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ED ECCO MARIO BENEDETTI

Finalmente una nuova monografica dedicata a Mario Benedetti, assente da tempo dai palcoscenici espositivi.

E’ il Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato a promuovere questa preziosa antologica curata da Francesca Cagianelli, da tempo dedita alla riscoperta delle avanguardie degli anni Cinquanta.

Firma la comunicazione l’Associazione Archivi e Eventi, specializzata nella riscoperta dei talenti sommersi.

Una specializzazione, quella di Archivi e Eventi, che mira a ridestare il torpore dell’arte livornese verso traguardi di rinnovati orgoglio e consapevolezza.

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LA RISCOPERTA DI MARIO BENEDETTI

Mario Benedetti. L’etica dello spazio

mostra a cura di Francesca Cagianelli

con Antonio Amato

Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato

9-23 settembre 2016

comunicato stampa – copyright “Archivi e Eventi”

Si è scelto Mario Benedetti per avviare un ciclo di rivisitazione dei protagonisti delle avanguardie del secondo dopoguerra a Livorno, al fine di porre la ‘prima pietra’ di tutta una stagione monografica che possa finalmente investire tutti quegli artisti che videro una prima fase di promozione negli anni Settanta con l’iniziativa espositiva Un’altra Livorno, realizzata alla Casa della Cultura nel 1978, ma di cui pochissimi, da allora, hanno goduto di un adeguato processo di storicizzazione.

Certi che sia proprio la via degli eventi monografici a proiettare tali personalità al di fuori di una contingente temperie promozionale, per assurgere finalmente all’autorevolezza dell’indagine storica, si intende oggi inaugurare questo evento simbolico di una nuova stagione di studi.

Saranno piccoli quaderni, idealmente ispirati al contenuto formato editoriale e alla stringatezza del testo introduttivo tipico delle edizioni Scheiwiller “All’Insegna del Pesce d’Oro”, ad accompagnare tale ciclo monografico, promosso dal Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato.

E’ Francesca Cagianelli, Presidente di “Archivi e Eventi”, l’ideatrice di questo ciclo monografico, concepito in termini assolutamente organici rispetto alla sua pluriennale attività scientifica e promozionale.

Dopo la monografica dedicata già nel 2002 a Voltolino Fontani, e contestualmente alla direzione della collana “Rarità del Novecento Livornese” che dal 2005 al 2010 ha ospitato per la prima volta nella storia dell’arte livornese ampie e autorevoli ricognizioni di artisti dimenticati delle avanguardie del secondo dopoguerra, da Renato Vigo a Mario Ferretti, Francesca Cagianelli ha infatti promosso un convegno su tali avanguardie nelle sale della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, in occasione della monografica di Giancarlo Cocchia, da lei curata.

Ma numerosi altri sono gli obiettivi strategici individuati da Francesca Cagianelli per la stagione espositiva del 2016-2017, primo tra tutti la riscoperta dell’out-sider Pierino Fornaciari, già avviata in occasione dell’antologica da lei curata alla Pinacoteca Servolini, ma destinata a sfociare in un nuovo numero monografico delle “Rarità”.

Saranno d’altra parte selezionati in particolare quegli artisti che, vuoi per costituire un ‘caso isolato’, vuoi per l’originalità e il coraggio del loro percorso espressivo, non sono riusciti in questi ultimi decenni a padroneggiare il palcoscenico delle esposizioni labroniche.

E non a caso si è scelto strategicamente Mario Benedetti, di cui già Giorgio Fontanelli in un’accorata quanto emblematica lettera pubblicata nel catalogo dell’antologica allestita alla Casa della Cultura di Livorno nel 1963, celebrava “la via insolita di un apparente candore”.

Un candore che ci è sembrato potesse ascriversi tra quelle coordinate etiche che condussero progressivamente Benedetti, stando proprio all’esegesi di Fontanelli, a una sorta di “ricerca di una infanzia perduta in cui tutto si fissasse nell’immobilità esterefatta eppure serena di una prospettiva fuori del tempio e dello spazio”.

Si tratta di una prospettiva costantemente messa in dubbio, quella ansiosamente profilata nelle sue visioni di solitudine, reiterate dagli anni Sessanta in avanti con alterna sensibilità dialettica rispetto al panorama artistico contemporaneo, ma soprattutto con riferimento alle proprie specifiche istanze.

Non è un caso che Fontanelli lo documenti negli anni Sessanta colto dall’inquietudine della ricerca di un “nuovo baricentro”, quando cioè dietro i consueti compiacimenti metafisici sembra affacciarsi prepotentemente una tentazione astrattista, “quasi si trattasse di una fuga – per dirla ancora nei termini di Fontanelli – di una immersione a ritroso nell’armonia primaria della materia, quasi abdicando a ogni presunzione di costruire razionalmente la realtà esterna”.

Da parte nostra si è certi che da allora Benedetti abbia coerentemente sviluppato quel dialogo sentimentale ambientato in sconfinamenti metafisici all’origine di tante vedute urbane degli anni Sessanta, come sembra peraltro documentare il corpus delle opere presentate per la prima volta nella mostra oggi patrocinata dal Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato, concepite dall’artista circa venti-trent’anni dopo la sensibile ricognizione di Fontanelli.

Ed ecco che un’opera come L’uomo sul filo, che troneggiava nel percorso espositivo allestito in occasione della personale del 1963, oltre a confermare la sua definitiva fuoriuscita dalla tradizione figurativa labronica, sembra precisare l’impegno etico di Benedetti nel declinare “quella sua misura cosmica”, dove la dilatazione spaziale amplifica il gradiente dell’angoscia.

E se la suggestione di tale amplificazione cosmica non travalica mai le soglie della figurazione, non si può certo ignorare che sintesi scarnificate sottolineate da una tavolozza monocroma riverberino sui paesaggi urbani di Benedetti una luce sacrale di tormento e privazione, trasformandoli in arene geometrizzate scandite da una rigorosa grammatica compositiva in linea con le tendenze più avanzate dell’arte italiana del secondo dopoguerra.

In tal senso l’unico a impugnare l’estetica di Benedetti in direzione di una più estesa riflessione spaziale ci sembra Piero Caprile che nel 1978 si esprimerà in termini oltremodo efficaci e, a nostro giudizio, condivisibili, sulla poetica dell’artista elaborata nel corso degli anni Settanta: “Comportamento lineare, la pittura del Benedetti, stabilita da un tessuto mitico e singolare di forme tra oggetti e sistema di originalità compositiva. Nella chiara suddivisione di questa etica di spazio, Benedetti compone un programma senza rivalse o termini di ribellione” (P. Caprile, Notes d’Artes, Pisa 1978).

Riflessione programmatica, quella di Benedetti alle soglie degli anni Ottanta, sorta di post quem per il nucleo di opere presentate nell’attuale occasione espositiva, dove il procedimento astraente si carica di ambizioni etiche, senza tuttavia mai aderire alla moda polemica delle avanguardie.

Mostra a cura di Francesca Cagianelli

con Antonio Amato

In collaborazione con Mario Bardi

Con il contributo di Gianluca Londi

Catalogo a cura di Francesca Cagianelli

Ufficio Stampa e Promozione: “Archivi e Eventi”

 

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Archivi e Eventi incorona le avanguardie

Mario Benedetti

L’etica dello spazio

mostra a cura di Francesca Cagianelli

con Antonio Amato

Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato

9-23 settembre 2016

comunicato stampa – copyright “Archivi e Eventi”

Si è scelto Mario Benedetti per avviare un ciclo di rivisitazione dei protagonisti delle avanguardie del secondo dopoguerra a Livorno, al fine di porre la ‘prima pietra’ di tutta una stagione monografica che possa finalmente investire tutti quegli artisti che videro una prima fase di promozione negli anni Settanta con l’iniziativa espositiva Un’altra Livorno, realizzata alla Casa della Cultura nel 1978, ma di cui pochissimi, da allora, hanno goduto di un adeguato processo di storicizzazione.

Certi che sia proprio la via degli eventi monografici a proiettare tali personalità al di fuori di una contingente temperie promozionale, per assurgere finalmente all’autorevolezza dell’indagine storica, si intende oggi inaugurare questo evento simbolico di una nuova stagione di studi.

Saranno piccoli quaderni, idealmente ispirati al contenuto formato editoriale e alla stringatezza del testo introduttivo tipico delle edizioni Scheiwiller “All’Insegna del Pesce d’Oro”, ad accompagnare tale ciclo monografico, promosso dal Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato.

E’ Francesca Cagianelli, Presidente di “Archivi e Eventi”, l’ideatrice di questo ciclo monografico, concepito in termini assolutamente organici rispetto alla sua pluriennale attività scientifica e promozionale.

Dopo la monografica dedicata già nel 2002 a Voltolino Fontani, e contestualmente alla direzione della collana “Rarità del Novecento Livornese” che dal 2005 al 2010 ha ospitato per la prima volta nella storia dell’arte livornese ampie e autorevoli ricognizioni di artisti dimenticati delle avanguardie del secondo dopoguerra, da Renato Vigo a Mario Ferretti, Francesca Cagianelli ha infatti promosso un convegno su tali avanguardie nelle sale della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, in occasione della monografica di Giancarlo Cocchia, da lei curata.

Ma numerosi altri sono gli obiettivi strategici individuati da Francesca Cagianelli per la stagione espositiva del 2016-2017, primo tra tutti la riscoperta dell’out-sider Pierino Fornaciari, già avviata in occasione dell’antologica da lei curata alla Pinacoteca Servolini, ma destinata a sfociare in un nuovo numero monografico delle “Rarità”.

Saranno d’altra parte selezionati in particolare quegli artisti che, vuoi per costituire un ‘caso isolato’, vuoi per l’originalità e il coraggio del loro percorso espressivo, non sono riusciti in questi ultimi decenni a padroneggiare il palcoscenico delle esposizioni labroniche.

E non a caso si è scelto strategicamente Mario Benedetti, di cui già Giorgio Fontanelli in un’accorata quanto emblematica lettera pubblicata nel catalogo dell’antologica allestita alla Casa della Cultura di Livorno nel 1963, celebrava “la via insolita di un apparente candore”.

Un candore che ci è sembrato potesse ascriversi tra quelle coordinate etiche che condussero progressivamente Benedetti, stando proprio all’esegesi di Fontanelli, a una sorta di “ricerca di una infanzia perduta in cui tutto si fissasse nell’immobilità esterefatta eppure serena di una prospettiva fuori del tempio e dello spazio”.

Si tratta di una prospettiva costantemente messa in dubbio, quella ansiosamente profilata nelle sue visioni di solitudine, reiterate dagli anni Sessanta in avanti con alterna sensibilità dialettica rispetto al panorama artistico contemporaneo, ma soprattutto con riferimento alle proprie specifiche istanze.

Non è un caso che Fontanelli lo documenti negli anni Sessanta colto dall’inquietudine della ricerca di un “nuovo baricentro”, quando cioè dietro i consueti compiacimenti metafisici sembra affacciarsi prepotentemente una tentazione astrattista, “quasi si trattasse di una fuga – per dirla ancora nei termini di Fontanelli – di una immersione a ritroso nell’armonia primaria della materia, quasi abdicando a ogni presunzione di costruire razionalmente la realtà esterna”.

Da parte nostra si è certi che da allora Benedetti abbia coerentemente sviluppato quel dialogo sentimentale ambientato in sconfinamenti metafisici all’origine di tante vedute urbane degli anni Sessanta, come sembra peraltro documentare il corpus delle opere presentate per la prima volta nella mostra oggi patrocinata dal Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato, concepite dall’artista circa venti-trent’anni dopo la sensibile ricognizione di Fontanelli.

Ed ecco che un’opera come L’uomo sul filo, che troneggiava nel percorso espositivo allestito in occasione della personale del 1963, oltre a confermare la sua definitiva fuoriuscita dalla tradizione figurativa labronica, sembra precisare l’impegno etico di Benedetti nel declinare “quella sua misura cosmica”, dove la dilatazione spaziale amplifica il gradiente dell’angoscia.

E se la suggestione di tale amplificazione cosmica non travalica mai le soglie della figurazione, non si può certo ignorare che sintesi scarnificate sottolineate da una tavolozza monocroma riverberino sui paesaggi urbani di Benedetti una luce sacrale di tormento e privazione, trasformandoli in arene geometrizzate scandite da una rigorosa grammatica compositiva in linea con le tendenze più avanzate dell’arte italiana del secondo dopoguerra.

In tal senso l’unico a impugnare l’estetica di Benedetti in direzione di una più estesa riflessione spaziale ci sembra Piero Caprile che nel 1978 si esprimerà in termini oltremodo efficaci e, a nostro giudizio, condivisibili, sulla poetica dell’artista elaborata nel corso degli anni Settanta: “Comportamento lineare, la pittura del Benedetti, stabilita da un tessuto mitico e singolare di forme tra oggetti e sistema di originalità compositiva. Nella chiara suddivisione di questa etica di spazio, Benedetti compone un programma senza rivalse o termini di ribellione” (P. Caprile, Notes d’Artes, Pisa 1978).

Riflessione programmatica, quella di Benedetti alle soglie degli anni Ottanta, sorta di post quem per il nucleo di opere presentate nell’attuale occasione espositiva, dove il procedimento astraente si carica di ambizioni etiche, senza tuttavia mai aderire alla moda polemica delle avanguardie.

Mostra a cura di Francesca Cagianelli

con Antonio Amato

In collaborazione con Mario Bardi

Con il contributo di Gianluca Londi

Catalogo a cura di Francesca Cagianelli

Ufficio Stampa e Promozione: “Archivi e Eventi”

 

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