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INTERVISTA SURREALE CON KRIMER

In anteprima per “Livorno Cruciale XX e XXI” l’intervista al surreale di Alberto Gavazzeni a Krimer

(Interviste raccolte nel 1960 e nel 2018)

RIPRODUZIONE VIETATA

Al tavolo del Caffè Torricelli, in Corso Garibaldi a Viareggio, un uomo di mezza età, occhiali, cappotto lungo grigio scuro, pullover, cravatta bordeaux e un elegante Borsalino posato sulla sedia a portata di mano, sta discutendo con due giovani: uno è il pittore Renato Santini.
Non ci sono dubbi su quell’uomo di mezza età: è Cristoforo Mercati, in arte semplicemente Krimer, futurista romantico.
Di lui possiedo, per caso, un paio di composizioni astratte (i suoi vetri colorati) della fine degli anni Sessanta ed è per questo che ho deciso di rituffarmi indietro nel passato di oltre cinquant’anni anni, per capire, attraverso un’intervista ‘surreale’, il genio multiforme e poliedrico di un uomo che fu, senza dubbio, uno dei personaggi prima del Movimento futurista, poi della politica italiana durante il fascismo (“ministro della Cultura Popolare” della Rsi dopo l’8 settembre 1943) e infine della vita culturale viareggina, ma anche romana e labronica, vista l’amicizia e il sodalizio artistico con Luigi Servolini e Giovanni March. Da vero Art-manager, ha al suo attivo qualcosa come duecento mostre personali in tutta Italia, ma anche in Europa.
Un allora giovane pittore, quello seduto al tavolo con Krimer e Santini, che ho avuto l’occasione di conoscere molto più agè, quando abitavo nei dintorni di Firenze: Roberto Michetti.
Così ho chiesto a lui di presentarmi Cristoforo Mercati, perugino di nascita, scrittore, pittore e poeta italiano, come asserisce Wikipedia, amico fraterno di Lorenzo Viani con cui fu sodale fino al 2 novembre del 1936 quando Viani morì al Lido di Ostia. Krimer lo assistette fino alla fine.
Cristoforo Mercati, diventato Krimer con la K dopo l’incontro con l’aeropoeta Guido Keller.
Un’infatuazione che ha fatto supporre un rapporto omosessuale fra il gigante biondo, che morirà un anno dopo l’incontro in un incidente stradale, e il giovane diciottenne Cristoforo.
Roberto, come mai conosci Krimer?
“Mi aveva promesso di allestire, entro l’autunno del 1960, una mostra a “Bottega dei Vàgeri”, in via Ugo Foscolo. La mia prima mostra.
Nel 1959 avevo vinto, insieme ad Antonio Possenti, il primo premio del concorso “L’animale nell’arte”, creato proprio da Krimer, e quel mio coniglietto d’angora, con un occhio solo l’aveva convinto, così come il “canino sapiente alla lavagna” di Possenti. Con i soldi dei quadri venduti in quella prima mostra riuscii a sposarmi”.

“In effetti – mi dice Krimer – ho creato la Galleria assieme a Elpidio Jenco (poeta, insegnante di storia al locale Liceo Carducci e poi assessore alla Pubblica istruzione) in ricordo di Lorenzo. Ho sposato la causa dei giovani e come vàgero (viandante su questa terra) ritengo sia necessario sostenere quei ragazzi che nutrono valori pittorici. Il primo che ha esposto a “Bottega dei Vàgeri” è stato proprio lui, Renato Santini. Era il 1942. Dopo ci sono passati giovani talenti come Silvano Passaglia, Angelo Giarrusso, Ernesto Altemura, Eugenio Pardini, Fausto Maria Liberatore e tanti altri”.

“In effetti – ci ha detto Antonello Santini, figlio di Renato – Krimer era molto amico di mio padre. Era il suo pittore preferito, tanto che è stato il mio padrino di battesimo. Ma era anche un personaggio strano, sempre a corto di denaro. Ricordo che più di una volta chiese a mio padre se poteva portare qualche soldo a sua moglie Pia perché riuscisse a pagare le bollette dell’acqua e della luce. Lui era molto spesso a Roma perché legato a doppio filo con i governanti del tempo e perché organizzava mostre nella Capitale e a Napoli con un certo Avitabile per raggranellare quanto bastava per vivere. Mi hanno raccontato che era piuttosto ‘birichino’ perché vendeva i quadri dei suoi artisti e poi ci voleva del tempo perché li ripagasse”.

“Non erano tempi facili quelli del Dopoguerra – ha aggiunto Krimer – ed è anche per questo che, a un certo punto, ho deciso di tornare alla pittura creando una nuova forma di astrattismo con i miei vetri colorati. Una volta messi i colori sulla carta vi applicavo un foglio di carta o una tela e così nascevano i miei quadri”.

Ma torniamo indietro nel tempo. Che cosa la legava a Guido Keller e a Fedele Azari?
“Con Guido, Azari e Silvio Mix avevo ideato, a metà degli anni Venti, un progetto di teatro aereo da offrire gratuitamente a migliaia di spettatori, mentre l’amicizia con Keller, aviatore futurista, mi cambiò la vita iniziandomi al volo. Lo so che il mio ritratto di Keller nudo ha dato adito a sospetti di omosessualità. Sicuramente sono stato attratto dalla personalità di Guido e dalla sua prestanza fisica, ma ero giovanissimo e futurista… Lui è morto troppo presto e “La città della vita” (città degli artisti, senza leggi e senza poliziotti, senza cimiteri né banche), che avevamo pensato di realizzare assieme, rimase sulla carta”.
Ha conosciuto Marinetti?
“Nel 1922 avevo solo quattordici anni e fu Gerardo Dottori, amico di mio padre, ad accompagnarmi all’evento futurista organizzato nella “Sala dei Notari” a Perugia. C’era tanta gente e alla fine Dottori mi presentò a Marinetti che mi strinse la mano”.
Lei ha conosciuto molti dei protagonisti degli anni Trenta: dai livornesi Riccardo e Virgilio Marchi a Enrico Prampolini, da Anton Giulio Bragaglia a Ernesto Tayaht, dal commediografo Kiribiri a Antonio Marasco, da Fortunato Bellonzi a Giovanni March e Luigi Servolini. A chi è stato più vicino?
“Certamente a Riccardo Marchi, ma il mio faro fu Lorenzo Viani. Finita la stagione del primo futurismo mi avvicinai all’Armata dei Vàgeri di cui Lorenzo era il generale. Il campo base era proprio qui, al Caffè Torricelli, e questo giovanotto (si era nel 1926 e Santini era allora giovanissimo) diventò il suo unico allievo.
Ricordo che in quegli anni Viani, con la collaborazione tecnica dello scultore Domenico Rambelli, creò il Monumento dei Caduti per la Patria. L’opera era innovativa e straordinariamente espressiva, ma parecchi viareggini, per sottolineare la presunta bruttezza del gruppo scultoreo ribattezzarono la piazza su cui sorge con il nome di “Piazza della Paura”.
“Al gruppo dei Vàgeri mi legai nel 1931 e dopo il volume d’arte Il sole innamorato con xilografie di Spartaco Di Ciolo, nel 1937 uscì Caciucco, illustrato da Lorenzo. Lui purtroppo era morto il 2 novembre dell’anno prima, proprio nel giorno del suo 54° compleanno. Gli era stato commissionato un ciclo di pitture per il Collegio di Ostia e, dopo un lavoro frenetico e senza sosta di parecchi giorni, non riuscì a partecipare all’inaugurazione perché colpito da un forte attacco d’asma, malattia che lo tormentava dal 1928. Ero nella sua stanza d’ospedale quando se ne andò a percorrere i sentieri del cielo”.
“Del mio “sodalizio con Viani” – ha concluso Krimer – ne ho parlato nel libro con cui, nel 1938, ho vinto il premio Viareggio.

A Krimer avremmo potuto fare altre cento domande ma lui, preso il Borsalino e messoselo in capo, decise che l’intervista era finita e s’incamminò lentamente verso casa. “Mi aspetta la Pia”.

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Con Krimer come all’epoca di Sputnik e di Solaris / Grande mostra alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Giovedì 22 febbraio 2018 alle ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini di Collesalvetti, si inaugura la mostra Krimer (Cristoforo Mercati) 1908-1977. Futurista con Marinetti, Vàgero con Viani, promossa dal Comune di Collesalvetti, con il contributo di Fondazione Livorno, con il patrocinio del Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, curata da Francesca Cagianelli con la collaborazione di Paolo Bertolozzi e Alessio Lenci.
Con la mostra dedicata a Krimer l’Amministrazione Comunale di Collesalvetti realizza un altro fondamentale tassello del suo pluriennale progetto di riscoperta e valorizzazione delle più significative personalità ancora sommerse del Novecento toscano, la cui vicenda artistica sia da porsi comunque in stretta relazione con Carlo e Luigi Servolini.
Si tratta stavolta di un personaggio di calibro nazionale, di origine umbra, Krimer, al secolo Cristoforo Mercati, artista, poeta, scrittore, giornalista e regista, allievo spirituale di Gerardo Dottori, trapiantato a Roma negli anni del secondo Futurismo, quindi approdato a Firenze, infine trasferitosi nel 1930 a Viareggio sotto gli auspici di Lorenzo Viani, e attivo, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta in stretta familiarità con Luigi Servolini.
Con lo xilografo livornese infatti Krimer stabilì un vero e proprio sodalizio se è vero che quest’ultimo aderì nel 1963 all’Associazione Artistica Internazionale dei Vàgeri, presieduta dallo stesso Krimer e, addirittura, prescelse l’amico, con una lettera ufficiale del luglio 1965, tra coloro che volessero donare un’opera alla costituenda Pinacoteca Comunale Carlo Servolini.
E se Krimer lo omaggerà nel 1970, intitolandogli una delle sue Poesie dipinte, non vi è dubbio che la collaborazione intercorsa tra i due artisti procedette ben oltre, fino a confluire in una serrata strategia espositiva, che vide Luigi Servolini ospite a “Bottega dei Vàgeri” nel 1960, mentre il viareggino espose ripetutamente a Livorno tra gli anni Sessanta e Settanta.
La mostra antologica allestita presso la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini si preannuncia come una vera riscoperta, in quanto costituisce la prima grande antologica di Krimer, finora rivalutato quasi esclusivamente in veste di aeropoeta e non ancora censito relativamente alla sua pur complessa e articolata carriera pittorica e grafica.
Sono oltre cento le opere di Krimer, tra acquarelli, tempere, monotipi, smalti e collages, selezionate per l’esposizione colligiana, realizzate dagli anni Trenta agli anni Settanta, in gran parte inedite, cui si aggiunge l’opera Composizione, proprietà della Fondazione Pisa, esposto presso Palazzo Blu, opera pervenuta come Premio acquisto della Cassa di Risparmio di Pisa in occasione della “Quarta Rassegna delle arti figurative dedicata alla grafica in Toscana”, promossa dalla Provincia di Pisa con una Giuria composta da Gastone Breddo, Dino Carlesi, Enzo Carli, Giuseppe Pezzica, Piero Pierotti, Franco Russoli ed Emilio Tolaini.
Il catalogo, edito da ETS, Pisa (144 pagine), arricchito da una ricchissima documentazione inedita relativa alla parentesi futurista di Krimer, così come alla sua articolatissima vicenda artistica della maturità, costituisce la primissima impresa di catalogazione della produzione pittorica e grafica di Krimer, a partire dai collages e dalle tecniche miste realizzate sotto il patronage di Giacomo Balla negli anni del secondo Futurismo romano, quando l’artista frequenta l’Atelier di Casa d’Arte Bragaglia e sale sul podio della grande “Mostra Nazionale d’Arte Futurista” del 1933, nella Sezione “Poeti, Musicisti e Scrittori futuristi”, fino al rientro nell’agone pittorico, dopo oltre trent’anni di silenzio, a partire dal 1958 quando, con un vorticoso dinamismo degno dei suoi trascorsi futuristi, l’artista condurrà le sue composizioni pittoriche, battezzate in termini di Fantasie colorate, in una congerie di sedi espositive sparse in tutta Italia, oltre che all’estero, a Stoccolma, Lisbona, Dortmund, Buffalo, Bratislava.
Si delinea dunque un ampio affresco storico-critico dove alla militanza di Krimer durante la stagione del secondo Futurismo toscano si somma la parabola evolutiva dell’inoltrata maturità, quando l’artista risorge quale “imperatore” della costa versiliese, fino ad assumere un ruolo di indiscussa centralità nell’ambito del fenomeno di rinascita negli anni Sessanta del movimento futurista a seguito dell’iniziativa di Enzo Benedetto, “Futurismo-Oggi”: in tale contesto assumono particolare rilevanza gli episodi della corrispondenza inedita, conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Viareggio, trascritta nel saggio di Francesca Cagianelli, relativa ad artisti quali Cesare Andreoni, Tullio Crali, Fortunato Depero, Gerardo Dottori, Farfa, Filippo Tommaso Marinetti, Lorenzo Viani.
Sarà Mario Verdone a tratteggiarne con autorevolezza e icasticità linguistica la personalità di aeropoeta in linea con l’epoca dei cosmonauti e dei naviganti atomici, degli Sputnick e dei Solaris.
Di particolare interesse storico-critico risulta in catalogo la sezione intitolata ai collages, realizzati questi ultimi nel 1964, quando furono salutati con particolare entusiasmo da Aniceto Del Massa, e riproposti in anteprima nella sede colligiana, cui fanno da corollario gli interventi critici in catalogo, dove Alessandra Scappini pubblica l’esito dello spoglio della corrispondenza epistolare, conservata alla Biblioteca Marucelliana di Firenze, intercorsa tra Krimer e lo stesso Aniceto del Massa, contenente stralci saporosi di inedita biografia krimeriana.
Durante la mostra si svolgerà un articolato calendario di iniziative culturali relativo ad alcuni protagonisti del Futurismo in Toscana.

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Approda Ferenzona alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

I misteri rosacrociani di Raoul Dal Molin Ferenzona
“La Vita di Maria”
tra cattolicesimo, esoterismo e kabbalah

mostra promossa da

Comune di Collesalvetti

a cura di

Francesca Cagianelli
conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

(tutti i giovedì, fino al 15 febbraio 2018, ore 15.30-18.30)

Si inaugura giovedì 7 dicembre, ore 17.30, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (via Umberto I, n. 63, Collesalvetti) la mostra I misteri rosacrociani di Raoul Dal Molin Ferenzona: “La Vita di Maria” tra cattolicesimo, esoterismo e kabbalah, promossa dal Comune di Collesalvetti, curata da Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca colligiana,in occasione del Natale 2017.
Nel segno dell’identità servoliniana la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini ospiterà questa inedita rassegna di 10 acqueforti a colori radunate dal fiorentino Raoul Dal Molin Ferenzona in una preziosa cartella del 1921, la cui formidabile copertina costituisce l’icona della mostra in odore di esoterismo.
Se nel Centenario dalla nascita, il 1979 il Comune di Livorno decise di dedicare una rassegna monografica dell’artista al Museo Progressivo d’Arte Contemporanea, oggi è la volta del Comune di Collesalvetti che in occasione del Natale 2017 presenta al pubblico questo straordinario ciclo religioso di uno degli artisti più raffinati accorsi nelle sale del Caffè Bardi, legato da rapporti oltremodo fraterni con un protagonista del Novecento labronico quale Gino Romiti e recensito da un astro leggendario quale Giuseppe Maria Del Chiappa.
Stimatissimo da Carlo Servolini che lo menziona nella sua Commedia Labronica delle Belle Arti con appassionata riverenza, quale “incisor nato” e al quale attribuì “pensieri sovrumani”, Ferenzona costituisce una conclusione programmatica del progetto culturale promosso dal Comune di Collesalvetti nell’anno 2017 che ha registrato una crescita esponenziale relativamente sia in termini di affluenza che di proposta didattica.
La stessa mostra dedicata a Ferenzona sancisce l’ampiamento del raggio di indagine della storia dell’arte novecentesca al panorama nazionale e internazionale, sempre e comunque nell’osservanza della mission servoliniana.
Ferenzona ebbe infatti fama mondiale, dalla Moravia a Vienna, dove gli vennero intitolate importanti personali, ma anche il Museo di Livorno gli riconobbe stima al punto di acquistare l’intero ciclo della Vita di Maria. Opera Mistica, oggi esposto nella sede museale colligiana in una tiratura proveniente da una collezione privata regionale: si tratta di una mirabile cartella contenente dieci acqueforti-acquetinte ritoccate all’acquarello (editrice Società “Universa”, Roma 1921), e arricchita da un fascicolo in brossura con testi di Dante, Suor Maria di Gesù, Giacomo da Voragine, San Luca, San Matteo, San Giovanni e altri testi tratti dal Cantico dei Cantici, dall’Apocalisse e dal Levitico, tutti corredati da disegni dell’autore.
Tra il 1906 e il 1908 Ferenzona si divide tra l’Aja, Bruges, Londra, Parigi, e ancora, Boemia, Germania ed Austria, ma proprio a Livorno scelse di coltivare relazioni di eccezione con imprenditori illuminati quali i fratelli Belforte, e di produrre cicli incisori fondamentali per la sua carriera, quali AôB: enchiridion notturno: dodici miraggi nomadi, dodici punte di diamante originali (Misteri Rosacrociani – Opera n. 2), Livorno, Edizioni di Bottega d’arte, 1923, dedicato a Chopin, costituito da dodici poesie e dodici punte di diamante.
Al latere dell’omaggio a Ferenzona saranno presentate le otto incisioni di Carlo Servolini, Notturno (1931); Cieco con cane (1935 ca.); Cacciatori di frodo o Bracconieri (1937); L’Avarizia (1937); La gola (1937); Via Crucis – Verso il Calvario (1938); Pescatori livornesi o Risicatori livornesi (1940); L’Arca di Noè (1942), che costituiscono il lascito fondamentale della Pinacoteca Comunale colligiana, in un suggestivo raffronto di temi, stili e ragioni poetiche.

Info
0586 980255/256pinacoteca@comune.collesalvetti.li.itwww.comune.collesalvetti.li.it

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Omaggio a Renzo Izzi a Collesalvetti

Renzo Izzi (1929-1995)

Livorno-Milano 1960: Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista

verso il naturalismo astratto

Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore

mostra promossa da

Comune di Collesalvetti

a cura di

Francesca Cagianelli

in occasione di

Fiera di Collesalvetti 2017

interverranno

Sindaco Comune di Collesalvetti

Lorenzo Bacci

Assessore alla Cultura del Comune di Collesalvetti

Donatella Fantozzi

Gli eredi dell’artista

Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti

Conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Francesca Cagianelli

Inaugurazione, martedì 5 settembre, ore 17.00

al termine cocktail cortesemente offerto da

Luisa Marzolini e Emilio Vettoretti

Si inaugura martedì 5 settembre 2017 alle ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (via Umberto I, n. 63) la mostra Renzo Izzi 1929-1995: Livorno-Milano 1960. Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista verso il naturalismo astratto. Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore, promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, in occasione di Fiera Paesana 2017 (fino al 30 novembre, tutti i giovedì, ore 15.30-18.30).

Dopo l’antologica dedicata a Roberto Ercolini il Comune di Collesalvetti prosegue il suo serrato progetto intitolato alle avanguardie del secondo dopoguerra e rende omaggio a Renzo Izzi, anch’egli destinato, nell’ambito di un crescente flusso di donazioni, trascorse e in progress, ad arricchire il già denso percorso espositivo degli anni Sessanta e Settanta ospitato dalla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, grazie al lascito dell’opera Composizione astratta, 1991, fortemente voluto dagli eredi dell’artista, Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti, in occasione della mostra colligiana.

Incoronato dal futuro mentore del Gruppo Atoma, Giorgio Bartoli, in occasione della I° Mostra d’Arte Toscana a Firenze del 1959, come uno dei più ‘scapigliati’ protagonisti delle avanguardie del dopoguerra, Izzi si impone ai suoi esordi con composizioni di figura di registro idealistico, in particolare il ciclo dell’‘Attesa’, vibranti di una coralità elettiva, che gli meritano l’appellativo di espressionista: vi è addirittura chi, come il bergamasco Fabrizio Merisi, rinviene in quest’ultime quella costante poetica dell’amore per gli offesi, il pianto delle donne dei pescatori, riassunto in una pennellata informale ante-litteram.

Gli anni livornesi, contrassegnati dalle personali a “Bottega d’Arte” nel 1961, alla Galleria Giraldi nel 1966, alla Galleria La Saletta nel 1967, oltre che dalla partecipazione alle più significative esposizioni tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, quali la VII Rassegna d’Arte Figurativa alla Casa della Cultura di Livorno del 1957, il IV Premio di Pittura Amedeo Modigliani del 1959, e diverse altre rassegne programmate dal 1960 al 1967 tra Casa della Cultura, Galleria Giraldi e “Bottega d’Arte”, catalizzano l’attenzione di Gastone Breddo che profetizza sul futuro dell’artista: “l’opera che oggi nasce da Renzo Izzi procede autenticamente dalla sua complessità di uomo, è uno specchio sufficientemente chiaro del suo destino di artista”.

Ed ecco che la mostra degli “Ultimi”, allestita nel 1963 a “Bottega d’Arte”, registra una geografia delle avanguardie livornesi che proprio nell’indirizzo informale di Izzi trova uno dei poli principali: nell’ambito di un’opzione programmatica verso “una trama spirituale”, si alternano infatti il contributo di Mario Benedetti con le sue composizioni “cosmiche”, la vocazione informale di Voltolino Fontani, Aimo Giannelli, Renato Lacquaniti e, per l’appunto, Izzi, e ancora il caso Marcello Landi, tra i più interessanti, infine la produzione di Ernesto Mussi, scandita da lunghe figure malinconiche.

Inevitabile, nel 1968, il trasferimento a Milano, accompagnato dal coinvolgimento nel circuito della “Galleria delle Ore” ad opera di Giovanni Fumagalli, nonché dalla frequentazione, oltre che dello stesso Ercolini, di alcuni dei più coraggiosi protagonisti delle avanguardie degli anni Sessanta, in particolare Renzo Bussotti, interprete dell’angoscia contemporanea tra espressionismo europeo e muralismo messicano, e Tino Vaglieri, tra i più viscerali adepti del realismo esistenziale.

Data quindi al 1971 l’evoluzione dal labirintico tessuto grafico verso una compattezza materica, nei termini registrati da Carlo Giacomozzi, di “gestazione misteriosa” e di “rigogliosa gemmazione”, intuibile anche nella produzione precedente: da un assetto più decorativo e calligrafico, con interpunzioni cromatiche accordate liricamente, si approda cioè alla solidificazione della materia in linea con il naturalismo astratto. Ed ecco i cosiddetti ‘paesaggi dell’anima’, in altri termini, i ‘perduti giardini incantati’.

Nello stesso 1971 Giorgio Di Genova ribadirà il naturalismo astratto di Izzi, tracciandone l’inevitabile raffronto con il naturalismo milanese declinato negli esiti materici di Aldo Bergolli ed Ennio Morlotti, immortalati da Francesco Arcangeli nel suo intervento Gli ultimi naturalisti, in “Paragone” 1954.

Nel corso degli anni Settanta la partecipazione pressochè continuativa al calendario espositivo della “Galleria delle Ore” appare ritmata dal favore della critica: nel 1975 è la volta di Gianni Cavazzini, che registra come “tessuto esclusivo” della ricognizione pittorica di Izzi “una ricreata orografia della natura”; nel 1977 Alcide Paolini rievoca il “periodo vegetale” di due anni addietro, catalogandolo come un caso significativo di ‘naturalismo informale’, in altre parole “una specie di aeropittura, di rilevazione fotografica di immense foreste vergini”.

Ma gli anni Settanta sanciscono anche il radicamento dell’artista nel circuito della “Galleria dei Giorni” di Pisa, laddove Giorgio Seveso, in margine alla personale del 1979, inneggia alla “zoo” di Izzi come a un’entità riconducibile agli Etruschi o addirittura al Medioevo, rileggendo certa “sensibilità primordiale” in linea con la poetica di un Klee o di uno Chagall.

Non a caso, stavolta nei frangenti di una mostra alla “Galleria delle Ore” del 1981, lo stesso Seveso puntualizzerà il processo di sovrapposizione delle “pensose cromie” dell’artista, facendo riferimento a una sorta di sedimentazione alchimistica di humus medioevale, a seguito della quale le composizioni apparentemente naturalistiche di Izzi si trasformano in “giardini dell’anima”. Data, d’altra parte, al 1983 l’auto-definizione di quest’ultimo nei termini di “naturista” e non “naturalista”, artefice delle cosiddette “morfologie naturali”.

Ed ecco che l’amico Ercolini, nel 1985, sempre in margine a un’antologica alla “Galleria delle Ore” di Milano, cita “certo splendore raffinato, prezioso e un po’ barbarico” di Izzi per poi procedere alla sua classificazione in termini di “espressionista”, rifiutandosi di attribuire all’indirizzo informale l’“ostinato lavoro di stratificazione di pennellate e colori” imbastito dal collega.

Brillano inoltre gli anni Ottanta soprattutto nel riverbero del ciclo di acquarelli del 1986-1987, paesaggi reali ma, al contempo, interiorizzati, dove segni di china nera emergono come “una trama di energia” tra le campiture acquarellate, a simboleggiare “un ipotetico dramma” ricongiungibile al filone dello ‘zoo di Milano’, “tragico balletto ‘sul dentro e sul fuori’”, risalente al 1979.

Gli anni Novanta segnano infine l’avvento di un Izzi ‘Naturista’, secondo quanto certificato da Roberto Sanesi che, in margine alla mostra alla “Galleria delle Ore” del 1992, si sofferma sul frenetico “intrico di materia e di segni minuziosi”, identificando le cosiddette “tavole del naturista” in “campioni di materia” indagati quasi scientificamente.

E’ solo in occasione dell’ultima monografica del 1996 che Seveso pone il problema dell’alternanza tra figurazione e astrazione tanto nella produzione pre-milanese di Izzi, quanto in quella successiva: si tratta allora di capire il “vero baricentro” nel corso dei vari cicli evolutivi laddove l’artista mantiene come una sorta di “permanente autocoscienza” nei frangenti del passaggio dall’espressionismo vianesco degli anni Cinquanta all’astrattismo naturalistico di epoca successiva. Tale “nomadismo stilistico” sembrerebbe connaturare il percorso espressivo dell’autodidatta Izzi alle soglie dell’anarchia. Le ultime opere suggeriscono infine l’orientamento verso una “garbata filosofia dell’esistere”, e si pongono quali puzzles giocosi di un fanciullo-filosofo che “rincorre le sue farfalle”. Il passato e il presente di Izzi si richiamano costantemente all’insegna di un’incessante libertà di ricerca: né figurativo, né astratto, dunque. Eppure si coglie il senso di un “itinerario iniziatico”, non dissimile da quello di un “antico alchimista”: in questo caso Izzi ha rielaborato tutte le grammatiche possibili della contemporaneità.

La mostra sarà affiancata da un Calendario eventi Autunno 2017, scandito da conferenze sull’astrattismo livornese e milanese tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, visite guidate gratuite alla mostra e infine un appuntamento didattico dal titolo L’Astrattismo dei Piccoli, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato da Francesca Cagianelli in collaborazione con le classi IV A e IV B dell’Istituto Primario Anchise Picchi di Collesalvetti, coordinato da Maria Laura Pinna e da Simonetta Luschi, incentrato sulla tematica dello zoo e culminante nell’esposizione in Pinacoteca degli elaborati degli allievi.

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