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Un festival anche a Livorno! E che sarà mai fare un festival? Altro contributo indipendente al Festival Mascagni, sempre rigorosamente non richiesto

Federico Marri

Ero appena arrivato a Livorno che fui invitato – sarà stato l’84 o l’85 o forse dopo – a partecipare a un convegno su Mascagni nella sala consiliare del Comune. Veramente non sapevo che dire, di Mascagni non mi ero mai interessato e continuo a non interessarmi. Mi dissero di parlare di lui con un vago di’ qualcosa. Invece, parlai di altri autori livornesi che, secondo me, meritavano attenzione. Come potete dedurre, la mia ascesa nella cultura (meglio: nella politica che si occupa di cultura) livornese cominciò subito male, e infatti non c’è mai stata.
Ma voglio fermarmi su una cosa di quell’evento: l’ospite principale, un noto esperto mascagnano, a un certo punto esclamò con enfasi, più o meno: «Se a Pesaro fanno il festival per Rossini, perché non dovrebbe riuscirci Livorno per Mascagni?». Ci furono applausi da stadio. Quel concetto l’ho visto ripetuto per il “Mascagni Day” di settembre, promosso da associazione Reset e, udite udite, dai 5stelle di Livorno, con la partecipazione di esponenti di spicco della Fondazione Goldoni. Cito dal sito dei grillini: «Pesaro ha il suo festival dedicato a Rossini, similmente Catania con la rassegna dedicata a Bellini mentre, più vicino a noi, Torre del Lago Puccini è letteralmente un museo all’aria aperta del compositore di Tosca, Madama Butterfly e Turandot. E Livorno che fa per Pietro Mascagni?».
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GOLDONI: GIÙ IL SIPARIO, SU IL SIPARIO

di Federico Marri

“Che è successo che non sappiamo?” ci chiedevamo qualche giorno fa. Ora sappiamo il cosa e il come (si leggano gli articoli di Giulio Corsi sul “Tirreno” del 10 e del 12): tra debiti e perdite la Fondazione Goldoni è allo stremo e gioca la partita finale con il Comune; ma l’assessore al bilancio – fin qui prodigo di apprezzamenti per la gestione del teatro – sembra resistere, perché non si tratta solo di 60mila euro per arrivare a dicembre, ma di centinaia di migliaia di euro, se non di milioni.

Dunque, ha avuto un successo solo momentaneo l’operazione-consenso di Lamberti alla commissione consiliare del 9, una recita a soggetto su canovaccio dell’ex-sindaco finita in teatro dell’assurdo, durante la quale nessun consigliere ha chiesto come e cosa, ma tutti si sono immolati alla santa causa del Goldoni. Lamberti, dopo avere dovuto incassare sul suo blog l’invito del figlio a smettere di “difendere l’indifendibile”, e l’ironia di St. John (se delle perdite “non lo sapevi te vuol dire che qualcuno ti ha preso in giro”), ora si fa il segno della croce e si abbandona al ricordo di quei tempi “in cui si costruiva un futuro senza demagogia e pieno di valori seri, veri”, Eccolo divenuto presente, quel futuro!

Ma non voglio insistere sulle cifre o sull’ostinazione con la quale sembra che al Goldoni si sia andati avanti per anni sulla strada delle perdite, in un’apparente commedia degli equivoci tra Fondazione e Comune; come ha osservato Dario Matteoni, il Goldoni come edificio monumentale è una cosa, come istituzione un’altra, come dirigenza un’altra ancora. Salvare il Goldoni, insomma, non è e non può essere salvare quest’ultima. A me interessa il discorso sulla qualità, anche perché si continua a sostenere che questa non è mai mancata.

In un dibattito sulla cultura di venerdì scorso alla festa di Rifondazione c’è stato chi si è mostrato indignato perché nessuno paga mai per i propri errori e chi si è domandato come mai ai livornesi non riesce di fare qualcosa bene. Simone Lenzi, dopo avere criticato la programmazione del Goldoni, ha suggerito una risposta: la mancanza di apertura verso l’esterno, il raccontarsi tra sé quanto si è più bravi degli altri, l’autoreferenzialità; e a Livorno nessuno viene per eventi culturali semplicemente perché non ce ne sono, al contrario di città anche più piccole che si riempiono di gente. Alla fine, qualcuno ha invocato un progetto per la cultura.

Ma siamo concreti, parliamo di persone e non di astrazioni: i progetti culturali hanno bisogno di persone che li sappiano concepire e realizzare, non di improvvisazione. Per gestire sui piani amministrativo e artistico un teatro occorrono competenze di partenza che si acquisiscono in corsi di laurea in management artistico e in master specialistici, in esperienze fatte in strutture di livello e con la cultura e l’iniziativa personali. Bisogna essere chiari: a Livorno non ci sono competenze del genere, anche se qualche livornese sta facendo questo mestiere altrove.

Ma non è facile parlare di competenza, o di mortificazione della competenza, in una città nella quale il muro di Berlino del pensiero unico, se sembra stia per cadere tra i cittadini elettori, resiste ancora nel palazzo, anche se dopo la deflagrazione qualcuno sta forse prendendo coraggio. In un mio articolo sul numero 10/2012 di “Livorno cruciale” ho affrontato il tema Goldoni e mi sono inviate richieste di danni da Bertini, Paloscia e Mario Menicagli. Sarebbe lungo raccontare di quelle persone che, dopo la pubblicazione del mio articolo, hanno fatto finta di non conoscermi, di quelle che mi hanno guardato di traverso, di quelle che in privato mi hanno detto “hai fatto bene” ma che in pubblico se ne sono ben guardate, di quelle che hanno insinuato che mi stessi proponendo a direttore del Goldoni, e di quelle altre, infine, che hanno cercato di separare la loro dalla mia posizione. Non molto tempo fa il “Tirreno” dedicò una pagina al vezzo di una politica a corto di argomenti, di querelare invece che rispondere, ma ancora nei giorni scorsi Pasquale Lamberti invitava St. John a dire al magistrato cio che sa sul Goldoni; St. John gli ha risposto, giustamente, che la politica non si fa nelle aule di tribunale.

Dunque, la qualità. Nel mio articolo, tra le altre cose mettevo in dubbio la capacità di Menicagli di affrontare il teatro di Mozart. La mia, per così dire, era una convinzione al 99,9%, ma per uno scrupolo estremo (“non sarà che mi sono sbagliato?”) ho voluto assistere fino alla fine alla rappresentazione di Così fan tutte. Il battage pubblicitario che sempre accompagna le produzioni del Goldoni aveva raggiunto l’apice in una lunghissima intervista a Menicagli sul “Tirreno” il 18 maggio scorso, al cui termine il maestro si consolava di non potere essere alla partita del Livorno col fatto di salire “sul podio per un’opera che mi farà passare alla storia come il primo che l’ha diretta al Goldoni”; e quella rappresentazione di tanto in tanto viene ancora definita un successo. Anzitutto, va detto che non c’è successo se un lavoro di preparazione durato cinque mesi regge una sola serata: si chiama fallimento. Ma la qualità… Riguardo a questa non ha proprio alcun senso mettere in campo strumenti critici di giudizio: quella tal cosa si poteva fare in un altro modo, quel momento sarebbe stato meglio se… No: c’è solo da dimenticare quell’evento, altro che storia! In altri tempi e in altri contesti lo spettacolo sarebbe stato accolto da un’aperta contestazione.

Che fare, allora?

Al teatro si permetta di esaurire la programmazione già fissata, dopo di che sia sciolto il consiglio di amministrazione, si mandino via tutti e si nomini un commissario straordinario che faccia il possibile, fino alle prossime amministrative, per non fare pagare ai lavoratori la situazione e tenti la strada della rinegoziazione del debito; e se dovesse essere necessario sospendere la programmazione, non se ne faccia una tragedia. Poi, la nuova amministrazione – che si spera sia la più lontana possibile dall’attuale – faccia concorsi veri sulla base di profili professionali coerenti con i ruoli da ricoprire, e di un vero progetto teatrale fatto da chi lo sa fare.

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