Archivi tag: Notte Clara

OGGI A COLLESALVETTI NOTTE CLARA CON OMAGGIO A LANDOZZI

Tra estetismo e sarabande: Landozzi l’elegantone e la corte dei miracoli

Omaggio a Landozzi

Dal grottesco alla caricatura

mostra in occasione di NOTTE CLARA

promossa da

Comune di Collesalvetti

A cura di

Francesca Cagianelli

Pinacoteca Servolini, Collesalvetti

18 luglio-8 agosto 2013, tutti i giovedì, 16-18

 

Scorrendo siti anche accreditati di ambizione storico-artistica livornese fuoriesce un’immagine purtroppo poco attendibile di Lando Landozzi, consacrato come caricaturista e cantore della Livorno popolaresca e derelitta, senza mai citarne la vocazione di raffinato ed eccentrico cultore simbolista di miti stregoneschi e iconografie macabre.

Recuperiamo allora in quest’occasione espositiva parte della sua personalità sommersa e sarà senz’altro più facile indagarne anche i meandri poetici delle sue solo apparentemente vernacolari tranches de vie.

Scrive l’amico Carlo Servolini nella Commedia Labronica delle Belle Arti:

“Tu, Lando, sei l’eterna giovinezza/ che cuccumeggia sempre in sartoria;/ sei vivo, elegantone, pien d’ebrezza,/ e col palamidon lasci una scia/ d’ammiratrici, mentre per bellezza/ superi Valentino; ed armonia/ rendono i tuoi calzoni a nera banda/ mentre sai recitar la sarabanda”.

E  ancora, a riguardo della sua iconografia prediletta di streghe e malavitosi:

“Gente che cerca al fango dei tesori,/ streghe, megere, storpi, anchilosati,/ vagabondi, strozzini, gran signori,/ cenciosi, merdaioli, esilarati,/ e frati salmodianti, e chiese e cori,/ pezzenti fessi e fanciulli stregati,/ ragazzi esposti e ancor donnacce e nani,/ gente da quattro soldi e infin ruffiani,/ turba deforme, tisica e lebbrosa/ e suore, collegiali, atleti e madri/ e sacre processioni e folla oziosa,/ prepotenti, rissanti ed ebbri e ladri,/ e men di rado femmina graziosa/ suoli dipinger, Lando, nei tuoi quadri (…)”.

Il segreto di tanta arte labronica del ventennio risiederà allora in questo squilibrio tra vocazione intellettuale e pratica pittorica, tra stile di vita e iconografia, come in una sorta di proporzione inversa: l’eccentrico estetismo di Landozzi si riflette nei suoi dipinti con tale sferzante spinta deformante da dare origine a una galleria di difforme umanità.

Non si tratta, si badi bene, di uno sguardo livellato sui bassifondi labronici, ma di una consapevole ed estesa riflessione sulle mode internazionali del macabro: prostituzione e abbrutimento si fondono in un panorama biblico degno dei Sette Vizi Capitali, infiltrato di umori dannunziani.

Non a caso lo stesso Servolini dedicherà a tale specifica iconografia il suo ciclo forse più prestigioso e trasversale rispetto alle tensioni culturali del Novecento: I Vizi Capitali.

Ecco allora la quadratura del cerchio: Servolini, Landozzi e con loro, i tanti cantori del Simbolismo toscano ed italiano, afferiscono al trionfo di quella moda internazionale consacrata da Vittorio Pica sulle pagine di “Emporium” nei termini di “arte di eccezione”, riassunta dalla triade Beardlsley, Munch ed Ensor.

Gli si affiancano infatti tutti i cultori della Commedia Dantesca, ovvero i protagonisti di quel Concorso Alinari che all’alba del Novecento doveva sancire la riattualizzazione del mito dantesco velato di noir, in particolare Lorenzo Viani, Giovanni Costetti, Galileo Chini, Filippo Marfori Savini, Silvio Bicchi, e ancora personalità quali Adolfo De Carolis, Duilio Cambellotti e Alberto Martini.

Rivive in essi, sulla scia delle mode estetizzanti orbitanti tra le pagine della rivista “Il Leonardo”, il mondo esoterico delle danze macabre, il tuffo nel grottesco, il revival dei capricci goyeschi, il seicentismo di Callot, il sigillo caricaturale di Hogarth e ancora l’eversiva iconografia mortuaria di Rops ed Ensor, non senza echi mitteleuropei, con citazioni dalla Nuova Oggettività.

Gli rispondono in suolo labronico le sagome malavitose di Gastone Razzaguta, gli ubriachi delle risse di Renato Natali, i carnevali macabri di Corrado Michelozzi, i fantasmi di Aristide Sommati, le civette di Gabriello Gabrielli e, appunto, gli storpi e le streghe di Landozzi: insomma anche una risposta al quesito posto da Marinetti nel suo manifesto futurista: “E possiamo noi rimanere insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del nottambulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell’apache, dell’alcolizzato?”.

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Atto primo della rivalutazione di Lando Landozzi alla Pinacoteca Carlo Servolini di Collesalvetti

Giovedì 18 luglio 2013, ore 15.00 in occasione di Notte Clara, presso la Pinacoteca Servolini di Collesalvetti, si inaugura la mostra:  Omaggio a Landozzi (1887-1959) Dal grottesco alla caricatura

Raccontare personalità, stili, eventi, con ottica rinnovata significa contribuire ad un progressivo chiarimento della complessa stagione artistica del Novecento sui nostri territori.
Questo l’obiettivo della mostra in programma alla Pinacoteca Carlo Servolini di Collesalvetti, giovedì 18 luglio alle ore 15.00 (inaugurazione ore 17.00), Omaggio a Landozzi (1887-1959). Dal grottesco alla caricatura (fino all’8 agosto).
Ideata in concomitanza con l’evento cittadino di “Notte Clara”, la mostra è promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca.
Compagno di inquietudini artistiche al fianco di Carlo Servolini, di cui illustrerà la Commedia Labronica delle Belle Arti,Landozzi soffre tutt’oggi di una troppo univoca rilettura in termini di caricaturista, e sarà quindi questa l’occasione per ripercorrerne l’eccentrica parabola espressiva, dapprima in veste di cultore dell’iconografia stregonesca e malavitosa, e quindi in chiave di interprete di tutto un filone sociale ampiamente attestato nell’Europa tra Ottocento e Novecento.
Non più quindi un inconsapevole ed estemporaneo interprete di umori e malumori di implicazioni esclusivamente contingenti, ma colto e sagace catalizzatore di linguaggi e iconografie di estesa circuitazione, Landozzi costituisce una sorta di icona dei tanti processi di minimizzazione critica delle nostre personalità creative.
Eppure, in ambito italiano, numerosi ed eclatanti, si sono susseguiti, anche recentemente, episodi di valorizzazione di personaggi connessi all’universo, intrigante quanto variegato, della caricatura, intesa quest’ultima come amplificazione espressiva dei tratti fisiognomici, e quindi intimamente connessa al versante dell’espressionismo europeo: valga per tutti il caso di Aroldo Bonzagni, ma altri se ne potrebbero ancora citare, primo tra tutti quello di Augusto Majani.
Tutto passa, naturalmente, da quella miniera di invenzione stilistica e culturale, che è il reparto dell’editoria illustrata.
Ma infinite sono le sfaccettature da evidenziare in occasioni come queste, e Landozzi conferma la regola.

E se nell’estesa iconografia dell’orgiastica Cacciuccata (1936) dovrà riconoscersi la rubiconda eco seicentesca diffusa già in anni precedenti dal collega Corrado Michelozzi, sarà anche opportuno leggerne momenti di discontinuità rispetto a quest’ultimo nell’esasperazione di una formula grottesca declinata in direzione di quella brutale fisiognomica iberica degna di uno Zuloaga.
Si tratta poi di decifrarne certo gigantismo di registro pauperistico nei termini di una convinta partecipazione da una parte al filone monumentale del realismo e dell’espressionismo belga, a partire da Constantin Meunier, per finire con Eugène Laermans, dall’altra al versante russo di un Repin, cantore del travaglio dei battellieri sul Volga.
Tra le opere esposte, Tiratore di becolini sembra davvero riecheggiare il titanismo muscolare degli eroi prediletti da Meunier, in particolare quegli operai ritratti nella celebre tela dedicata alla Vetreria della Val Saint Lambert esposta al Salon di Bruxelles del 1884 e subito incoronata dalla critica con riferimento non a caso proprio alla configurazione ciclopica dei suoi protagonisti.
D’altra parte tutta una produzione di tono pietistico, pervasa di umori bellici, non può non ricondurre al serbatoio espressivo di un Laermans, i cui Emigranti (1893-1894) sembrano aver ispirato i landozziani Sfollati a Montenero (1944), tratteggiati con quell’inclinazione scultorea, ma sintetica, e tuttavia insistentemente deformata da acri grafismi, grazie alla quale la solitudine dei derelitti ritrova dignità d’epica.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized