
Ecco che, da Alfredo Müller a Guglielmo Micheli, da Charles Doudelet a Raffaello Gambogi, artisti fino ad allora scomparsi dall’orizzonte critico, o addirittura mai emersi, sono stati miracolosamente ripescati per la prima volta da chi scrive, storicizzati con autorevolezza scientifica e restituiti alla comunità scientifica nazionale, che, a dire il vero, non ha mancato di goderne, e anche, di utilizzarne il frutto.
Un percorso letteralmente inesausto, a lunga, lunghissima, durata, senza schiamazzi da botteghino o proclami da cinepanettone, ma con la lungimirante e raffinata pazienza dello storico che contribuisce in tal modo ‘effettivamente’ alla crescita culturale delle nostre comunità, e, al contempo, restituisce alla globalità del consesso scientifico, i tesori nascosti di un Novecento florido e prestigioso, i cui protagonisti, come nel caso di Raffaello ed Elin, hanno lasciato le proprie tracce in Europa.

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE A
RAFFAELLO GAMBOGI E ELIN DANIELSON
di Alberto Gavazzeni

Vai a sinistra dell’ultima porta del Cimitero della Misericordia di Livorno: Elin e Raffaello sono lì, mano nella mano per l’eternità, sotto una piccola lastra di marmo.
Sono ormai dimentichi del mondo, ma per me fanno un’eccezione e le loro ombre si lasciano intervistare.
Raffaello è vestito di grigio, camicia bianca, cravatta allacciata sotto al colletto rialzato, gilet, sigaro in bocca, barba e baffi alla moschettiera. Elin, sopra una gonna lunga fino ai piedi che nasconde la sua passione, gli stivali da cavallerizza, ha una camicetta bianca, ciondolo d’oro al collo e stola di volpe bianca. In testa un vezzoso cappellino nero.
Sembrano usciti da una vecchia foto che Francesca Cagianelli ha inserito nel volume “Il tempo dell’Impressionismo” dedicato all’opera di Raffaello Gambogi
Lui: “Sono nato a Livorno nel 1874 e a 18 anni sono andato a scuola dal Fattori, a Firenze. In pratica ho cominciato giovanissimo studiando la poesia della natura con grande amore. Fattori mi fu da sprone e continuai a osservare e scoprire nuove portentose bellezze. Una pittura, la mia, mai troppo accesa, analitica e con un disegno prima preciso e serrato, poi sfocato e allusivo. Con largo uso di terre e velature. Chi mi influenzò davvero fu l’amico… Eravamo tutti giovani Angiolo Tommasi”.
Quando Raffaello Gambogi, nel 1984, creò il suo quadro probabilmente più conosciuto “Gli emigranti” (che nel ’95 aveva vinto il Premio Unico della Società di Belle Arti di Firenze) chiara è l’impronta del suo insegnamento.
Lei: “Io invece sono nata il 3 settembre 1861 in Finlandia, a Norrmark, un piccolo villaggio nel golfo di Botnia e ho trascorso l’infanzia in campagna, nella fattoria di famiglia. A 15 anni, vista la mia naturale inclinazione per l’arte, il fratello di mia madre mi permise di trasferirmi a Helsinki dove ho frequentato la scuola di Disegno della Società d’Arte Finlandese. Qui ho appreso disegno antico, paesaggio e prospettiva. Poi la pittura applicata alla porcellana. Sono riuscita a diplomarmi maestra di disegno per le scuole superiori e la cosa mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza economica”.
Elin Danielson è una creatura dal carattere forte, indipendente e grintosa, una femminista ante-litteram. Grazie alle ottime cognizioni tecniche apprese, riesce a mantenersi realizzando decorazioni in porcellana e dando lezioni di disegno.
Lei: “Ma la mia grande passione era il disegno, la pittura. Così, a 22 anni, mi sono trasferita a Parigi e sono entrata a far parte della colonia di artisti nordici (Edelfelt, Gallén, Schjerfbeck, Rönnberg, Westermarck, Järnefelt) che lavoravano nella capitale francese. Sono stati anni splendidi. Eravamo tutti giovani e pieni di vita”.
Tre anni dopo torna in Finlandia e comincia a raccogliere i primi successi e a conquistare una certa notorietà con i ritratti femminili. La sua produzione mostra un grande mestiere, ma anche una notevole capacità di vedere il mondo con un’ottica personale; mentre si consolida la sua posizione in difesa della donna, le sue opere sempre un po’ più apertamente contestano convenzioni borghesi ed esaltano il ruolo femminile nella società contemporanea. Torna a Parigi e poi di nuovo in Finlandia dove intreccia una relazione con lo scultore norvegese Gustav Vigeland al quale resterà legata cinque anni.
Lei: “Era davvero un bell’uomo, ma aveva otto anni meno di me. Era un immaturo anche se con capacità grandissime nel suo campo tanto che divenne ben presto lo scultore più importante del suo paese, la Norvegia”.
La visita del 1895 in Italia suscita l’interesse e la curiosità della donna che, ottenuta una borsa di studio, nel gennaio del 1896 ritorna a Firenze per studiare i grandi maestri della tradizione e con la segreta speranza di entrare all’Accademia.
“Quando vi siete conosciuti?
Lei: “La svolta per me sono stati i due viaggi a Firenze e la voglia di mare: ad Antignano, dove mi ero trasferita per l’estate e per fare i bagni, ho conosciuto Raffaello e non c’è voluto molto per innamorarsi di quel giovane biondo e riccioluto, con pizzetto alla moschettiera, occhi azzurri e pieno di voglia di vivere”.
Lui: “Elin mi è comparsa davanti sulla spiaggia, là dove le acque del Tirreno creano una piccola insenatura. Stava dipingendo ed era bellissima. Aveva i capelli tagliati corti, a caschetto, e grandi occhi da cerbiatta. Me ne sono innamorato subito”.
Un incontro che cambia loro la vita tanto che, nel 1898, i due si sposano con un permesso speciale del Papa, perché Elin è protestante. Un mese dopo sono già installati a Torre del Lago, dove alloggiano in una piccola casa su due piani fornita di giardino e di un orto che viene coltivato secondo l’uso nordico personalmente da Elin. Danno così avvio a una collaborazione artistica molto proficua. Gambogi entra a far parte del circolo La Bohéme, una sorta di associazione culturale e goliardica che fiancheggiava l’opera artistica di Giacomo Puccini. In quegli anni è in compagnia dei fratelli Angiolo e Ludovico Tommasi, di Francesca Fanelli e di Ferruccio Pagni.
Un momento importante per il suo cammino di pittore?
Lui: “Fu sicuramente questo il momento migliore per la mia carriera artistica visto che trovai un nuovo equilibrio tra forma e luce, con un’atmosfera di austerità che definirei “nordica”. Probabilmente mutuata dal modo di dipingere di Elin”.
Una grande operosità e una comune inventiva caratterizzano i primi tempi di unione degli sposi che ottengono premi e conferme critiche. Gambogi presenta alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze (1896-1897) il lodatissimo dipinto “All’ombra”. Nel 1899, alla Società di Belle Arti di Firenze, la Danielson espone “Estate”, dipinto acquistato dal Re Umberto per 4.000 lire; nello stesso anno è accettata alla Biennale di Venezia con “Sera d’Inverno”, dipinto che espone nella sala degli “artisti italiani non appartenenti ad alcun sodalizio”; Elin è la prima artista finnica a essere ammessa alla prestigiosa esposizione e la presenza ai due eventi espositivi è per lei un buon mezzo per farsi conoscere anche in Italia. Nel 1900, sempre a Firenze, è premiata con medaglia d’argento per il bellissimo “Autoritratto”; a Parigi riceve la medaglia di bronzo con “Madre” e “Nella vigna”, dipinto acquistato dal Museo di Turku in Finlandia.
Lei: “Nel 1899 ho purtroppo contratto il tifo e i medici mi consigliarono di cambiare aria e di trasferirmi sul mare. Così ci siamo spostati ad Antignano, ma è proprio qui che sono iniziati i problemi di salute di Raffaello”.
E non solo di salute, perchè alla fine del 1900 Elin ospita a Livorno l’amica pittrice Dora Wahlroos che intreccia una relazione con Raffaello. Il matrimonio va in crisi, nascono le prime grandi incomprensioni.
Lei: “Ero quasi decisa a divorziare, ma poi abbiamo deciso di fare un viaggio attraverso l’Europa fino alla Finlandia”.
Lui: “Eh, sì, avevo davvero perso la testa per Dora – e nel confessarlo si stringe all’altra ombra – ma il viaggio, il primo e l’ultimo che ho fatto, ci ha ravvicinato e a Helsinki ci hanno permesso di partecipare a un’esposizione con i quadri che avevamo portato dall’Italia. Il successo è stato notevole”.
Lei: “Proprio durante questo viaggio Raffaello ha iniziato a manifestare i primi segni di squilibrio. Siamo tornati in Italia agli inizi del 1902 e purtroppo Raffaello, si è messo a delegarmi ogni incombenza: era totalmente sfornito di senso pratico. Così sono stata costretta a risolvere questioni di ordinaria amministrazione e a sacrificare sempre di più il tempo da dedicare all’arte”.
Il matrimonio è ancora traballante, Elin non è riuscita a superare la crisi intervenuta a seguito dell’infedeltà del marito, è depressa, delusa e indecisa sul futuro. Alla fine dell’anno, senza il permesso di Raffaello che avrebbe dovuto firmarle il passaporto, decide di partire e, passando prima da Londra e poi da Stoccolma, raggiunge infine la Finlandia. Nell’ottobre del 1903 espone a Turku (il museo cittadino è intitolato a lei); sul finire dell’anno decide di tornare in Italia nel tentativo di ricostruire una vita in comune con l’amato, infelice Raffaello.
Lui: “Nel 1905 sono stato costretto a trasferirmi a Volterra per farmi curare da specialisti del locale ospedale diretto dallo psichiatra Luigi Scabia, ma non è servito a molto. Oltre a tutto avevamo anche problemi di soldi perché in Italia i nostri quadri si vendevano poco”.
A Volterra sono anni di solitudine, difficili e tormentati, vissuti sempre all’ombra della miseria, nei quali continuano entrambi a dipingere, e assai verosimilmente è proprio l’arte a porre un freno all’affanno del loro vivere inquieto. Elin spesso rientrerà in Finlandia e avrà occasione di mantenere vivi i contatti familiari e i rapporti con gli artisti che avevano segnato gli anni impetuosi della giovinezza e della prima maturità, in particolare con Hilma e Victor Westerholm, coi quali da sempre è in corrispondenza epistolare. Il 1913 è l’anno che registra l’ultimo viaggio di Elin in patria; l’avvento della guerra non le consentirà più di tornare in Finlandia.
Lei: “Ho partecipato nel 1914 alla Biennale di Venezia con un “Autoritratto”; poi ho esposto a a Milano (Esposizione Nazionale de Belle Arti), a Firenze, a Roma e anche a Livorno (1° Mostra di Arte Livornese, Bagni Pancaldi 1912) dove, lasciata Volterra, siamo tornati ad abitare dividendo il nostro tempo tra Firenze e Antignano”.
Colpita da una micidiale polmonite, Elin muore a 58 anni, il 31 dicembre 1919.
La salute di Raffaello peggiorò alla morte della moglie. Si chiuse in se stesso, accentuando le difficoltà di rapporto con gli altri. Passò gli ultimi anni di vita in un sostanziale isolamento che influì assai negativamente sulla sua pittura.
In Finlandia è conservato il meglio dell’opera sua che, insieme a quella della moglie, è raccolta in un museo a Turku intitolato a Elin.
“In merito al problema degli autentici allievi di Fattori – scrive Plinio Nomellini a Gastone Razzaguta – mentre chiudo queste ultime note apprendo della morte del pittore Raffaello Gambogi (siamo nel 1943). Tristissima fine nel reparto cronici dello Spedale. Come Puccini, come Modigliani, come Bartolena, anche Gambogi muore solo e disperato mentre il valore della sua arte si accrescerà da oggi per tanta sventura. Disgraziato amico, da un pezzo egli non era che un povero uomo che si trascinava a passettini alla ricerca ansiosa di una bevuta che mai sazia. Non gli era rimasta che la sua bella e virile testa d’artista, ma ora anche i suoi lunghi capelli ricciuti, il suo pizzo, i suoi baffi glieli avevano tagliati ed egli giace morto, irriconoscibile, senza vestiti addosso, e così malamente finisce la vita di un altro nobile pittore del sereno “Cielo Fattoriano”.

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La sorte di Villa Mimbelli negli Archivi di “Livorno Cruciale”

Gli Archivi di “Livorno Cruciale” on -line – 3° Puntata

Nuove classifiche: meno del 50% – di Francesca Cagianelli
(pubblicato nel 2009)

Certi che il destino e la storia di ogni città coincidano non solo con le vicende economiche e sociali, ma anche con la capacità di produrre ed esportare una cultura innovativa, capace di tradursi in una risorsa per la popolazione stessa, oltre che in un passaporto per l’esterno, non si può che indignarsi per le statistiche denunciate oggi dall’articolo apparso sulla cronaca regionale del Tirreno relativamente al generale trend negativo delle mostre in Toscana, con il caso eccellente di una Livorno che vede calare ad uno storico picco il ruolo di Villa Mimbelli: dalle 50.000 presenze della prima mostra organizzata in quel museo dedicata a Macchiaioli e Impressionisti alle 20.000 presenze, ahimè, proclamate con puerile e ingiustificata enfasi dall’attuale Amministrazione, incassate dalla recente mostra di Fattori.
Se si procede dunque alla lettura dei dati epocali registrati dall’articolo di Teresa Giannoni circa la ben diversa fortuna riscossa da un’altra mostra ugualmente dedicata a Fattori proprio nella vicina Firenze, esattamente quella promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, con circa 40.000 presenze, di contro ad un investimento decisamente contenuto di risorse economiche, non è affatto difficile appurare il flop fatidico di una programmazione livornese che negli ultimi cinque anni ha condotto Villa Mimbelli, polo museale candidato al suo nascere per divenire protagonista nell’ambito dei calendari artistici nazionali ed internazionali, ai minimi storici.
Sembra davvero che i records del fallimento debbano affliggere l’attività dell’attuale Amministrazione (sigilli al tempio liberty delle Terme del Corallo e attuale indagine della Magistratura in escalation, distruzione fumante del gioiello futurista Odeon per imbandire l’appetitoso parcheggio, drammatico finale con chiusura per la Fortezza Nuova e forse nuovi scenari non meno apocalittici per la Fortezza Vecchia, l’equivoco demagogico della Casa della Cultura), ma la notizia che il pubblico italiano diserta attualmente Villa Mimbelli in proporzioni pari quasi ad un terzo rispetto agli anni Novanta, deve considerarsi, e si badi bene non solo per gli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto per tutti quei cittadini livornesi che speravano in una stagione culturale della città un po’ meno becera e un po’ meno autoreferenziale di quanto non fosse avvenuto da cinquant’anni a questa parte, una vera caduta agli Inferi.
Sarebbe facile rispondere che sono ben altri i problemi da imputare all’attuale Amministrazione e non si può che non convenire appieno, basti pensare a tutti gli argomenti che onorevolmente si discutono su questo blog con impareggiabile contributo di idee e di spirito fattivo, ma certo occorre anche essere consapevoli che continuare a consentire all’attuale Amministrazione di rottamare il proprio Museo Civico e quindi la sede museale ad esso congiunta, e quindi una delle più prestigiose attrattive turistiche, e quindi una delle più affascinanti occasioni professionali per tanti giovani, e quindi una delle possibili risorse di economia culturale per l’intera città di Livorno, continua a riproporre agli occhi di tutti l’ennesima irresponsabile e cancrenosa ripicca dell’attuale Amministrazione rispetto alle strategie positive messe in atto nel decennio precedente, quello cioè che avevano per la prima volta proiettato la città di Livorno sullo scenario della cultura italiana, con una ricaduta di fortuna turistica tutt’oggi insuperata.
E pensare che in occasione della prima mostra inaugurata ai Granai di Villa Mimbelli, quella cioè dedicata ad Afro, un forse ignaro, ma certamente troppo speranzoso pubblico fu costretto ad ingurgitare la “panzana” di una Villa Mimbelli finalmente catapultata nell’onorevole trambusto delle reti televisive nazionali, con – si badi bene!! – un’attesa di pubblico di 60.000 visitatori (leggi nell’archivio del Tirreno relativi titoli di articoli). Ebbene chiunque potrà verificare oggi presso la SIAE l’allora risultato dello sbigliettamento: sono stati divulgati 3.500 visitatori, ma, tenuto conto dell’enfasi degli apparati burocratici, si ritiene non più di 2.000 effettivi); forse si era talmente digiuni di tali questioni da aver confuso la realtà delle reti televisive nazionali con il consolatorio boato dei rotocalchi locali.
Qualcuno allora, e credo che qualche autorevole fonte giornalistica lo riporti – ma senz’altro lo trattiene la memoria di molti cittadini livornesi che ebbero la ventura di crederci – parlò di mostre che illustrassero gli idiomi del mondo: ma di tale novella non abbiamo ascoltato neppure i vagiti…

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RUBRICA / 2° – Sul rapporto tra istituzioni e collezionismo

Rubrica on line: GLI ARCHIVI DI LIVORNO CRUCIALE – 2°

Istituzioni, Collezionismo, Associazioni, Regione ed altro

di Francesca Cagianelli

Livorno Cruciale, 2016

In altri tempi si è cercato di diffondere la nostra opinione rispetto a iniziative improvvide di sistemazione museale di nuclei collezionistici privati, sciorinando i fiori all’occhiello delle vicende emblematiche di collaborazione tra musei e privati in Italia nel segno della valorizzazione di prestigiosi nuclei collezionistici.
Tutto questo per evitare la deriva territoriale, sempre in agguato visto l’appetito dei privati, di inflazionati comodati, depositi, ecc. che giungano ad inficiare il prestigio delle collezioni pubbliche.
Ogni qualvolta si cerchi di escludere il filtro delle istituzioni, la convalida degli studiosi acclarati, la trasparenza dell’iter procedurale, si rischia di avallare l’interesse di sedicenti onluss e la legittimazione di nuclei collezionistici privati che fino a prova contraria non possono ambire a forme di gratifica pubblica.
Contro tale mefitico accreditamento non certificato, e di ordine meramente commerciale, di collezioni private, non si è certi di poter escogitare argini e contromisure, vista la mancanza di preparazione degli organi politici preposti e delle stesse istituzioni museali.
Tanto più quando capita di verificare che neppure la Regione Toscana è in grado di controllare i flussi dei propri finanziamenti, scansando ogni responsabilità di vagliatura dei diversi questuanti, indentificabili in sedicenti associazioni territoriali al soldo dell’ultimo dei privati.
Un tempo si aborriva, da parte dell’establishment di sinistra, questa miscela di pubblico e privato, oggi se ne finanziano gli obbrobri.
In Italia sembra davvero impossibile un circuito virtuoso in cui le risorse del pubblico riescano a individuare il migliore obiettivo al fine della valorizzazione del patrimonio artistico: vince la risacca del clientelismo.
Il caos che rischia di minare la trasparenza del rapporto tra istituzioni pubbliche e associazioni private prelude al collasso.

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