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Teste di Modì: rettifica di Cagianelli alla titolazione dell’articolo del Tirreno

La studiosa non si scusa, ma semplicemente chiarisce: la sua è stata una battaglia in nome del diritto di critica, nessuna offesa personale.

Rettifica Francesca Cagianelli rispetto alla titolazione dell’articolo pubblicato in data odierna sulle pagine de “Il Tirreno”.
Si conclude infatti senza né vincitori né vinti la battaglia legale che fin dal 2013 ha visto protagonista la storica dell’arte Francesca Cagianelli come controparte del Comune di Livorno e dell’ex assessore Mario Tredici con riferimento al dibattito da lei imbastito intorno al caso delle false teste di Modigliani.
La soluzione del testo conciliativo, proposta dapprima da Comune di Livorno/Tredici e infine accolta da Cagianelli con sostanziose varianti, consiste semplicemente in un chiarimento senza alcuna reprimenda: la studiosa vi afferma infatti di aver condotto una lecita polemica sull’onda di un inalienabile diritto di critica, senza tuttavia alcuna volontà lesiva nei confronti delle istituzioni comunali.
Il bilancio di Cagianelli in margine a tale vicenda?
Ancor più motivata a proseguire con determinazione e professionalità nell’ormai pluriennale impegno di testimonianza culturale condotto attraverso l’apprezzatissima e qualificata rivista “Livorno Cruciale”, con l’augurio di poter d’ora in avanti esercitare sempre e comunque il sacrosanto diritto di critica.

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Passata l’era dei falsi Modì, ora è il momento di musealizzare Cappiello

di Francesca Cagianelli

Per anni non si è fatto che inneggiare al fantasma di Modigliani, riesumare la beffa del 1984, enfatizzare le false teste, insomma, inseguire la gloria, ad oggi irrealizzata, di una valorizzazione del più maudit dei labronici famosi nel mondo.

Oggi Livorno recupera in concretezza con Cappiello, forse meno maudit, ma non meno internazionale: grazie al mago dell’affiche si può coronare un sogno di celebrità mai finora raggiunto, se non con filosofemi circoscritti nella sfera della virtualità.

Ma che museo del falso! Oggi Livorno può finalmente ambire alla musealizzazione di Cappiello.

E badi bene, non si parla soltanto dei manifesti, ma anche dei dipinti, cruciali nella carriera cappiellesca, conservati a Villa Mimbelli.

Uno di questi, La Famiglia Cappiello, è l’icona prescelta per la copertina del volume curato da Francesca Cagianelli, Leonetto Cappiello. Oltre l’affiche, di prossima pubblicazione.

Un titolo emblematico, che rende atto di un salto della critica: non più e non soltanto il genio pubblicitario, ma un pittore di talento ineccepibile, proprio come asseriva all’alba del Novecento, il gotha della critica francese, a partire dal grande Apollinaire, per finire con il letterato di eccezione Camille Mauclair.

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Quando la Carica termina in Cortocircuito

di Francesca Cagianelli

In merito all’evento che ha ispirato l’infervorata titolazione de “La carica dei seicento” sulle pagine del Tirreno (forse mutuato da qualche probo comunicato propalato dall’entourage amministrativo), varie sono le questioni da puntualizzare.

La missione culturale di un’Amministrazione non deve a nostro avviso mirare all’avvento di disneylandiane “cariche” nei musei, bensì ad una innovativa strategia, non priva di consapevolezza manageriale, in grado di catalizzare flussi di pubblico il più trasversali possibili.

Non sono infatti i musei contenitori indifferenziati, equiparabili ad arene e padiglioni fieristici, anche se qualche strampalata iniziativa accolta di recente nel contesto museale di Villa Mimbelli – si parla rispettivamente del parco e della sede espositiva dei Granai – ha visto alternarsi dinosauri e biciclette d’antan.

E se è pur vero che l’annoso dibattito sull’utilizzo, anche non strettamente museale, delle sedi culturali ed espositive, punta sempre più convintamente verso una dimensione più imprenditoriale, certo non si potrà mai convenire nella trasformazione di tali sedi in padiglioni multiuso.

Convinti che ambiziosi traguardi in fatto di flussi di visitatori, peraltro ampiamente raggiunti in passato a Livorno – e si parla non certo di 600, ma di 60.000 – si possano toccare dignitosamente, senza cioè incorrere in tentazioni fieristiche, ecco che si consiglia di rifuggire dal ricorso a una carica – quella dei seicento – che inevitabilmente conduce al cortocircuito.

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Comodato 1.

Come già annunciato la nostra Redazione ha deciso di svolgere un’inchiesta sull’annuncio dell’Amministrazione Comunale di Livorno relativo all’ipotesi di un comodato gratuito di una collezione privata destinato ai Granai di Villa Mimbelli.

Ecco un primo intervento di Elisa Favilli, critica d’arte e giornalista:

“Calma e gesso”. Si dice così quando l’entusiasmo travolge gli animi, ma poi questo deve fare i conti con la realtà fatta di logica e di buon senso. Sì perché cambiare il senso della storia è un dovere, anzi un diritto inalienabile che appartiene a un popolo, ma farlo con la leggerezza di pagarne poi la superficialità di scelte mosse per passioni, non è certo degno di tutta quella politica democratica di cui si distingue la memoria e la gloria. Livorno ha bisogno di cambiare passo. Lo stanno dimostrando i propri cittadini nelle loro azioni. Lette come proteste, oppure come scelte consapevoli, rispettiamo tutti i punti di vista, sarebbe sciocco ignorarle o peggio ancora non viverle per ascoltare il canto di sirene o arroccarsi in proteste senza via di uscita. Che Livorno debba far pace con la sua personale e dirompente cultura è forse ora, non solo dal punto di vista critico e scientifico, ma anche professionale. 600 persone che nella “Notte di Modigliani”, lo scorso 9 agosto, hanno dimostrato che la cultura non è uno slogan ma parte attiva di questa città e che forse, e ribadisco forse, è l’ora di togliere la polvere a troppe teche e dare una nuova lettura a quello che è presente e magari far tornare a casa gli esuli e non solo da Parigi, sarebbe opportuno. Però su quest’onda di entusiasmo leggere sulle pagine del quotidiano che l’Assessore Serafino Fasulo, abbia promesso di dedicare in comodato d’uso gratuito gli ambienti dei Granai di Villa Mimbelli come sede da destinare alla Collezione Carlo Pepi, o parte di essa, e garantire inoltre la realizzazione di una Fondazione/Centro Studi dedicato a Giovanni Fattori lascia sicuramente basiti. Non certo perché un’amministrazione fa qualcosa verso la cultura, se esiste un Dio benedica e salvi chiunque protegga e tuteli questo settore, ma lo faccia con la cognizione di causa. Nel momento che si edifica qualcosa è bene farlo con professionisti e magari, visto che vogliamo e dichiariamo di essere il nuovo, di farlo con materiali che precorrano il progresso. I Granai di Villa Mimbelli sono nati per essere una piattaforma museale di eventi di carattere regionale e nazionale, trasformarli in deposito e museo stanziale, li taglierebbe fuori da quel circuito di eventi culturali che già non vede di buon occhio Livorno, per la sua scelta di non essere competitiva con i circuiti nazionali ed internazionali, ma questo non è un problema di spazi fisici ma mentali. Certo, vedere quegli ambienti non utilizzati per gran parte dell’anno, richiede una riflessione critica e un’attenta capacità di lettura che vada oltre l’improvvisazione di eventi mordi e fuggi. Per superare da questa impasse c’è bisogno di creare un comitato scientifico non eletto per tessera partitica ma per meriti accademici, in base ad esperienze museali e pubblicazioni che siano state valutate su piattaforme culturali nazionali e internazionali. L’uscita di un concorso ufficiale, con tanto di bando e coinvolgimento d’istituzioni accademiche con i fiocchi e controfiocchi. Parliamo poi delle collezioni. Onesto da parte dei privati cedere per amore verso le realtà locali i propri patrimoni, ma ci sono tanto di leggi e cavilli che vincolano donatore e ricevente, mica con così tanta leggerezza da stretta di mano e “prego si accomodi”. Poi perché il signor Pepi e non altri collezionisti? Ultima domanda cattiva. Sinceramente, Livorno ha davvero tanto bisogno di altri musei? Mi spiego. Creare un nuovo polo museale non sarebbe più dispersivo in termini economici che rendere più dinamico il polo esistente con un’esposizione di opere che abbiano una continua variazione di temi, con possibilità di accrescere le proprie collezioni interne? Forse ragiono in termini troppo semplici e da storica dell’arte. Banalità. Comunque spero che l’amministrazione livornese dia risposte sensate, prosegua nella sua determinazione nel mantenere la volontà di aprire un Centro Studi ma che questo lo si faccia con la testa e non di “pancia” .

Elisa Favilli

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