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Camino Camini

di Francesca Cagianelli
Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare

Jean Cocteau

In caso di stupidità il rischio è quello del contagio: si può cadere vittima della sindrome di Don Abbondio e della sua invocazione a Carneade, oppure si finisce coll’appellarsi alle infinite opzioni del correttore ortografico consentiteci dal nostro browser, fino a sondare, con un balzo di fantasia, bizzarre ipotesi generazionali, ed ecco che, nell’ordine di tali evenienze si esclama: “Camino Camini? Chi era costui?”, per poi attenersi a una più pragmatica risposta: “forse Canino, il compositore napoletano?” (ma no, non è del ‘400!); impossibile, ma allora? Ecco: “forse si tratta di un avo del Camino? Il Piemotese?”.

E se da tali sussulti di stupidità si riaffiora in un attimo, desolante è la consapevolezza che subentra: altro che refusi automatici o identità nascoste, Camino è semplicemente, lui stesso, il simbolo, eclatante, stupefacente, clamoroso,  della stupidità, o meglio del suo contagio.

Tale simbolo rifulge quale blasone tra le pagine di un recentissimo polpettone editoriale di oltre 400 pagine, ingombrato da una farraginosa commistione di proclami iperbolici e di pretese documentarie, di solipstici vaniloqui e di velleità inventariali, insomma un potpourri in stile guascone, rancido e insieme esilarante, comunque virulento per l’alto tasso di tossicità intellettuale.

All’afflizione di Cocteau in merito alla nuova stupidità del XX secolo subentra dunque nel XXI secolo lo sconforto del contagio: in tale minestrone infatti intingono le dita archivi prestigiosi, musei internazionali, pinacoteche civiche; senza contare l’impudenza di un colophon inutilmente farcito di collaborazioni scientifiche, editoriali, redazionali, ecc., ecc.

Tutti con la medesima responsabilità: il deragliamento della cultura contro Camino Camino.

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