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Tra Storia dell’Arte e Archeologia: ecco i prossimi inediti orizzonti scientifici alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Al via giovedì 3 ottobre 2019, alle ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, il Calendario Autunno 2019, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli, dal titolo: “Tra Arte e Archeologia: addenda storiografici e documentari”, finalizzato a promuovere l’inedita e versatile personalità di Ottorino Razzauti, incline perfino alle mode archeologiche.
Ad arricchire tale Calendario è stato varato un programma articolato di interventi scientifici ricchi di rivelazioni storiografiche e acquisizioni documentarie, visto che stavolta la ricognizione scientifica si dilata dagli avvenimenti artistici al settore archeologico, in omaggio a quel fenomeno di propaganda dell’antico che vide nell’impegno propulsivo di Ugo Ojetti e nel ruolo dominante della rivista “Dedalo” un palcoscenico privilegiato.
Piattaforma programmatica per il rilancio del “primitivo”, che si tratti di una terracotta etrusca, di un avorio bizantino o di un idolo della Guinea e della Polinesia, “Dedalo” inneggia negli anni Venti a un paradigma di ingenuità formale di matrice anti-impressionista, che divenga garante di formulazioni linguistiche di estrema anticonvenzionalità.
Dall’età arcaica alla scuola bizantina, dal romanico al Trecento, dilagano tra le pagine della rivista le mode dell’antico, anche se è proprio la civiltà etrusca, quella così empaticamente avvertita da Mario Tinti nelle lettere volterrane indirizzate a Ottorino Razzauti, a guadagnarsi il primato con riferimento in particolare a quel quoziente di “espressività” che la rendeva la candidata eccellente rispetto all’affermazione di una formula antiaccademica, forse proprio in virtù delle asserite analogie con l’arte romanica, apice quest’ultima di “un magnifico arcaismo” denso di un altissimo gradiente di umanità.
Sarà quindi Alessandro Della Seta, nel suo pionieristico intervento intitolato Antica arte etrusca, apparso sul fascicolo di “Dedalo” del febbraio 1921, a farsi interprete autorevole di quella categoria di funzionari dello Stato e direttori delle Soprintendenze, al contempo conclamati storici dell’arte, destinati ad assurgere a tutori di una profonda conoscenza del patrimonio artistico italiano, e quindi portavoci di una disciplina antiscolastica, in omaggio all’istanza ojettiana di riconciliare il grande pubblico con l’arte antica e l’archeologia.
A tale obiettivo contribuiva strategicamente il ricorso a vere e proprie gallerie fotografiche dove le teste etrusche in terracotta di Veio venivano presentate al pubblico di “Dedalo” secondo una prospettiva scenografica che ne enfatizzava il pathos attraverso la drammaticità degli effetti luminosi, così come i capolavori del Museo Archeologico di Venezia, dal Vitellio Grimani alla Demetra, si imponevano, grazie a tale accattivante veste editoriale, nella loro scioccante espressività primitiva.
Prevista come puntata inaugurale (giovedì 3 ottobre, ore 17.00), la presentazione del volume Ottorino Razzauti. L’espressione trascendente del vero. Dialoghi sull’italianismo artistico di Francesca Cagianelli, mira alla valorizzazione dell’inedita personalità razzautiana, la cui tempra intellettuale costituisce un contributo accertato rispetto al prestigioso cenacolo che tra Castiglioncello e Firenze assiste alla convergenza delle istanze dell’italianismo artistico e alla celebrazione della triade Fattori- Cézanne-Van Gogh siglata dalla monografia SELF a firma di Oscar Ghiglia.
battezzato all’alba del secolo breve dalle vaticinanti divagazioni letterarie di Mario Tinti volte a trasfigurare il mito di una Volterra etrusca e medioevale attraverso la musicalità dell’estetismo dannunziano, Razzauti può definirsi oggi uno dei più illuminati proseliti del messaggio di una più domestica archeologia propalato da Ojetti sulle pagine di “Dedalo”.
Seguirà, giovedì 17 ottobre 2019, ore 17.00, la seconda puntata del Calendario coincidente con la conferenza di Stefano Bruni, professore di Etruscologia e Antichità italiche, Dipartimento di Studi umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara, dal titolo Gli Etruschi e l’arte italiana del primo trentennio del Novecento: alle origini di un fenomeno diffuso, volta a sottolineare come la scoperta, nel 1916, dell’Apollo di Veio e delle altre sculture che decoravano il tempio di Portonaccio, e la loro pubblicazione, nel 1919, abbiano avuto uno straordinario riverbero nel mondo dell’arte italiana dei decenni compresi tra i due conflitti mondiali.
Se l’attenzione si è particolarmente appuntata nel campo della scultura, dove fin dai primi anni Trenta uno studioso come Francesco Sapori, sulle pagine di Emporium, indicava in Libero Andreotti, Romano Romanelli, Arturo Martini, Marino Marini, Corrado Vigni e Domenico Rambelli la schiera di quegli artisti che più risultavano attratti dalle “suggestioni autoctone dei padri etruschi” – asserisce lo studioso – non sono tuttavia mancati riflessi anche nell’ambiente solo apparentemente meno coinvolto della pittura. E’ così successo che, nel più generale quadro del riconoscimento di una paternità aurea che affondava le proprie origini nell’esperienza del rinascimento e, più addietro, nell’esempio giottesco, anche il fondatore della moderna maniera toscana, Giovanni Fattori, venisse definito “etrusco” nel 1926 da Mario Tinti.
A Firenze, e più in generale in Toscana, tuttavia la memoria etrusca è fenomeno che pare svincolato dalle scoperte veienti e che si manifesta assai precocemente, fin dai primissimi anni del Novecento, come testimonia una lettera dello stesso Mario Tinti del settembre 1901 al cognato, Ottorino Razzauti. In questo quadro un caso – conclude Bruni – assai significativo è quello di Oscar Ghiglia, che mostra nell’intero arco della sua vicenda un costante riferimento al mondo antico, ed etrusco in particolare.
Come terza puntata del Calendario, giovedì 17 ottobre 2019, è prevista la Conferenza di Cristina Cagianelli, archeologa e storica dell’arte, insegnante di Scuola Secondaria, dal titolo Sincronicità dell’antico nella pittura surrealista di Alessandro Scheibel.
La produzione pittorica e grafica di Alessandro Scheibel, attivo a Firenze tra l’inizio degli Anni Trenta e la fine degli Anni Settanta del Novecento, parte dall’alunnato presso Felice Carena per arrivare poi al Surrealismo e all’Astrattismo sotto l’egida della famosa gallerista Fiamma Vigo. Nell’ambito di tale produzione è centrale il recupero di culture arcaiche e addirittura preistoriche, e in particolare di quella egizia ed etrusca, recupero previsto a vario titolo nel repertorio figurale della pittura italiana tra gli Anni Quaranta e Cinquanta e presente, tra l’altro, sulle pagine della rivista fiorentina “Numero”, diretta da Fiamma Vigo e di cui Scheibel fu a lungo Segretario di Redazione.
A differenza però di quanto si verifica per artisti a lui contemporanei, tale recupero non si connota come continuità con il passato, o come rimando alle proprie radici culturali, ma piuttosto come un fenomeno che si colloca fuori dal tempo storico, proprio perché proveniente dalla sfera dell’inconscio, dove le immagini seguono un flusso analogico. Scheibel attinge infatti alla filosofia junghiana, in cui assume particolare rilievo la teoria degli archetipi visti come tratti comuni a tutte le culture e che vanno a costituire l’inconscio collettivo, quali la nascita e la morte, il sole e la luna, i fenomeni naturali e sovrannaturali.
Si tratta di una visione incentrata sul concetto estremamente attuale di intercultura, secondo cui si evidenziano elementi comuni nella storia dell’umanità, alla continua ricerca di un rapporto di armonia fra sé e l’Altro.
Pur trattandosi di un percorso di pensiero interiore si possono comunque individuare degli avvenimenti storici che indubbiamente contribuirono a integrare tale percorso.
E così, per il recupero dell’arte preistorica, furono fondamentali gli stimoli provenienti dal Primo Congresso Internazionale di Arte Moderna, tenutosi in Spagna, a Santillana del Mar e nelle Grotte di Altamira, dal 19 al 25 settembre 1949, celebrato sulle pagine di “Numero”.
Per quanto riguarda l’arte etrusca ebbe un notevolissimo impatto la mostra nei chiostri delle Oblate a Firenze del 1952 e la grande mostra del 1955, che si articolò su più sedi, Zurigo, Milano, Colonia, l’Aia e Kioto. Per quanto riguarda l’arte egizia, invece, è possibile mettere in rilievo il clamore suscitato dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, evento travolgente quest’ultimo da cui l’artista rimase particolarmente colpito.
Giovedì 31 ottobre 2019, ore 17.00, è la volta di Silvia Panichi, archeologa e storica dell’arte, protagonista della 4° puntata del Calendario, che curerà la conferenza Dalla storia antica all’illustrazione moderna: la passione “romana” di Duilio Cambellotti e la Leggenda di Tarpea.
Mastodontico e geniale autodidatta della scena romana primonovecentesca, pittore, scultore, ceramista, cartellonista, xilografo, scenografo, architetto, decoratore, arredatore designer, Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), appassionato di itinerari archeologici tra Atene e Costantinopoli, destinò la sua parabola creativa all’indissolubile binomio arte-artigianato, e collezionò vasellame sia etnico che archeologico, quale fonte di suggestione per la sua straordinaria produzione di buccheri.
Nei frangenti della realizzazione degli arredi e dei costumi per il film Gli ultimi giorni di Pompei di Mario Caserini e in coincidenza dell’ideazione delle scenografie per le rappresentazioni del Teatro Greco di Siracusa, l’artista, motivato da quella ritualità teatrale sancita dalla riforma di Richard Wagner e dal Teatro di Bayreuth, articolerà il suo immaginario archeologico in direzione di un linguaggio programmaticamente moderno, tra determinazione architettonica e sintesi arcaicizzanti.
In quest’ottica, dalle scenografie per Ifigenia in Tauride e le Trachinie (1933) a quelle per Edipo a Colono (1936) Cambellotti persegue l’obiettivo strategico della “scena-ambiente”, realizzata quest’ultima grazie all’applicazione del concetto di “arte totale”, e finalizzata alla comunicazione di miti e immagini-simbolo di regime universale.
Rivivono dunque grazie al contributo delle nuove tendenze della scenografia quelle Leggende Romane affidate dall’artista alla vigoria del segno xilografico, destinate a ridensificare di implicazioni simboliche l’epopea tragica e trionfale dei primi popoli del Lazio, e a restituire “l’energia spirituale del passato” attraverso la passionalità e l’universalità del dramma.

Stefano Bruni
Già funzionario archeologo del Ministero per i Beni Culturali, è dal 2000 professore di Etruscologia e Antichità Italiche presso l’Università degli Studi di Ferrara. Nell’Anno Accademico 2016/2017 è stato Visiting Professor presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. E’ membro dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, di cui è attualmente Segretario Generale, dell’Istituto Archeologico Germanico, dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria”, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Accademia dei Sepolti di Volterra. E’ direttore della rivista “Science and Technology for Cultural Heritage” ed ha fondato e dirige, assieme a Mario Rosa, la rivista “Symbolae Antiquariae”. Ha diretto scavi e ricerche nel territorio dell’Etruria, in particolare a Pisa e nella sua provincia e dal 2000 guida le indagini nell’insediamento di età arcaica in località Rocca di Parlascio (Casciana Terme, Pisa). Dal 1992 al 2002 ha diretto il restauro dei materiali di età antica della raccolta del Camposanto e del Museo dell’Opera della Primaziale Pisana. Ha organizzato numerose mostre in Italia e all’estero, tra le quali si ricordano Meisterwerke griechischer Keramik aus der Sammlung Giuseppe Sinopoli tenutasi nel 2000 presso l’Akademischen Museum di Bonn, Alle origini di Livorno. L’età etrusca e romana, tenutasi a Livorno nel 2009 e Winckelmann, Firenze e gli Etruschi, realizzata al Museo Archeologico Nazionale di Firenze nel 2016-2017. Ha progettato e curato l’allestimento del Museo Archeologico di Peccioli (Pisa) e della sezione archeologica del Museo della Città di Livorno. Dal 2013 è direttore delle Catacombe di Pianosa. Autore di numerosi contributi scientifici, principalmente interessati ai problemi del mondo etrusco e italico, tra cui si segnalano, tra gli altri, i volumi I lastroni a scala (Materiali del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, IX, Roma, 1986), Pisa etrusca. Anatomia di una città scomparsa (Milano, 1998), Gravisca. Scavi nel santuario greco II. Le ceramiche corinzie ed etrusco-corinzie (Bari, 2009), Gli Etruschi e gli scavi in Toscana nel Risorgimento. I lavori della Società Colombaria tra il 1858 e il 1866 (Cinisello Balsamo, 2011); ha curato, tra gli altri, i volumi Il porto urbano di Pisa antica, 1. Il contesto e il relitto ellenistico (Cinisello Balsamo, vol. I, 2003; vol. II, 2006); Gli Etruschi delle città. Fonti, ricerche e scavi (Cinisello Balsamo, 2010).

Cristina Cagianelli
Insegnante nella scuola secondaria, si è laureata in Lettere Classiche all’Università di Pisa con una tesi in Etruscologia e si è quindi specializzata presso La Sapienza di Roma.
Ha partecipato a campagne di scavo nei territori dell’antica Etruria, ha collaborato alla realizzazione di mostre archeologiche ed è stata tra i relatori di importanti convegni scientifici.
Tra le sue numerose pubblicazioni di argomento archeologico particolare rilievo hanno lo studio della raccolta di piccoli bronzi etruschi del Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona del 1992, lo studio del tempio etrusco di Fiesole del 1996 e la monografia dedicata alle sculture in bronzo etrusche del Museo Gregoriano Etrusco edita nel 1999.
E’ membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Accademia dei Sepolti di Volterra.
Dal 1999 si occupa della didattica dei beni culturali collaborando con istituzioni museali di Pisa e del territorio. A questa attività didattica affianca la pubblicazione di libri di argomento storico-artistico rivolti ai più giovani, come “Pisa. La Fabbrica dei Miracoli” del 2006, “Pisa etrusca. Il tumulo del Principe” del 2009, i due volumetti “Scopri Pisa”, pubblicati nel 2013 a cura della Società Storica Pisana e “Galileo racconta Pisa”, pubblicato dalle edizioni ETS nell’ambito del progetto “Pisa A.D.2014” promosso dal Comune di Pisa.
Nell’ambito dei suoi studi sulla storia e l’arte di Pisa e della Toscana dall’antichità all’età contemporanea si inserisce la pubblicazione del libro “Garibaldi a Pisa. Dalla foce dell’Arno all’Albergo delle Tre Donzelle”, edito a Pisa alla fine del 2015 da Pacini Editore, lo studio della decorazione ad affresco di Palazzo Gambacorti, nel volume Il Palazzo Gambacorti”, n.33, 2016 della collana “Mirabilia Pisana” e “Gli affreschi del Camposanto di Pisa” del giugno 2019.
E’ impegnata nel campo dell’associazionismo ed è attualmente presidente dell’Inner Wheel Club di Pisa. Ha curato, per conto di Istituzioni, Associazioni e Clubs di servizio dell’area pisana, numerose attività culturali e restauri di opere d’arte.

Silvia Panichi
Diplomata nel 1975 al Liceo classico si è laureata nel 1980 in Lettere Classiche all’Università di Pisa con una tesi storico-archeologica. Nel corso di un soggiorno negli Stati Uniti ha seguito corsi di Storia dell’Arte all’Università di Princeton.
Nel 1987 ha superato il concorso ordinario per l’insegnamento della Storia dell’Arte nelle Scuole Superiori e ha insegnato, oltre che nelle scuole secondarie, dal 1985 al 1994, in corsi di formazione professionale, istituti di specializzazioni per stranieri, corsi e seminari universitari, anche all’estero.
Ha pubblicato articoli di cultura sul quotidiano “La Nazione” e ha collaborato a cataloghi di mostre sia di ambito archeologico che moderno. I suoi contributi incentrati sulla trasmissione di temi e modelli classici nell’arte moderna, sono stati pubblicati sulle riviste “Commentari d’arte”, “Critica d’arte”, “Nuovi Studi Livornesi”, “Semanas de estudios romanos”. Ha tradotto dall’inglese volumi di storia dell’arte per le case editrici Donzelli e Panini, per cui ha curato le parti in inglese del volume monografico su San Pietro, coordinato da Antonio Pinelli. E’ autrice con Donatella Puliga dei libri “In Grecia. Racconti dal mito dell’arte e dalla memoria”, introduzione di Maurizio Bettini, Einaudi 2001, e di “Un’altra Grecia. Le colonie d’occidente tra mito, arte e memoria”, introduzione di Maurizio Bettini, Einaudi 2005. Sempre con Donatella Puliga ha pubblicato nel 2012 il volume “Roma. Monumenti, miti, storie della città eterna”. Ha scritto con Vincenzo Farinella “L’eco dei marmi. Il Partenone a Londra: un nuovo canone della classicità”, introduzione di Salvatore Settis, Donzelli 2003.
Ha tenuto corsi di Storia dell’Arte medievale all’Università internazionale dell’Arte di Firenze, e di Storia dell’Arte Moderna all’Università del Tempo Libero di Pistoia. Ha fatto parte del gruppo di ricerca PRIN del Dipartimento di Scienze Storiche del Mondo Antico dell’Università di Pisa.
Per il Comune di Pisa è stata consigliera di circoscrizione dal 1995 al 2003, Presidente del Consiglio Cittadino delle PP.OO. dal 1999 al 2003 e membro del Comitato per gli spazi Espositivi dell’Assessorato alla Cultura dal 2003 al 2005. Ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione del Teatro Verdi dal 2005 al 2007.
Dal 2008 al 2013 è stata assessore alla Cultura del Comune di Pisa.
Nel 2013-2014 è stata ammessa ai corsi di sceneggiatura organizzati da “Tracce”. Ha seguito un corso di critica cinematografica tenuto da Mario Sesti. Nel gennaio 2015 ha pubblicato per Pacini il ritratto di Teresa Mattei. Nel febbraio del 2015 e 2016 ha tenuto alla Biblioteca comunale San Michele degli Scalzi di Pisa un ciclo di conferenze dedicato alle opere d’arte che raccontano i miti.

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Oggi un convegno-simbolo alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini: dal territorio all’Europa

Va in onda oggi, dalle 15.30-19.30, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, il convegno Germania-Toscana 1900: sulle tracce di Heinrich Ludolf Verworner. Capitoli inediti della diffusione della cultura artistica tedesca tra Firenze e Livorno, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli.
Dedicato al fenomeno della diffusione della cultura artistica tedesca in Toscana nella prima metà del Novecento, con particolare riferimento alla personalità di Heinrich Ludolf Verworner (Lipsia 1864 – Fiesole, 1927), il convegno si pone come una summa bibliografica e documentaria dell’artista, ma al contempo come laboratorio di ricerca in margine a linguaggi artistici di estrema internazionalità, tramiti in Italia di quel cosmopolitismo che vide tra Firenze e Livorno la fioritura di cenacoli, sodalizi, raggruppamenti e parabole di outsider votati alle idealità del sogno e del mito.
L’obiettivo dei relatori verte dunque sulla stagione italiana di Verworner, avviatasi dapprima nel 1894 con il viaggio a Venezia, Verona e quindi Firenze, seguito dal soggiorno settignanese presso Villa Belvedere, e successivamente, nel 1901, con la definitiva residenza fiesolana, proprio nell’anno in cui scompariva Arnold Böcklin, dapprima presso Villa Martini, divenuta sede di un cenacolo frequentato tra gli altri da Carl Müller-Coburg e Carlo Böcklin, figlio di Arnold, e quindi, nel 1908, presso la Villa Gentilini di Fontelucente – “vero rifugio d’artista” secondo la definizione dell’amico Ludwig von Hofmann – restaurata secondo le indicazioni dello stesso Ludolf che addirittura vi predispose una sorta di giardino claustrale, recintato da colonne ispirate alla Loggia del Convento di San Marco.
Se del soggiorno settignanese, scandito dalla frequentazione del pittore danese Johannes Wilhjelm, restano pochissime testimonianze pittoriche, la permanenza a Villa Martini coincise con l’accellerazione dei sopralluoghi nei musei fiorentini e l’assimilazione dei capisaldi rinascimentali, dalla cupola brunelleschiana alle Cappelle Medicee, finchè, dopo la fulminazione degli affreschi pompeiani visitati in occasione dell’itinerario Roma-Napoli-Sorrento l’approdo a Fontelucente coinciderà con una vera e propria osmosi panica, interrotta tuttavia dalle vicende belliche e dal conseguente rifugio in Svizzera nel 1914, turbato da una profonda depressione e dal ricovero in una casa di cura nei pressi del lago di Costanza.
Rientrati a Fiesole, nonostante il turbinio di drammatiche congiunture intervenute a seguito del sequestro della villa di Fontelucente, Ludolf e la moglie Charlotte riescono a sublimare le loro ansie, quasi rapiti dall’incantesimo degli scenari di boschi e specchi d’acqua che gli infondono “uno strano senso di felicità dolorosa”: precognizione del suicidio avvenuto il 14 gennaio 1927.

Sarà Caterina Del Vivo, già responsabile dell’Archivio Storico Gabinetto Vieusseux, Firenze, autrice del saggio Gli anni preziosi di Ludolf e Charlotte, pubblicato nel volume I Verworner a Fiesole. Carte d’archivio (Città di Fiesole, Edizioni Polistampa, Firenze 2012), a curare l’intervento dal titolo Anni viandanti, strade boschive e bianche nuvole: la felicità dolorosa della tavolozza toscana di Ludolf e Charlotte, dedicato all’avventura pittorica di Ludolf Verworner che si intreccia con il suo percorso biografico e con il profondo legame con Charlotte Spinn, coinvolgente quanto malinconico e venato di mistero. La delicata e fragile sensibilità di Charlotte emerge dalle lettere giovanili come dai versi e dagli appunti biografici dedicati al marito dopo la scomparsa di lui. Durante tutta la loro vita comune, in Germania come in Toscana, iI senso panico della natura e del paesaggio toscano coinvolge la giovane che, nell’alternarsi di momenti di gioia e di ombra, sembra voler trasmettere al marito, al quale è profondamente legata, i temi, la gamma dei colori e gli smaglianti contrasti che saranno tipici della sua tavolozza.

Barbara Guidi, Conservatore Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara / Palazzo dei Diamanti intitola il suo intervento Heinrich Ludolf Verworner. La Toscana e l‘Arcadia, con l’obiettivo di dimostrare come la vicenda artistica e biografica di H. L. Verworner non sia dissimile da quella di altri artisti di area germanica denominati Deutsch-römer che prima di lui hanno cercato di trovare, approdando in Italia, non solo un luogo, una patria ideale, ma uno stato d’animo.
In comune con questi è la sua formazione culturale caratterizzata dalla filosofia idealista (Shopenhauer, Vischer, Burckhardt, Nietzsche ecc) e dall’influsso dell’opera di Arnold Böcklin (già conosciuto in Germania e poi a Firenze, quando Verworner stringe amicizia con il figlio Carlo) e probabilmente di Hans von Marées – i due artisti che, al volgere del secolo, la critica aveva posto a prodromi di una moderna tradizione pittorica tedesca da costruire con urgenza. In Verworner però questo sostrato culturale si mescola alle suggestioni che egli aveva respirato a Parigi durante i suoi due soggiorni, nel 1890-91 e nel 1893-94, quando assai vivo era il dibattito sulla valenza linguistica del disegno e sulle modalità arcaizzanti del recupero dell’arte del passato. Questa compresenza di tendenze si risolve in Verworner con il costituirsi di una personale rilettura dell’arte classica, caratterizzata dall’incidenza del mito del Rinascimento, in particolare dell’opera di Giorgione e di Michelangelo, e delle coeve poetiche tedesche dell’Existenzmalerei, che giunge infine a una peculiare rappresentazione del sogno “edenico” in cui, attraverso un alfabeto formale ridotto “ai minimi termini”, l’artista riesce finanche a trascendere la singolarità della sua individuale vicenda biografica in una visione ‘universale’.

Andrea Muzzi, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo, interverrà con un contributo esteso all’indagine delle tendenze spiritualistiche dilaganti nella Toscana primonovecentesca, dal titolo Istanze di teosofia e d’arte nella Firenze di Verworner. Non è ancora molto noto il ruolo della Teosofia nella vita culturale di Firenze fra Otto e Novecento, in particolare per il mondo delle arti figurative, segnatamente per autori di origine non italiana che si erano stabiliti nella città alla ricerca di qualcosa che andava oltre l’ispirazione del mondo rinascimentale. In Europa tale rapporto fra arte e Teosofia incise nella mente degli artisti con conseguenze profondamente diverse, dal Simbolismo più carico di suggestioni, all’Astrattismo. Per la situazione fiorentina però possiamo incominciare a tracciare degli itinerari di ricerca che inevitabilmente devono prendere spunto dalla presenza, per certi versi misteriosa, in linea con il suo pensiero, di Elena Blavackaja (1831-1891), la fondatrice della Teosofia, che lasciò il segno nella linea critica di Margherita Albana Mignaty, appassionata scrittrice di origine greca e animatrice di uno dei salotti ottocenteschi del capoluogo toscano. Seguendo il filo di questi pensieri la linea stilistica, e la sensibilità, di Heinrich Ludolf Verworner, sembra anticipare certi esiti di Adolfo Schlatter, artista di origini svizzere e anticonformista personalità dichiaratamente legato a istanze teosofiche, e merita una indagine che tiene conto di tale orientamento.

Francesca Cagianelli, Storica dell’Arte, Conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, conclude il convegno con l’intervento dedicato a Carlo Böcklin, figlio di Arnold Böcklin, architetto, pittore e illustratore amico di Heinrich Ludolf Verworner e artefice della lapide del suo monumento funebre nel Cimitero degli Allori: Il nuovo stile di Carlo Böcklin tra Firenze e Livorno: cronaca di una degermanizzazione.
Da oltre 13 anni dedita al censimento dello storico Caffè Bardi, e artefice di scoperte iconografiche e documentarie di consistente valore storiografico relative a personalità assolutamente inedite quali Mario Pieri-Nerli, Umberto Fioravanti e Gabriello Gabrielli, coinvolte dall’eco dell’immaginario böckliniano, Francesca Cagianelli ha reperito nell’Archivio Romiti, e quindi pubblicato per la prima volta nel 2014, due caricature che attestano la presenza di Carlo Böcklin nel circuito del Caffè Bardi, epopea artistica quest’ultima da cui si diparte l’intervento scientifico previsto in quest’occasione, esteso tuttavia oggi a personalità dell’entourage toscano primonovecentesco quali Augusto Bastianini, Silvio Bicchi, Natale Faorzi, Filippo Marfori-Savini, protagonisti dell’impresa editoriale “La Venere Agreste”, firmata da Ferdinando Paolieri nel 1908, esemplificativa di quel panismo dannunziano venato di contaminazioni simboliste.

Con l’occasione sarà esposto il dipinto di Heinrich Ludolf Verworner conservato alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, Ragazze al lago (1920), testimonianza di un rapporto storico tra l’artista tedesco e i due Servolini, a fianco del quale verranno presentate due opere inedite: Paesaggio svizzero, 1898 (olio su tela, cm 50×60), cortesemente concesso da Simone Begani; Studi di nudi femminili (matita su carta, mm 300×400), cortesemente concesso da Maria Teresa Talarico. Sarà inoltre esposto al pubblico una rarità bibliografica: Die Florentinische Landschaft. Toskanische Wanderungen von Carlo Boecklin und Karl Storck, Stuttgart 1910, Druck und Verlag von Greiner & Pfeiffer.

Caterina Del Vivo
Ha frequentato la Scuola speciale di Archivistica dell’Archivio di Stato fiorentino e ha seguito corsi di perfezionamento in Archivi e Beni culturali presso la Scuola Normale superiore di Pisa. Ha lavorato come Archivista dal 1980 all’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux di Firenze, di cui è stata Responsabile dal 1997 al 2002. Dal 2002 al 2016 è stata Responsabile dell’Archivio Storico dell’Istituto.
Ha redatto e pubblicato inventari e cataloghi di vari Fondi, curando carteggi ed edizioni testuali, e ha partecipato a convegni nazionali e internazionali in ambito archivistico, storico e letterario, seguendo stages professionali presso gli Archives Nationales di Parigi.
Da anni studia aspetti e figure della cultura ebraica attraverso l’inventariazione e lo studio delle carte della famiglia Orvieto. Al tema ha dedicato edizioni e mostre tra cui Viaggio meraviglioso di Gianni nel paese delle parole (Firenze, 2007), Leone da Rimini (Livorno, 2016).
Ha pubblicato biografie di personaggi femminili del periodo Risorgimentale e del Novecento, tra cui La moglie creola di Giuseppe Montanelli. Storia di Lauretta Cipriani Parra (Pisa, 1999); … Narrando storie. Laura Orvieto e il suo mondo (catalogo della mostra, Firenze, 2011); In esilio e sulla scena. Lauretta Cipriani Parra, Giuseppe Montanelli e Adelaide Ristori (Firenze 2014); Helen Zimmern. Corriere di Londra 1884-1910 (Milano, Corriere della Sera, 2014); Veuves et pupilles à Pise au début du XIXème siècle (Rennes, in corso di stampa).
Negli ultimi dieci anni si è occupata della valorizzazione di archivi di artisti e critici d’arte del secolo XIX: Hiram Powers a Firenze (Firenze, 2007); Andrea Vaccà e Ridolfo Castinelli. La costruzione del Tempio di Minerva Medica a Montefoscoli (Pisa, 2009); Gli anni preziosi di Ludolf e Charlotte, in I Verworner a Fiesole (Firenze, Polistampa 2012, pp. 9-26); Polemiche e successi di Aleardo Aleardi docente di Estetica a Firenze, (Firenze, 2016), e di studiosi del mondo della scienza: Elisabetta Fiorini Mazzanti, Benedetto Viale e gli amici Toscani, (Firenze, 2014); Dal ‘Fondo Benedetto Viale’ del Gabinetto G.P. Vieusseux: sulle “Acque Albule” di Tivoli e sulle loro proprietà (Firenze, 2016).
Collabora all’“Antologia Vieusseux”, “Rassegna Storica Toscana”, “Studi e problemi di critica testuale”, “JLIS”. Dal 2009 è Presidente della Sezione Toscana dell’ANAI. Dal 2017 è Presidente del Comitato per la Promozione dei valori risorgimentali di Scandicci (Firenze).

Barbara Guidi
Ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Firenze (2000) dove ha anche conseguito il titolo di Dottore di Ricerca con una tesi su Giovanni Boldini nel 2009.   Dal 2002 è Curatrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara e della Fondazione Ferrara Arte dove, dal 2012, è Curatore Capo. Si occupa sia della cura e gestione delle collezioni del Museo Giovanni Boldini, del Museo dell’Ottocento, del Museo “Filippo de Pisis” e del Museo Michelangelo Antonioni, e del coordinamento scientifico del programma espositivo del Palazzo dei Diamanti. Come studiosa si è occupata di arte tedesca tra Otto e Novecento e dei rapporti di questa con la Francia; di Simbolismo e Secessioni; dell’iconografia della donna fin-de-siècle; dell’opera grafica di Filippo de Pisis (ha curato il catalogo generale illustrato del Museo “Filippo De Pisis” di Ferrara); di Michelangelo Antonioni e di Giovanni Boldini.
Tra le mostre curate, assieme alle relative pubblicazioni, si ricordano: Boldini nella Parigi degli Impressionisti (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, e Williamstown, Clark Art Institute, 2009); Portraits of the Belle Epoque (Valencia, Centro del Carmen; Barcellona, Caixa Forum, 2011); Boldini, Previati e De Pisis. Due secoli di grande arte a Ferrara (Ferrara, Palazzo dei Diamanti e Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, 2012); Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti (Palazzo dei Diamanti di Ferrara 2013); Antonioni. Maestro del cinema moderno (Bruxelles, Bozar 2013); Antonioni. Aux origines du Pop (Parigi, Cinémathèque Française 2015); Michelangelo Antonioni. Maestro del cinema moderno (Amsterdam, Eye Film Institute and Museum 2015); L’arte per l’arte. Il Castello estense ospita Giovanni Boldini e Filippo de Pisis (Ferrara, Castello Estense, 2015-2016); Giovanni Boldini. Master of the Belle Epoque (Beijing, China World Art Museum; San Pietroburgo, The State Hermitage Museum, 2016-2017); Courbet e la natura, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 22 settembre 2018 – 6 gennaio 2019; Boldini e la moda, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 16 febbraio – 2 giugno 2019; De Nittis. L’avventura dello sguardo, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 1 dicembre 2019 – 13 aprile 2020.
Nel 2015 ha pubblicato l’edizione critica e commentata della corrispondenza di Giovanni Boldini dal titolo Boldini a Parigi. Ritratto di un pittore attraverso le lettere (Ferrara Arte Editore 2015).

Andrea Muzzi
Si è formato all’Università degli Studi di Firenze alla scuola di Carlo Del Bravo discutendo una tesi su Correggio e la congregazione cassinese (SPES Firenze 1982) e alla Fondazione Longhi di Firenze (Fra Bartolomeo e la scuola di San Marco), dove è entrato in contatto con Federico Zeri. Su tali argomenti ha pubblicato numerosi interventi nel corso della sua attività. Ha studiato inoltre con Sylvie Béguin e Mario Di Giampaolo, impegnandosi nello studio della grafica del Cinquecento.
All’inizio della sua attività ha collaborato, fra l’altro, con il Museo di Firenze com’era alla costituzione del Centro Documentazione del Comune di Firenze (1984), con il Museo Nazionale del Bargello, (dove è stato consigliere dell’associazione Amici del Bargello) interessandosi alla Sfragistica medievale e rinascimentale (Catalogo dei Sigilli del Bargello), e in seguito con il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi curando, insieme a M. Di Giampaolo, la mostra Parmigianino e il fascino di Parma (Olschki Firenze 2003).
Nel 2012 è stato nominato Dirigente Storico dell’arte nel Ministero dei Beni e delle Attività Culturali con incarico presso la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze. Nello stesso anno è stato nominato Direttore della Soprintendenza per i beni Storici artistici ed Etnoantropologici della Liguria. Nel 2014 è stato nominato Direttore della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per Pisa e Livorno, e membro della Commissione regionale toscana dei beni culturali.
È membro della Commissione scientifica della Fondazione Correggio e del Comité International d’Histoire de l’Art. Insegna Gestione e valorizzazione dei beni Culturali presso la Scuola di Specializzazione in beni Archeologici dell’Università di Pisa. Attualmente è Direttore della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo.

Francesca Cagianelli
Nel 1997 pubblica il volume “Tra pittura e incisione. Antonio Antony de Witt critico delle arti”, nella Collana “Letteratura e Dintorni”, diretta da Luigi Banfi, Umberto Carpi, Davide De Camilli (Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa/Roma).
Dal 2006 è Presidente di “Archivi e Eventi”, Associazione Culturale per la Documentazione e la Promozione dell’Ottocento e del Novecento Livornese e dal 2006 idea e dirige la collana “Rarità del Novecento Livornese”.
Dal 2007 al 2009 dirige con Dario Matteoni “I maestri della luce in Toscana. Collana di monografie d’arte dell’800 e del 900”, promossa da FINEGIL, editoriale L’Espresso, in 12 volumi.
Dall’11-08-2008 all’11-10-2008 ha realizzato l’ordinamento della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini di Collesalvetti e dal 5-02-2009 al 31-12-2011, e quindi dal 01-08-2012 al 31-12-2013 ha assunto il ruolo di Conservatore.Dal 2013 è direttore della rivista di arte e cultura “Livorno Cruciale XX e XXI”.
Dal 2014 dirige la collana di studi “Percorsi di archivio. Atlanti per una nuova storia dell’arte” (Pisa, Edizioni ETS).
In data 30 settembre 2015 fonda il “Centro Cagianelli per il 900”, di cui è il Presidente.Dal 1 settembre 2016 ricopre l’incarico di Conservatore della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini di Collesalvetti.
Dal 1997 cura mostre dedicate all’Ottocento e al Novecento toscano e italiano, tra cui: Antonio Antony de Witt 1876-1967 (Firenze, Palazzo Pitti 1998); In Toscana dopo Degas. Dal sogno medioevale alla città moderna (Crespina, Villa il Poggio, 1999); L’officina del colore. Diffusione del fauvisme in Toscana (Crespina, Villa il Poggio 2000); Il Novecento in Toscana (Crespina, Villa il Poggio 2001); La Maschera e l’Artista. Intermezzi, Pantomime, Acrobazie sul Palcoscenico del Novecento (Marina di Pietrasanta, Villa La Versiliana, 2005); Renato Natali. Un pittore tra luci d’avanguardia e notti di folklore (Galleria d’Arte Moderna Ricci-Oddi, 2006); Il convito e l’arte tra l’Ottocento e il primo Novecento (Catanzaro, Complesso Monumentale del San Giovanni, 2007); La Belle Epoque. Arte in Italia 1880-1915 (Rovigo, Palazzo Roverella, 2008); Déco. Arte in Italia 1919-1939 (Rovigo, Palazzo Roverella, 2009); L’Ottocento elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuny 1860-1890 (Rovigo, Palazzo Roverella, 2011); Alfredo Müller. Un ineffabile dandy dell’impressionismo (Livorno, Granai di Villa Mimbelli, 2011); Il Divisionismo. La luce del moderno (Rovigo, Palazzo Roverella, 2012).

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In Pinacoteca Omaggio al Novecento Italiano

Domenica 22 settembre 2019, ore 11.30, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (via Umberto I, n. 63, Collesalvetti) andrà in onda la lezione di Francesca Cagianelli dedicata all’opera di Arnaldo Carpanetti, Donna con chitarra, con Proiezione Video in loop di 10 icone dell’arte nazionale e internazionale dedicati al tema “La Donna è musica”.
L’evento, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, prevede l’apertura straordinaria della Pinacoteca fino alle 13.00.
Tra le più significative delle collezioni permanenti del museo colligiano, l’opera di Carpanetti, donata al Comune di Collesalvetti nel 1965, racconta le coordinate nazionali dell’attività di Luigi Servolini che, proprio in veste di promotore culturale, intrattenne rapporti strategici con i principali esponenti della compagine artistica novecentesca.
Doveroso omaggio ad Arnaldo Carpanetti (Ancona, 15 gennaio 1898 – Milano, 5 aprile 1969) nel 50° dalla nascita, il focus ideato da Francesca Cagianelli punterà alla valorizzazione di uno dei più significativi esponenti del Novecento Italiano, lungamente dimenticato dalle cronache artistiche, ma recentemente storicizzato da Elena Pontiggia (“Il Veltro”, 1-6, a. LXI, gennaio-dicembre 2017, pp. 99-115) in chiave di singolare interprete della tradizione cinque-seicentesca: “La sua pittura si traduce inizialmente, alla metà degli anni Venti, in un novecentismo barocco, al contrario di Sironi e compagni che si ispirarono a un Trecento o un Quattrocento rarefatto”.
Proprio il rapporto con Mario Sironi, di cui fu amico, collaboratore ed estimatore, consente di ripercorrere gli esiti della sua prolifica produzione, a partire da Il ratto delle Sabine, presentato alla II Sindacale Lombarda e insignito del prestigioso Premio Principe Umberto, di cui lo stesso Sironi commenta che “eccita la curiosità e le speranze”: “Carpanetti è un coraggioso – sentenzia Sironi – I suoi tentativi nel campo della grande pittura di figura non si ripetono invano, non solo nel senso che ad essi è connesso un reale progresso pittorico e sensibile, ma perché alla sua messianica volontà di vittoria si rivolgono ormai attenzione e consensi”.
Tale attestazione di stima da parte di Sironi è all’origine della sua collaborazione con Carpanetti in occasione dell’ideazione della Stele del giornale della Rivoluzione, un monumentale pannello introduttivo alla Mostra Nazionale del Dopolavoro, allestita al Circo Massimo nel 1938, oltre che in vista della realizzazione, sempre nello stesso anno, di “un palazzo delle battaglie e delle vittorie” all’EUR, mentre non ne impedirà momenti di competizione antagonistica, come nel caso della committenza, poi pervenuta a Carpanetti, per la progettazione di un affresco destinato al “Sacrario” del Palazzo del Popolo d’Italia, costruito dall’architetto novecentista Giovanni Muzio.
In controcanto con l’epica propagandistica di tali imprese, Carpanetti svilupperà d’altra parte una produzione di nudi femminili, dimidiati tra reminiscenze classiche ed enfasi barocca, quando cioè atteggiati con gestualità teatrale, memore della Niobide degli Orti Sallustiani (cfr. E. Pontiggia, cit.), quando invece rispondente a stilemi baroccheggianti addirittura neo-rubensiani.
Tale ibrido connubio tra classicità e barocco sottende anche l’opera colligiana, Donna con chitarra, ascrivibile con ogni probabilità tra la seconda metà degli anni Quaranta e i primi decenni degli anni Cinquanta, memore certamente dei nudi ieratici e classici delle Bagnanti esposte a Venezia nel 1934, ma sublimata stavolta dalla liricità pervasiva dell’occupazione musicale.

Sull’onda di tale significativo dipinto, reso ancor più emblenatico dalla specificità del tema, coincidente con un’iconografica fortunatissima nell’ambito del Novecento italiano e internazionale, ovvero la donna come simbolo dell’armonia musicale, è stato ideato un percorso iconografico di 10 opere pittoriche di ambito nazionale e internazionali: Pablo Picasso, Donna con mandolino (Fanny Tellier), 1910, New York, Museum of Modern Art MoMA; Georges Braque, Donna con chitarra, 1913; Parigi, Centre Pompidou; Amedeo Bocchi, Nella veranda, 1919, Parma, Museo Amedeo Bocchi; Felice Casorati, Concerto, 1924, Torino, collezione RAI; Massimo Campigli, Donne con la chitarra, 1925, Pinacoteca di Brera, Milano; Tamara De Lempicka, Donna in blu con chitarra, 1929; Antonio Donghi, Prima della canzone, 1930; Mario Tozzi, Hommage à Claudel (Donna musica), 1930; Gino Severini, Fleurs et Masque, 1930, ca.; Henri Matisse, La Musica, 1939.

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COME IN UNO SCRIGNO: ECCO UN ALTRO TESORO DEL ‘900

di Francesca Cagianelli

Si inaugura martedì 3 settembre 2019 alle 17.30 alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini di Collesalvetti (via Umberto I, n. 63), la mostra “Ottorino Razzauti (Livorno, 1881-Castiglioncello, 1976). L’espressione trascendente del vero: dialoghi sull’italianismo artistico”, promossa dal Comune di Collesalvetti, ideata e curata da Francesca Cagianelli in occasione della Fiera di Collesalvetti 2019 (apertura straordinaria fino alle 22.30).

Confidente di Mario Tinti e protagonista di un inedito e sorprendente epistolario dominato dal mito di una Volterra etrusca, percorsa dagli echi di un eroico e sanguinoso passato, rivisitata alla luce del decadentismo di Paul Bourget e quindi dell’estetismo dannunziano codificato dal Fuoco, Ottorino Razzauti costituisce l’anello mancante di una catena intellettuale che tra il secondo e il terzo decennio del Novecento salda i destini del cenacolo livornese del Caffè Bardi e di quella compagine fiorentina, da Oscar Ghiglia a Gustavo Sforni, da Ardengo Soffici a Emilio Cecchi, determinata a condividere la cruciale battaglia intellettuale nel segno dell’“italianità” artistica.

Motivato da pulsioni di aggiornamento internazionale, Razzauti alternerà nei suoi itinerari culturali i sopralluoghi alle Biennali Veneziane e il fatidico “salto vitale” nella Parigi della Belle Epoque, suggendone idiomi e suggestioni rielaborate alla luce di un intendimento personale, costantemente sorretto da dettami di rigore linguistico e al contempo da un sorgivo slancio emotivo.

Non a caso la produzione razzautiana, ascrivibile in larga parte tra gli anni Dieci e gli anni Trenta, lungi dal cristallizzarsi in una cifra manieristica orientata dalle diverse mode linguistiche, denuncia da una parte la capacità di assimilare in sede paesaggistica quegli aneliti alla religiosità del vero che da più parti si manifestano sull’onda del recupero della poetica fattoriana e della fortuna cézanniana, dall’altra di fondere in sede disegnativa la vibrante modernità della grafica internazionale con l’espressionismo di un Romolo Romani.

Come da un vaso di Pandora fuoriescono infatti verità nascoste dalla poderosa libreria personale dell’artista, conservata gelosamente dalla nipote Margherita Michetti e dagli altri eredi: dalle testimonianze relative alla consultazione dei capisaldi dell’editoria illustrata parigina, documentata dalla presenza delle edizioni dell’Idéal Bibliothèque, collection illustrée Pierre Lafitte & C., ai ritagli del mensile “Je sais tous”, rivista enciclopledica illustrata, fondata dallo stesso Pierre Lafitte il 15 gennaio 1905.

Intimo amico di Mario Puccini, frequentatore di Gustavo Sforni e Oscar Ghiglia, stimatissimo da Llewelyn Lloyd e cooptato nell’ambito delle strategie commerciali di Mario Galli, Razzauti preferì tuttavia maturare le sue riflessioni culturali e artistiche nella solitudine esistenziale di Caletta, dove si ritira a partire dal 1911, distanziandosi dall’esuberante cenacolo del Caffè Bardi e rinunciando all’occasione di radicarsi nell’entourage dinamico ed emancipato della Firenze primonovecentesca.

Risultano tanto più sorprendenti, se analizzati in controluce rispetto a tale scelta di marginalità culturale, tanto certe sue tavolette risultanti dal misterioso incastro di tessere smaltate e di volumi sintetici, orchestrati sulle note di quell’emozione lirica celebrata da Oscar Ghiglia nei paesaggi fattoriani riprodotti nella monografia SELF del 1913, quanto le coltissime e suggestive caricature di celebrità letterarie, artistiche e teatrali realizzate in larga parte tra il 1913 e il 1914.

Sono in particolare quest’ultime a costituire un traguardo di eccezionale rilevanza nel corpus produttivo razzautiano, in quanto esito tecnicamente raffinato tra rielaborazione autografa del supporto fotografico – prevalentemente cartoline illustrate stampate dai più prestigiosi stabilimenti fotografici dell’epoca, nazionali e internazionali – dal parigino Boyer al ligure Sciutto – e personale interpretazione della grafica internazionale, da Cappiello a Sem, da Käthe Kollwitz a Frank Brangwyin, senza escludere coordinate praghesi, con riferimento in particolare alla personalità di un solitario quale Karel Myslbek, di cui non a caso è conservata nella biblioteca dell’artista la rivelatrice testimonianza del fascicolo di “Emporium” contenente l’articolo a lui intitolato nel 1914 a firma di William Ritter.

Coordinate davvero colte e internazionali, che dischiudono orizzonti inediti di approfondimenti scientifici e ricerche documentarie, a conferma di un Novecento sempre più destinato a identificarsi in uno scrigno ancora socchiuso.

La mostra si protrarrà fino al 9 novembre 2019 (tutti i giovedì, ore 15.30-18.30) e sarà affiancata da un Calendario culturale, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli, dal titolo: “Tra Arte e Archeologia: addenda storiografici e documentari”, finalizzato a promuovere l’inedita e versatile personalità di Ottorino Razzauti, incline perfino alle mode archeologiche.

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