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Omaggio a Renzo Izzi a Collesalvetti

Renzo Izzi (1929-1995)

Livorno-Milano 1960: Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista

verso il naturalismo astratto

Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore

mostra promossa da

Comune di Collesalvetti

a cura di

Francesca Cagianelli

in occasione di

Fiera di Collesalvetti 2017

interverranno

Sindaco Comune di Collesalvetti

Lorenzo Bacci

Assessore alla Cultura del Comune di Collesalvetti

Donatella Fantozzi

Gli eredi dell’artista

Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti

Conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Francesca Cagianelli

Inaugurazione, martedì 5 settembre, ore 17.00

al termine cocktail cortesemente offerto da

Luisa Marzolini e Emilio Vettoretti

Si inaugura martedì 5 settembre 2017 alle ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (via Umberto I, n. 63) la mostra Renzo Izzi 1929-1995: Livorno-Milano 1960. Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista verso il naturalismo astratto. Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore, promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, in occasione di Fiera Paesana 2017 (fino al 30 novembre, tutti i giovedì, ore 15.30-18.30).

Dopo l’antologica dedicata a Roberto Ercolini il Comune di Collesalvetti prosegue il suo serrato progetto intitolato alle avanguardie del secondo dopoguerra e rende omaggio a Renzo Izzi, anch’egli destinato, nell’ambito di un crescente flusso di donazioni, trascorse e in progress, ad arricchire il già denso percorso espositivo degli anni Sessanta e Settanta ospitato dalla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, grazie al lascito dell’opera Composizione astratta, 1991, fortemente voluto dagli eredi dell’artista, Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti, in occasione della mostra colligiana.

Incoronato dal futuro mentore del Gruppo Atoma, Giorgio Bartoli, in occasione della I° Mostra d’Arte Toscana a Firenze del 1959, come uno dei più ‘scapigliati’ protagonisti delle avanguardie del dopoguerra, Izzi si impone ai suoi esordi con composizioni di figura di registro idealistico, in particolare il ciclo dell’‘Attesa’, vibranti di una coralità elettiva, che gli meritano l’appellativo di espressionista: vi è addirittura chi, come il bergamasco Fabrizio Merisi, rinviene in quest’ultime quella costante poetica dell’amore per gli offesi, il pianto delle donne dei pescatori, riassunto in una pennellata informale ante-litteram.

Gli anni livornesi, contrassegnati dalle personali a “Bottega d’Arte” nel 1961, alla Galleria Giraldi nel 1966, alla Galleria La Saletta nel 1967, oltre che dalla partecipazione alle più significative esposizioni tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, quali la VII Rassegna d’Arte Figurativa alla Casa della Cultura di Livorno del 1957, il IV Premio di Pittura Amedeo Modigliani del 1959, e diverse altre rassegne programmate dal 1960 al 1967 tra Casa della Cultura, Galleria Giraldi e “Bottega d’Arte”, catalizzano l’attenzione di Gastone Breddo che profetizza sul futuro dell’artista: “l’opera che oggi nasce da Renzo Izzi procede autenticamente dalla sua complessità di uomo, è uno specchio sufficientemente chiaro del suo destino di artista”.

Ed ecco che la mostra degli “Ultimi”, allestita nel 1963 a “Bottega d’Arte”, registra una geografia delle avanguardie livornesi che proprio nell’indirizzo informale di Izzi trova uno dei poli principali: nell’ambito di un’opzione programmatica verso “una trama spirituale”, si alternano infatti il contributo di Mario Benedetti con le sue composizioni “cosmiche”, la vocazione informale di Voltolino Fontani, Aimo Giannelli, Renato Lacquaniti e, per l’appunto, Izzi, e ancora il caso Marcello Landi, tra i più interessanti, infine la produzione di Ernesto Mussi, scandita da lunghe figure malinconiche.

Inevitabile, nel 1968, il trasferimento a Milano, accompagnato dal coinvolgimento nel circuito della “Galleria delle Ore” ad opera di Giovanni Fumagalli, nonché dalla frequentazione, oltre che dello stesso Ercolini, di alcuni dei più coraggiosi protagonisti delle avanguardie degli anni Sessanta, in particolare Renzo Bussotti, interprete dell’angoscia contemporanea tra espressionismo europeo e muralismo messicano, e Tino Vaglieri, tra i più viscerali adepti del realismo esistenziale.

Data quindi al 1971 l’evoluzione dal labirintico tessuto grafico verso una compattezza materica, nei termini registrati da Carlo Giacomozzi, di “gestazione misteriosa” e di “rigogliosa gemmazione”, intuibile anche nella produzione precedente: da un assetto più decorativo e calligrafico, con interpunzioni cromatiche accordate liricamente, si approda cioè alla solidificazione della materia in linea con il naturalismo astratto. Ed ecco i cosiddetti ‘paesaggi dell’anima’, in altri termini, i ‘perduti giardini incantati’.

Nello stesso 1971 Giorgio Di Genova ribadirà il naturalismo astratto di Izzi, tracciandone l’inevitabile raffronto con il naturalismo milanese declinato negli esiti materici di Aldo Bergolli ed Ennio Morlotti, immortalati da Francesco Arcangeli nel suo intervento Gli ultimi naturalisti, in “Paragone” 1954.

Nel corso degli anni Settanta la partecipazione pressochè continuativa al calendario espositivo della “Galleria delle Ore” appare ritmata dal favore della critica: nel 1975 è la volta di Gianni Cavazzini, che registra come “tessuto esclusivo” della ricognizione pittorica di Izzi “una ricreata orografia della natura”; nel 1977 Alcide Paolini rievoca il “periodo vegetale” di due anni addietro, catalogandolo come un caso significativo di ‘naturalismo informale’, in altre parole “una specie di aeropittura, di rilevazione fotografica di immense foreste vergini”.

Ma gli anni Settanta sanciscono anche il radicamento dell’artista nel circuito della “Galleria dei Giorni” di Pisa, laddove Giorgio Seveso, in margine alla personale del 1979, inneggia alla “zoo” di Izzi come a un’entità riconducibile agli Etruschi o addirittura al Medioevo, rileggendo certa “sensibilità primordiale” in linea con la poetica di un Klee o di uno Chagall.

Non a caso, stavolta nei frangenti di una mostra alla “Galleria delle Ore” del 1981, lo stesso Seveso puntualizzerà il processo di sovrapposizione delle “pensose cromie” dell’artista, facendo riferimento a una sorta di sedimentazione alchimistica di humus medioevale, a seguito della quale le composizioni apparentemente naturalistiche di Izzi si trasformano in “giardini dell’anima”. Data, d’altra parte, al 1983 l’auto-definizione di quest’ultimo nei termini di “naturista” e non “naturalista”, artefice delle cosiddette “morfologie naturali”.

Ed ecco che l’amico Ercolini, nel 1985, sempre in margine a un’antologica alla “Galleria delle Ore” di Milano, cita “certo splendore raffinato, prezioso e un po’ barbarico” di Izzi per poi procedere alla sua classificazione in termini di “espressionista”, rifiutandosi di attribuire all’indirizzo informale l’“ostinato lavoro di stratificazione di pennellate e colori” imbastito dal collega.

Brillano inoltre gli anni Ottanta soprattutto nel riverbero del ciclo di acquarelli del 1986-1987, paesaggi reali ma, al contempo, interiorizzati, dove segni di china nera emergono come “una trama di energia” tra le campiture acquarellate, a simboleggiare “un ipotetico dramma” ricongiungibile al filone dello ‘zoo di Milano’, “tragico balletto ‘sul dentro e sul fuori’”, risalente al 1979.

Gli anni Novanta segnano infine l’avvento di un Izzi ‘Naturista’, secondo quanto certificato da Roberto Sanesi che, in margine alla mostra alla “Galleria delle Ore” del 1992, si sofferma sul frenetico “intrico di materia e di segni minuziosi”, identificando le cosiddette “tavole del naturista” in “campioni di materia” indagati quasi scientificamente.

E’ solo in occasione dell’ultima monografica del 1996 che Seveso pone il problema dell’alternanza tra figurazione e astrazione tanto nella produzione pre-milanese di Izzi, quanto in quella successiva: si tratta allora di capire il “vero baricentro” nel corso dei vari cicli evolutivi laddove l’artista mantiene come una sorta di “permanente autocoscienza” nei frangenti del passaggio dall’espressionismo vianesco degli anni Cinquanta all’astrattismo naturalistico di epoca successiva. Tale “nomadismo stilistico” sembrerebbe connaturare il percorso espressivo dell’autodidatta Izzi alle soglie dell’anarchia. Le ultime opere suggeriscono infine l’orientamento verso una “garbata filosofia dell’esistere”, e si pongono quali puzzles giocosi di un fanciullo-filosofo che “rincorre le sue farfalle”. Il passato e il presente di Izzi si richiamano costantemente all’insegna di un’incessante libertà di ricerca: né figurativo, né astratto, dunque. Eppure si coglie il senso di un “itinerario iniziatico”, non dissimile da quello di un “antico alchimista”: in questo caso Izzi ha rielaborato tutte le grammatiche possibili della contemporaneità.

La mostra sarà affiancata da un Calendario eventi Autunno 2017, scandito da conferenze sull’astrattismo livornese e milanese tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, visite guidate gratuite alla mostra e infine un appuntamento didattico dal titolo L’Astrattismo dei Piccoli, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato da Francesca Cagianelli in collaborazione con le classi IV A e IV B dell’Istituto Primario Anchise Picchi di Collesalvetti, coordinato da Maria Laura Pinna e da Simonetta Luschi, incentrato sulla tematica dello zoo e culminante nell’esposizione in Pinacoteca degli elaborati degli allievi.

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In anteprima a Collesalvetti focus su Marino Marini

giovedì 24 agosto 2017, apertura ore 16.00-19.00

ore 17.30
Focus sull’opera
Marino Marini, Medioevo, 1923, acquaforte

Marino Marini
e l’exploit a Bottega d’Arte

Calendario Estate/2017 in Pinacoteca
Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati

ideato in occasione della mostra
48 opere in anteprima dalla collezione Miniati
Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico:
i maestri della grafica

Pinacoteca Comunale Carlo Servolini
via Umberto I, n. 63 – Collesalvetti

orario estivo
tutti i giovedì, ore 16.00/19.00

Riapertura in grande stile giovedì 24 agosto 2017 (ore 16.00-19.00), per la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, con il focus Marino Marini e l’exploit a Bottega d’Arte, previsto alle ore 17.30, a conclusione del Calendario Estate 2017 in Pinacoteca, dal titolo “Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati”, ideato in occasione della mostra 48 opere in anteprima dalla collezione Miniati. Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico: i maestri della grafica, promossa dal Comune di Collesalvetti, a cura di Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca colligiana.

In attesa della grande mostra Marino Marini. Passioni visive, prevista a Palazzo Tau, sede del Museo e della Fondazione Marini per il settembre 2017, Francesca Cagianelli apre un osservatorio inedito su una stagione ancora poco nota di Marino Marini, quella dell’exploit del pistoiese presso “Bottega d’Arte”, proprio all’epoca del sistema culturale e promozionale indetto a Livorno da imprenditori lungimiranti quali Gino Belforte e artisti-mecenati quali Bruno Miniati.

Iscrittosi nel 1917 al Regio Istituto di Belle Arti di Firenze, insieme alla sorella Egle, Marini verrà ammesso solo nel 1921 al corso per l’incisione all’acquaforte tenuto da Celestino Celestini, realizzando le sue prime prove acquafortistiche, coincidenti con un corpus di 12 incisioni – stando alle deduzioni di Mario De Micheli – databili a partire dal 1920, secondo una ripartizione che vede l’alternanza tra un primo nucleo più subordinato alla persistenza macchiaiola e un indirizzo successivo di vocazione secessionista.

Ma ecco che una gemma quale il Medioevo mariniano, pubblicato solo nel 1990 quale recentissima acquisizione, addirittura in corso d’opera, nel Catalogo ragionato dell’Opera grafica (incisioni e litografie) 1919-1980, edito da Graphis Arte, con titolo non filologicamente attestato, ovvero come Paesaggio immaginario, dischiude a Livorno, al momento dell’exploit dell’artista a Bottega d’Arte nell’agosto del 1923, una prospettiva culturale assolutamente inedita, laddove la poetica primitivista in essa vibrante reclama parentele illustri con il geniale Duilio Cambellotti, pervaso di dottrina morrisiana e di medioevalismo alla Ruskin, di cui l’omonima xilografia, apparsa su “Novissima” del 1905, costituisce una prefazione non banale.

Senza contare la condivisione di aneliti simbolisti con il fiorentino Raoul Dal Molin Ferenzona, tra gli apostoli più ispirati della dottrina rosacrociana e costantemente ispirato dal brivido del gotico, destinato a condividere con Marino Marini il palcoscenico labronico, laddove, nel gennaio dello stesso 1923, nel corso di una personale a Livorno, sempre presso “Bottega d’Arte”, l’artista, a giudizio di Gino Carlo Ciappei, assurgerà al ruolo di dandy-alchimista, forse anche con riferimento al substrato esoterico coltivato durante il soggiorno a Praga, dove tra il 1910 e il 1912 furoreggiava Sursum, sorta di confraternita artistica pervasa di occultismo.

Ma è soprattutto con Francesco Chiappelli che occorre stabilire una liaison dominante, con riferimento alla comune derivazione dalla Scuola d’Incisione di Firenze diretta da Celestino Celestini, promotrice della mostra presentata all’Accademia fiorentina tra il 1912 e il 1913, alla quale dovette seguire l’Esposizione di Bianco e Nero, partecipata oltre che dai capiscuola De Carolis, Celestini e Costetti, da personalità di eccezione quali Ottone Rosai, specializzatosi in vedute architettoniche connotate da un verticalismo visionario alla Gordon Craig. Ed è proprio in quell’allucinato goticismo vibrante in Castelli stregati e Corsaresche, che Chiappelli, distintosi con l’acquaforte Certosa, altro probabile incunabolo per il Medioevo mariniano, nell’ambito della sezione “Bianco e nero” della Biennale di Venezia del 1914, e impostosi con Caravelle alla Mostra Nazionale dell’Incisione del 1915, riuscirà a motivare Marino Marini all’alba della sua produzione incisoria.

Il finissage della mostra “48 opere in anteprima dalla collezione Miniati. Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico: i maestri della grafica” si svolgerà giovedì 31 agosto 2017, con apertura dalle ore 16.00 alle 19.00 e con visite guidate gratuite a cura di Francesca Cagianelli.

Grande appuntamento, infine, martedì 5 settembre 2017, alle ore 17.00, per l’inaugurazione della mostra Renzo Izzi 1929-1995: Livorno-Milano 1960. Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista verso il naturalismo astratto. Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore, promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, in occasione di Fiera Paesana 2017 (fino al 30 novembre, tutti i giovedì, ore 15.30-18.30).

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A Collesalvetti focus culturale per il Calendario Estate 2017

giovedì 3 agosto 2017, ore 17.30

Focus sull’opera

Renato Natali, Lottatori, 1911, litografia

Edgar Chahine: un maestro per l’Europa e per Natali

Calendario Estate/2017 in Pinacoteca

Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati

ideato in occasione della mostra

“48 opere in anteprima dalla collezione Miniati”

Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico:

i maestri della grafica

Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

via Umberto I, n. 63 – Collesalvetti

orario estivo

tutti i giovedì, ore 16.00/19.00

Al via giovedì 3 agosto 2017, ore 17.30, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, il focus del Calendario Estate 2017 in Pinacoteca, dal titolo “Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati”, ideato in occasione della mostra “48 opere in anteprima dalla collezione Miniati. Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico: i maestri della grafica”, promossa dal Comune di Collesalvetti, a cura di Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca colligiana.

Si tratta dell’ultimo evento del calendario estivo prima della chiusura della Pinacoteca che riaprirà giovedì 24 agosto 2017 con il focus sull’opera Marino Marini, Medioevo, 1923, acquaforte, dal titolo Marino Marini e l’exploit a Bottega d’Arte.

L’appuntamento di giovedì 3 agosto reca un titolo sorprendentemente inedito, ovvero Edgar Chahine: un maestro per l’Europa e per Natali, frutto di ricognizioni pluriennali negli archivi pubblici e privati del territorio livornese, ma anche nazionale, durante le quali numerose e di diverso registro sono state le sorprese in merito a un panorama artistico e letterario locale che niente presentava di vernacolare o municipalistico, e che sollecitava pertanto all’approfondimento di alcuni rivoli di ricerca, anzi, di vere e proprie punte di emergenza storica.

Non si può a tale proposito trascurare l’importanza della data del 1911, coincidente con la vicenda fatidica del ciclo litografico realizzato dall’artista sotto gli auspici del collega Benvenuto Benvenuti e del letterato Gustavo Pierotti Della Sanguigna, entrambi curatori a tutti gli effetti dell’impresa editoriale cui appartiene la litografia Lottatori presentata in mostra.

La richiesta di assoluta segretezza avanzata da Benvenuti riguardo a tale progetto litografico lascia trapelare oltre che il prestigio, innanzitutto la novità dell’impresa condotta a termine da Natali, che in quest’occasione assesta senza dubbio una maniera incisoria di straordinario effetto drammatico e impatto luminoso, compatibile con quel divisionismo simbolico e addirittura iniziatico, affrancato a Livorno dal magistero di Vittore Grubicy de Dragon.
La vocazione europea di litografie quali Rissa, Solitudine, Via del Mulino a Vento, La prima di Mascagni, Tre figure, Rissa-Via del Mulino a Vento, ma, soprattutto, Lottatori, giustifica l’insistenza di Dario Niccodemi presso l’artista affinchè quest’ultime venissero presentate all’Esposizione internazionale di litografie originali moderne del 1913, promossa dal Senefelder Club di Londra, dove riscuoteranno la loro legittimazione a firma di John Copley, aggiornatissimo esponente dell’arte litografica inglese.
E se la presenza costante di Cappiello in sede livornese, nonchè la sua amicizia con i più significativi artisti del Caffè Bardi, in particolare Natali, di cui acquista perfino un’acquaforte nel 1912, è sufficiente per asserire l’aggiornamento di quest’ultimo sulla Belle Epoque francese, con riferimento al mito di Toulouse-Lautrec, non si può neppure esimerci dal citarne la contiguità con Edgar Chahine, forse uno dei più eccelsi maestri dell’incisione mondiale.

‘Pillaccherone’ in sosta ai crocicchi malfamati di una Livorno contigua al malaffare degli angiporti; scorci desolati di quartieri délabrés con panni oscillanti dalle finestre come tendoni teatrali di quinte periferiche, denunciano in quest’ottica la loro pulsante ispirazione dalle tranches de vie della produzione acquafortistica di Chahine.

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Finalmente una grande mostra per Gambogi

Si inaugura giovedì 9 febbraio 2017 alle ore 17.00 alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini l’importante mostra Raffaello Gambogi: il tempo dell’impressionismo, promossa dal Comune di Collesalvetti, con il contributo di Fondazione Livorno.

Curata da Francesca Cagianelli, in collaborazione con Giovanna Bacci di Capaci, la mostra punta alla valorizzazione di Raffaello Gambogi, artista straordinariamente significativo nel vasto panorama dell’Otto-Novecento toscano e italiano, ma ancora sostanzialmente marginalizzato in sede storiografica.

Il percorso espositivo, costituito da 40 dipinti, mira a ricongiungere per la prima volta la stagione ottocentesca di Gambogi, con la sua evoluzione novecentesca, storicizzandone tanto il contributo impressionista nell’ambito della compagine dei postmacchiaioli tra Livorno e Torre del Lago, quanto l’intimo raccoglimento espressivo degli ultimi anni, quando la riflessione ottica al cospetto della costa labronica diventa prioritaria rispetto al coordinamento con i movimenti e gli stili del Novecento.

Si tratta della prima mostra antologica dedicata all’artista livornese, corredata da un ampio catalogo, pubblicato da Pacini Editore, che ospiterà un saggio monografico di Francesca Cagianelli su Raffaello Gambogi, e un saggio monografico di Giovanna Bacci di Capaci sulla moglie dell’artista, la celebre pittrice finlandese Elin Danielson.

Si colma oggi con questa significativa antologica l’equivoco della sfortuna dell’artista profilato da Bianca Flury Nencini, sulle pagine di “Liburni Civitas” del 1931: definito come “uno dei pittori labronici più strani di atteggiamento e di consuetudini”, Gambogi, sembra infatti dovere la sua mancata fortuna tanto alle “deficienze del senso pratico della vita”, quanto alle “congenite fobie che ne fecero ‘un tipo’ a tutti noto”.

Sarebbe fin troppo semplice tuttavia procedere ‘lombrosianamente’ alla rilettura della sua produzione artistica attraverso la relazione medica firmata dallo scienziato Eugenio Tanzi, in quanto, se la sua vita fu “intessuta di incertezze, di ingenuità disinteressate, di rinuncie, di entusiasmi, di abbandoni” e “qualunque impresa anche di minimo momento, qualunque atto, anche il più dozzinale, che esca dall’orbita della pittura o non sia inspirato da un movente sentimentale, riscontra nel suo sistema nervoso inesplicabili e insormontabili ostacoli per cui non può tradursi mai in atto compiuto”, eppure Gambogi fu più volte premiato a esposizioni nazionali e internazionali.

Dall’exploit alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896-1897 con il dipinto All’ombra, celebrato da Ugo Matini, fino all’Esposizione del Sempione del 1906, dove per la prima volta viene esposto il capolavoro Fra le pazze, l’artista si pone in linea con le più avanzate postazioni dell’impressionismo toscano.

L’impegno di aggiornamento di Gambogi culmina nel 1910, data in cui presenzia all’Esposizione Internazionale di Roma con un’opera di ambizione monumentale, Pescatori, oggi dispersa, ma segnalata da Giosuè Borsi come discrimine di quel notturnismo fiammingo in auge all’alba del Novecento, a seguito del dilagare delle mode nordiche in sede di Biennale di Venezia.

D’ora in avanti, come intendono illustrare sia la mostra che il catalogo, non resta che seguire il dispiegarsi del sondaggio luminoso dipanato dall’artista a partire dall’84°edizione della Mostra internazionale degli “Amatori e Cultori” di Roma, fino all’Esposizione Livornese “Pro-Soldato” del 1917, dove dipinti quali La Pineta, Di Luglio, Vecchi bagni e Una via presso Montenero, consolidarono la sua fama nel segno di “una specie d’impeto lirico individuale”.

Già negli anni Venti il percorso di Gambogi risulta scandagliato dalla critica soprattutto in riferimento all’orizzonte di solitudine profilatosi rispetto a colleghi quali Angiolo Tommasi, i cui Vecchi cenci restano comunque un parallelo efficacissimo rispetto alla primissima produzione dell’artista, se si pensa in particolare a un capolavoro esposto in mostra, il monumentale Cacciatore del 1891, conservato presso la Camera di Commercio di Livorno.

Non è un caso che Gambogi, ormai alle soglie degli anni Trenta, sembri connotarsi sempre più pervasivamente come colui che più di ogni altro è in grado di “vedere la natura sotto il velo pacato del silenzio pieno del mistero”.

Ed ecco le numerose visioni della costa labronica, da Chioma a Quercianella, di cui in mostra compaiono alcuni esemplati storici, tra cui Riflessi sul mare, presentato a “Bottega d’Arte” nella personale del 1928, quando Carlo Giorgio Ciappei definisce egregiamente la tempra lirica dell’artista, in continuità e al contempo in controluce, rispetto alla stagione macchiaiola, se è vero che “gli impasti gustosi e le velature morbide tolgono a questa pittura, formatasi su i Maestri Macchiaioli, la cruda e spesso pesante solidità che attenua tante volte il modesto e chiuso senso di poesia nelle opere di quella scuola”.

Sboccia dunque “il nucleo lirico” delle visioni di Gambogi lungo la costa, recando “quel nobile accento accorato che vela di inesprimibile malinconia le visioni più appassionate”.

Si gioca quindi esclusivamente sul nesso della musicalità e della poetica degli stati-d’animo l’enigma dell’uniformità del lessico di Gambogi nel corso degli anni Venti, quando vince il monocromo e la visione si avvicenda secondo impercettibili varianti di punti di vista: è questo il senso delle ultime sequenze luminose radunate nel percorso finale della mostra.

Sembra allora improrogabile dismettere certo malinteso postmacchiaiolismo per rileggere l’intero percorso stilistico dell’artista nei termini individuati da Llewelyn Lloyd, tanto nella sua
Pittura italiana dell’Ottocento (Firenze 1929), quando lo definisce “un verista preciso ed accurato, di colorito diafano, arioso, di buon sentimento poetico”, quanto nei suoi Tempi andati, quando invece, più acutamente, ne storicizza la personalità come artista “d’una natura che stava tra Fattori e Angiolo Tommasi; allievo un po’ dell’uno e un po’ dell’altro”, per poi procedere verso altri raffronti, stavolta di ambito internazionale, come nel caso dell’Autoritratto al sole con il cappello, “con la stessa proiezione d’ombra sul volto come quello di Kroyer”.

In mostra figurano alcuni capolavori dell’ultimo decennio dell’Ottocento, tra cui Cantiere (1897), appartenente alla raccolta della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, La mattina del giorno di festa (1899), cortesemente reso disponibile da 800/900 ARTSTUDIO, Livorno/Lucca, l’Autoritratto (1895-1899), proveniente dalle collezioni della Fondazione Livorno, così come così alcune delle più significative tappe della produzione novecentesca, quali Ritratto della moglie (1905), conservato presso il Museo Civico G. Fattori, Livorno, e Mercato di Volterra (1907), appartenente alla raccolta della Cassa di Risparmio di Volterra.

La mostra verrà affiancata da un inedito calendario di iniziative culturali sugli artisti dimenticati dell’800-900.

Ingresso gratuito

Visite guidate gratuite a cura di Francesca Cagianelli

orari: tutti i giovedì: 15.30-18.30
fino al 18 maggio 2017

0586 980256 e 980255pinacoteca@comune.collesalvetti.li.itwww.comune.collesalvetti.li.it

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