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Finalmente una grande mostra per Gambogi

Si inaugura giovedì 9 febbraio 2017 alle ore 17.00 alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini l’importante mostra Raffaello Gambogi: il tempo dell’impressionismo, promossa dal Comune di Collesalvetti, con il contributo di Fondazione Livorno.

Curata da Francesca Cagianelli, in collaborazione con Giovanna Bacci di Capaci, la mostra punta alla valorizzazione di Raffaello Gambogi, artista straordinariamente significativo nel vasto panorama dell’Otto-Novecento toscano e italiano, ma ancora sostanzialmente marginalizzato in sede storiografica.

Il percorso espositivo, costituito da 40 dipinti, mira a ricongiungere per la prima volta la stagione ottocentesca di Gambogi, con la sua evoluzione novecentesca, storicizzandone tanto il contributo impressionista nell’ambito della compagine dei postmacchiaioli tra Livorno e Torre del Lago, quanto l’intimo raccoglimento espressivo degli ultimi anni, quando la riflessione ottica al cospetto della costa labronica diventa prioritaria rispetto al coordinamento con i movimenti e gli stili del Novecento.

Si tratta della prima mostra antologica dedicata all’artista livornese, corredata da un ampio catalogo, pubblicato da Pacini Editore, che ospiterà un saggio monografico di Francesca Cagianelli su Raffaello Gambogi, e un saggio monografico di Giovanna Bacci di Capaci sulla moglie dell’artista, la celebre pittrice finlandese Elin Danielson.

Si colma oggi con questa significativa antologica l’equivoco della sfortuna dell’artista profilato da Bianca Flury Nencini, sulle pagine di “Liburni Civitas” del 1931: definito come “uno dei pittori labronici più strani di atteggiamento e di consuetudini”, Gambogi, sembra infatti dovere la sua mancata fortuna tanto alle “deficienze del senso pratico della vita”, quanto alle “congenite fobie che ne fecero ‘un tipo’ a tutti noto”.

Sarebbe fin troppo semplice tuttavia procedere ‘lombrosianamente’ alla rilettura della sua produzione artistica attraverso la relazione medica firmata dallo scienziato Eugenio Tanzi, in quanto, se la sua vita fu “intessuta di incertezze, di ingenuità disinteressate, di rinuncie, di entusiasmi, di abbandoni” e “qualunque impresa anche di minimo momento, qualunque atto, anche il più dozzinale, che esca dall’orbita della pittura o non sia inspirato da un movente sentimentale, riscontra nel suo sistema nervoso inesplicabili e insormontabili ostacoli per cui non può tradursi mai in atto compiuto”, eppure Gambogi fu più volte premiato a esposizioni nazionali e internazionali.

Dall’exploit alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896-1897 con il dipinto All’ombra, celebrato da Ugo Matini, fino all’Esposizione del Sempione del 1906, dove per la prima volta viene esposto il capolavoro Fra le pazze, l’artista si pone in linea con le più avanzate postazioni dell’impressionismo toscano.

L’impegno di aggiornamento di Gambogi culmina nel 1910, data in cui presenzia all’Esposizione Internazionale di Roma con un’opera di ambizione monumentale, Pescatori, oggi dispersa, ma segnalata da Giosuè Borsi come discrimine di quel notturnismo fiammingo in auge all’alba del Novecento, a seguito del dilagare delle mode nordiche in sede di Biennale di Venezia.

D’ora in avanti, come intendono illustrare sia la mostra che il catalogo, non resta che seguire il dispiegarsi del sondaggio luminoso dipanato dall’artista a partire dall’84°edizione della Mostra internazionale degli “Amatori e Cultori” di Roma, fino all’Esposizione Livornese “Pro-Soldato” del 1917, dove dipinti quali La Pineta, Di Luglio, Vecchi bagni e Una via presso Montenero, consolidarono la sua fama nel segno di “una specie d’impeto lirico individuale”.

Già negli anni Venti il percorso di Gambogi risulta scandagliato dalla critica soprattutto in riferimento all’orizzonte di solitudine profilatosi rispetto a colleghi quali Angiolo Tommasi, i cui Vecchi cenci restano comunque un parallelo efficacissimo rispetto alla primissima produzione dell’artista, se si pensa in particolare a un capolavoro esposto in mostra, il monumentale Cacciatore del 1891, conservato presso la Camera di Commercio di Livorno.

Non è un caso che Gambogi, ormai alle soglie degli anni Trenta, sembri connotarsi sempre più pervasivamente come colui che più di ogni altro è in grado di “vedere la natura sotto il velo pacato del silenzio pieno del mistero”.

Ed ecco le numerose visioni della costa labronica, da Chioma a Quercianella, di cui in mostra compaiono alcuni esemplati storici, tra cui Riflessi sul mare, presentato a “Bottega d’Arte” nella personale del 1928, quando Carlo Giorgio Ciappei definisce egregiamente la tempra lirica dell’artista, in continuità e al contempo in controluce, rispetto alla stagione macchiaiola, se è vero che “gli impasti gustosi e le velature morbide tolgono a questa pittura, formatasi su i Maestri Macchiaioli, la cruda e spesso pesante solidità che attenua tante volte il modesto e chiuso senso di poesia nelle opere di quella scuola”.

Sboccia dunque “il nucleo lirico” delle visioni di Gambogi lungo la costa, recando “quel nobile accento accorato che vela di inesprimibile malinconia le visioni più appassionate”.

Si gioca quindi esclusivamente sul nesso della musicalità e della poetica degli stati-d’animo l’enigma dell’uniformità del lessico di Gambogi nel corso degli anni Venti, quando vince il monocromo e la visione si avvicenda secondo impercettibili varianti di punti di vista: è questo il senso delle ultime sequenze luminose radunate nel percorso finale della mostra.

Sembra allora improrogabile dismettere certo malinteso postmacchiaiolismo per rileggere l’intero percorso stilistico dell’artista nei termini individuati da Llewelyn Lloyd, tanto nella sua
Pittura italiana dell’Ottocento (Firenze 1929), quando lo definisce “un verista preciso ed accurato, di colorito diafano, arioso, di buon sentimento poetico”, quanto nei suoi Tempi andati, quando invece, più acutamente, ne storicizza la personalità come artista “d’una natura che stava tra Fattori e Angiolo Tommasi; allievo un po’ dell’uno e un po’ dell’altro”, per poi procedere verso altri raffronti, stavolta di ambito internazionale, come nel caso dell’Autoritratto al sole con il cappello, “con la stessa proiezione d’ombra sul volto come quello di Kroyer”.

In mostra figurano alcuni capolavori dell’ultimo decennio dell’Ottocento, tra cui Cantiere (1897), appartenente alla raccolta della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, La mattina del giorno di festa (1899), cortesemente reso disponibile da 800/900 ARTSTUDIO, Livorno/Lucca, l’Autoritratto (1895-1899), proveniente dalle collezioni della Fondazione Livorno, così come così alcune delle più significative tappe della produzione novecentesca, quali Ritratto della moglie (1905), conservato presso il Museo Civico G. Fattori, Livorno, e Mercato di Volterra (1907), appartenente alla raccolta della Cassa di Risparmio di Volterra.

La mostra verrà affiancata da un inedito calendario di iniziative culturali sugli artisti dimenticati dell’800-900.

Ingresso gratuito

Visite guidate gratuite a cura di Francesca Cagianelli

orari: tutti i giovedì: 15.30-18.30
fino al 18 maggio 2017

0586 980256 e 980255pinacoteca@comune.collesalvetti.li.itwww.comune.collesalvetti.li.it

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Brindisi a Ercolini alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Conversazione con Ilaria Ercolini, figlia dell’artista
condotta da Francesca Cagianelli
La fuga dei pennelli

2° puntata del Calendario
Pinacoteca Comunale Carlo Servolini 2016/2017

“Le avanguardie a Livorno tra sodalizi e protagonisti”

giovedì 29 dicembre 2016, ore 16.30

alle 18.00 brindisi cortesemente offerto da Ilaria e Titti Ercolini

Si prepara a brindare al 2017 la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini che ha omaggiato Roberto Ercolini con la mostra monografica in corso fino al 2 febbraio 2017.
Al centro di questa 2° puntata del Calendario 2016/2017, l’incontro in esclusiva con la figlia dell’artista, Ilaria Ercolini, intervistata per l’occasione da Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca.
Il titolo provocatorio prescelto per questa dialettica ricostruzione della carriera artistica di Roberto Ercolini, r, ricostruisce in termini esemplari quel panorama di ambizioni, progetti, sogni, ma anche prese di posizioni, polemiche, e fughe, tanto di moda nella compagine delle avanguardie livornesi degli anni Cinquanta e Sessanta, in primis Mario Nigro, Ferdinando Chevrier, e con loro, Roberto Ercolini e Renzo Izzi.
Cinque i punti cruciali messi sul tappeto da Francesca Cagianelli, a partire dalle ragioni della fuga dell’artista da Livorno, fino al capitolo delicatissimo dell’Ercolini intimo, senza tralasciare un sondaggio delle ipotesi strategiche e più in particolare dei progetti in corso da parte degli eredi in vista della valorizzazione dell’artista.

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ANCORA UNA RISCOPERTA ALLA PINACOTECA SERVOLINI

Comunicato stampa

 

Roberto Ercolini (1938-1988)

La festa dell’enigma

mostra promossa da Comune di Collesalvetti

a cura di Francesca Cagianelli

inaugurazione

giovedì 17 novembre 2016, ore 16.30

sabato 19 novembre 2016, ore 11,00

fino al 2 febbraio 2017

Duplice inaugurazione alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini per la mostra Roberto Ercolini (1938-1988). La festa dell’enigma, promossa dal Comune di Collesalvetti, curata da Francesca Cagianelli, in collaborazione con gli eredi dell’artista, Ilaria e Titti Ercolini.

Si tratta ancora una volta di un tassello importante nell’ambito della valorizzazione della stagione dei Servolini, messo a fuoco nell’ambito del pluriennale progetto culturale alla base del calendario espositivo della Pinacoteca colligiana, motivato tra l’altro dalla presenza, nelle collezioni del Comune di Collesalvetti, del significativo dipinto di Ercolini, Rovine (1970).

Per la prima volta, dopo le iniziative degli anni Novanta promosse dal Comune di Livorno e dalla Città di Sesto S. Giovanni, Civica Scuola d’Arte Federico Faruffini, Ercolini, grazie alla mostra colligiana, riemerge all’attenzione del grande pubblico nella sua poliedrica personalità di pittore, disegnatore e incisore, oltre che nella vorticosa temperie sperimentale che caratterizzò la sua purtroppo brevissima carriera.

Dopo gli esordi espositivi, contrassegnati, verso la fine degli anni Cinquanta, dalle personali alla Galleria Imperiale di Tirrenia (1958), alla Galleria Cocchini di Livorno (1959), e alla Bottega dei Vageri di Viareggio (1960), si colloca il fatidico trasferimento di Ercolini a Milano, in data 1960.

“Nulla di nulla della mia condizione mi sembrava soddisfacente – tale l’ammissione dell’artista alla vigilia della fuga da Livorno – o appena adeguato alle mie aspirazioni. Quando venne davvero il momento di partire mi pare che dalla fretta non salutai nessuno”.

D’ora in avanti la frequentazione di Franco Russoli, e per suo tramite di Giovanni Fumagalli, si accompagnerà alla contiguità con la Galleria delle Ore di Milano, promotrice infaticabile di una serie di personali, dalla prima svoltasi nel 1963, fino a quella postuma del 1989, dove il nome dell’artista figura ininterrottamente accanto a quelli di Alfredo Chighine, Franco Francese, Costantino Guenzi, Gino Meloni, Pompilio Mandelli.

Non cessano tuttavia nel frattempo le esposizioni toscane, in particolare all’Italsider di Piombino nel 1967, alla “Galleria Klee” di Lucca nel 1968, alla Galleria “Il Fante di Picche” di Livorno nel 1969, senza contare la partecipazione alle edizioni del Premio Amedeo Modigliani del 1958 e 1960, fino al coinvolgimento nella mostra allestita alla Casa della Cultura di Livorno nel 1978, dal titolo Ipotesi per un profilo della ricerca artistica a Livorno 1947-1977.

Il percorso espositivo colligiano ripercorre la produzione di Ercolini dagli anni Sessanta fino alla precoce scomparsa nel 1988, ovvero fino all’estremo ciclo iconografico delle cosiddette “stanze”: un incessante e altalenante incedere tra neo-geometrismo, neo-concretismo e neo-costruttivismo da una parte, e surrealismo dall’altra.

Dopo una prima fase astratta-informale inauguratasi verso la metà degli anni Sessanta, la produzione di Ercolini degli anni Settanta vede comunque trionfare un partito geometrico, prediletto e ripercorso fino agli ultimi anni, anche se, all’alba degli anni Ottanta irrompe, con l’ossessione di un incubo ricorrente telluricamente, il rinnovato protagonismo di un’umanità da sempre indagata dall’artista, tramite una sorta di criptico linguaggio teso al “trattamento parodistico dell’enigma dechirichiano” (Vanni Ronsisvalle, 1988, Edizioni Galleria delle Ore).

Se è vero infatti che nell’ambito dell’articolata e complessa formulazione iconografica di Ercolini dominano le architetture, spesso avvolte da microganismi inusitati, laddove la percezione dello spazio risulta costantemente scandita da strutture colonnari e filtri di grate, fino ad evocare una sorta di palcoscenico teatrale, costante risulta l’attenzione per gli agglomerati organici, siano silhouettes di scheletri, animali o fantasmi, ebbri di una grottesca quando indistinta vitalità.

Eppure non stupisce la sincronia di tali figurazioni con l’infatuazione per Léger, fonte di ispirazione per tutto un ciclo di composizioni degli anni Settanta, dove l’assemblaggio antinaturalistico di inerti frammenti meccanici, lungi dal collidere con la più ricorrente messinscena di superfetazioni organiche, ne costituisce un’emblematica bipolarità.

Vera e propria acquisizione nell’ambito del percorso espositivo si configura l’Autoritratto degli anni Sessanta, finora incomprensibilmente rimasto inedito, dove l’effige dell’artista, sensibilmente partecipe dell’estetica ritrattistica configurata dalle avanguardie primonovecentesche, in primis l’espressionismo – inequivocabile il riferimento a Carlo Levi – si pone quale icona ideale della mostra, proprio in virtù della simultaneità degli impulsi sperimentali, in bilico tra figurazione e astrazione.

Una serrata selezione di tecniche miste, chine, acqueforti, litografie, completa questo intrigante tragitto monografico, il primo, dopo la monografica livornese del 1995, che a distanza di oltre vent’anni, riapre il caso Ercolini, come uno dei più appassionanti delle avanguardie degli anni Sessanta a Livorno.

 

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A Collesalvetti si celebra Roberto Ercolini

Comunicato stampa

Roberto Ercolini (1938-1988)

La festa dell’enigma

mostra promossa da

Comune di Collesalvetti

a cura di 

Francesca Cagianelli

inaugurazione

giovedì 17 novembre 2016, ore 16.30

apertura straordinaria 

con la partecipazione degli eredi dell’artista

Ilaria e Titti Ercolini

sabato 19 novembre 2016, ore 11,00

fino al 2 febbraio 2017

tutti i giovedì, ore 15.30-18.30

ingresso gratuito

Duplice inaugurazione alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini per la mostra Roberto Ercolini (1938-1988). La festa dell’enigma, promossa dal Comune di Collesalvetti, curata da Francesca Cagianelli, in collaborazione con gli eredi dell’artista, Ilaria e Titti Ercolini.

Si tratta ancora una volta di un tassello importante nell’ambito della valorizzazione della stagione dei Servolini, messo a fuoco nell’ambito del pluriennale progetto culturale alla base del calendario espositivo della Pinacoteca colligiana, motivato tra l’altro dalla presenza, nelle collezioni del Comune di Collesalvetti, del significativo dipinto di Ercolini, Rovine (1970).

Per la prima volta, dopo le iniziative degli anni Novanta promosse dal Comune di Livorno e dalla Città di Sesto S. Giovanni, Civica Scuola d’Arte Federico Faruffini, Ercolini, grazie alla mostra colligiana, riemerge all’attenzione del grande pubblico nella sua poliedrica personalità di pittore, disegnatore e incisore, oltre che nella vorticosa temperie sperimentale che caratterizzò la sua purtroppo brevissima carriera.

Dopo gli esordi espositivi, contrassegnati, verso la fine degli anni Cinquanta, dalle personali alla Galleria Imperiale di Tirrenia (1958), alla Galleria Cocchini di Livorno (1959), e alla Bottega dei Vageri di Viareggio (1960), si colloca il fatidico trasferimento di Ercolini a Milano, in data 1960.

“Nulla di nulla della mia condizione mi sembrava soddisfacente – tale l’ammissione dell’artista alla vigilia della fuga da Livorno – o appena adeguato alle mie aspirazioni. Quando venne davvero il momento di partire mi pare che dalla fretta non salutai nessuno”.

D’ora in avanti la frequentazione di Franco Russoli, e per suo tramite di Giovanni Fumagalli, si accompagnerà alla contiguità con la Galleria delle Ore di Milano, promotrice infaticabile di una serie di personali, dalla prima svoltasi nel 1963, fino a quella postuma del 1989, dove il nome dell’artista figura ininterrottamente accanto a quelli di Alfredo Chighine, Franco Francese, Costantino Guenzi, Gino Meloni, Pompilio Mandelli.

Non cessano tuttavia nel frattempo le esposizioni toscane, in particolare all’Italsider di Piombino nel 1967, alla “Galleria Klee” di Lucca nel 1968, alla Galleria “Il Fante di Picche” di Livorno nel 1969, senza contare la partecipazione alle edizioni del Premio Amedeo Modigliani del 1958 e 1960, fino al coinvolgimento nella mostra allestita alla Casa della Cultura di Livorno nel 1978, dal titolo Ipotesi per un profilo della ricerca artistica a Livorno 1947-1977.

Il percorso espositivo colligiano ripercorre la produzione di Ercolini dagli anni Sessanta fino alla precoce scomparsa nel 1988, ovvero fino all’estremo ciclo iconografico delle cosiddette “stanze”: un incessante e altalenante incedere tra neo-geometrismo, neo-concretismo e neo-costruttivismo da una parte, e surrealismo dall’altra.

Dopo una prima fase astratta-informale inauguratasi verso la metà degli anni Sessanta, la produzione di Ercolini degli anni Settanta vede comunque trionfare un partito geometrico, prediletto e ripercorso fino agli ultimi anni, anche se, all’alba degli anni Ottanta irrompe, con l’ossessione di un incubo ricorrente telluricamente, il rinnovato protagonismo di un’umanità da sempre indagata dall’artista, tramite una sorta di criptico linguaggio teso al “trattamento parodistico dell’enigma dechirichiano” (Vanni Ronsisvalle, 1988, Edizioni Galleria delle Ore).

Se è vero infatti che nell’ambito dell’articolata e complessa formulazione iconografica di Ercolini dominano le architetture, spesso avvolte da microganismi inusitati, laddove la percezione dello spazio risulta costantemente scandita da strutture colonnari e filtri di grate, fino ad evocare una sorta di palcoscenico teatrale, costante risulta l’attenzione per gli agglomerati organici, siano silhouettes di scheletri, animali o fantasmi, ebbri di una grottesca quando indistinta vitalità.

Eppure non stupisce la sincronia di tali figurazioni con l’infatuazione per Léger, fonte di ispirazione per tutto un ciclo di composizioni degli anni Settanta, dove l’assemblaggio antinaturalistico di inerti frammenti meccanici, lungi dal collidere con la più ricorrente messinscena di superfetazioni organiche, ne costituisce un’emblematica bipolarità.

Vera e propria acquisizione nell’ambito del percorso espositivo si configura l’Autoritratto degli anni Sessanta, finora incomprensibilmente rimasto inedito, dove l’effige dell’artista, sensibilmente partecipe dell’estetica ritrattistica configurata dalle avanguardie primonovecentesche, in primis l’espressionismo – inequivocabile il riferimento a Carlo Levi – si pone quale icona ideale della mostra, proprio in virtù della simultaneità degli impulsi sperimentali, in bilico tra figurazione e astrazione.

Una serrata selezione di tecniche miste, chine, acqueforti, litografie, completa questo intrigante tragitto monografico, il primo, dopo la monografica livornese del 1995, che a distanza di oltre vent’anni, riapre il caso Ercolini, come uno dei più appassionanti delle avanguardie degli anni Sessanta a Livorno.

 

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