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CULTURA NUOVA PER IL 2015

A Collesalvetti si è brindato al 2015 per una cultura nuova, non quella scritta nei manuali o professata dal gotha universitario, ma quella destinata al recupero del nostro migliore patrimonio artistico e alla divulgazione dei tesori sommersi della nostra storia e dei nostri territori.
Solo grazie alle novità introdotte da tali operazioni culturali sarà possibile rivitalizzare i nostri musei, senza ricalcare orme consunte e ridestando l’attenzione dei giovani e giovanissimi.
Posti in piedi e caloroso ringraziamento del pubblico per Francesca Cagianelli e la sua ininterrotta e pionieristica attività culturale.

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Spunti per una Secessione labronica

Gli auguri 2014 della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini.

domenica 28 dicembre 2014, ore 17.00
conferenza con brindisi augurale:
A Collesalvetti l’altro Novecento.
La lezione di Adolfo Wildt a Livorno. Testimonianze inedite
Spunti per una Secessione Labronica: il caso di Rodolfo Procaccia
di Francesca Cagianelli

Sul “Corriere della Sera” del 6 settembre 1923, in margine alle due mostre livornesi, quella del Fascio Artistico e quella di “Bottega d’Arte”, Ugo Ojetti eleggeva il diciottenne Procaccia tra coloro che a Livorno avevano scampato il rischio del bozzetto e dell’impressione “con prospettive alla Sinopico e figure che ricordano i disegni di Wildt”.
La conferenza di Francesca Cagianelli punta dunque per la prima volta nella storia dell’arte italiana i riflettori sulla lezione di Adolfo Wildt (Milano 1868-1931) in ambito livornese e, in particolare, sulle suggestioni da lui esercitate tra gli adepti del Caffè Bardi e quindi del Gruppo Labronico.
Il volume da lui pubblicato nel 1921, L’arte del marmo, fu accolto con favore unanime tra l’altro da quello stesso Ugo Ojetti, estimatore di Rodolfo Procaccia, che doveva divenire l’interprete più convinto dello scultore lombardo.
Fu infatti Ugo Ojetti a presentare la mostra collettiva “Arte Italiana Contemporanea” alla Galleria Pesaro di Milano, completata da diversi capolavori di Wildt, in quello stesso 1922 in cui si espresse così platealmente a favore dell’opera del livornese Procaccia.
E non sembra davvero un caso che proprio il 1922 segni sia per Wildt che, diversamente, per Procaccia, uno snodo di date cruciali: da una parte infatti la consacrazione internazionale di Wildt passa dalla presenza alla Primaverile Fiorentina del 1922 e quindi dalla Biennale di quello stesso anno; dall’altra per Rodolfo Procaccia si verifica lo sdoganamento critico da parte dell’intellighenzia nazionale rappresentata nello specifico da Ojetti.
Né bisogna dimenticare che alla XII Biennale di Venezia Wildt ottenne addirittura una sala personale dove presentò ben cinquanta opere tra cui spiccano capolavori quali L’anima dei Padri e soprattutto il gruppo monumentale La famiglia, premiato quest’ultimo ex aequo con Benedicite di Albin Egger Lienz (1868-1926), anch’egli insignito di una sala monografica e, non a caso, citato anch’egli dalla critica labronica come possibile riferimento per l’opera di Rodolfo Procaccia.
Per quel che riguarda Wildt, da La maschera del dolore (Autoritratto) del 1909, (esposto a Venezia nel 1922), venato di un espressionismo di matrice tedesca, fino al ritratto di Vittore Grubicy de Dragon del 1921 (esposto a Venezia nel 1924), oggi conservato nella collezione della Fondazione Livorno, corre il senso di una stilizzazione che in Italia non riuscirà mai a conquistare il cuore della critica e a Livorno tramiterà esclusivamente in circuiti artistici elitari.
Campione di una stilizzazione ai limiti della suggestione metamorfica, ben esemplificata da quella barba spiraliforme del ritratto di Vittore Grubicy che doveva evocare per Arturo Lancellotti “un groviglio di sterpi”, Wildt veniva dunque chiamato in causa da Ojetti per quel Procaccia le cui fantasie macabre assurgevano a scabra assolutezza in virtù di anatomie scarnificate fino all’evocazione scheletrica e porti trasformati in surreali assembramenti di modellini navali.
E’ stato per primo Franco Sborgi, nella memorabile mostra dedicata a Bottega d’Arte tra il 2007 e il 2008, a sottolineare l’attenzione riservata all’opera dello scultore lombardo da parte della storica galleria livornese, quando nel 1924 Ciappei recensiva la mostra di primavera lodando Wildt come artista “già caro ai frequentatori di Bottega d’Arte che ne ammirarono disegni e sculture nella precedente mostra primaverile”.
Francesca Cagianelli enuncerà alcune testimonianze inedite relative alla bibliografia del ritratto di Vittore Grubicy de Dragon, tra cui la rievocazione di Aleardo Kutufà d’Atene che nel 1944 la descriveva, ammaliato, ancora presente nella dimora di Antignano: “La grande scultura marmorea del Maestro venerato – la testa di Vittore Grubicy dalla lunga barba fluente come le correnti del Gange – michelangiolesca creazione di Adolfo Wildt – dominava la prima stanza ampliando lo spazio angusto con la maestà dei simulacri, come certe statue del Buddha fanno solenne il mistero del tempio nascosto”.
Proprio all’artista e intellettuale livornese, Aleardo Kutufà d’Atene, biografo di Benvenuto Benvenuti e testimone della vicenda del ritratto di Vittore Grubicy di Adoldo Wildt, la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini intitolerà una mostra-conferenza sabato 14 febbraio 2015, ore 17.00.

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Riscoperta sensazionale alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Rodolfo Procaccia 1904/1962

Il senso del tragico

tra Secessione e Espressionismo

mostra promossa dal Comune di Collesalvetti

ideata e curata da Francesca Cagianelli

PINACOTECA COMUNALE

CARLO SERVOLINI

Via Umberto I, n. 63 – Collesalvetti

27 novembre 2014/26 febbraio 2015

inaugurazione giovedì 27 novembre, ore 17.30

Un recupero di eccezione quello di Rodolfo Procaccia, alias Profolco D’Acciaro (Livorno 1904-1963), vero e proprio outsider del Caffè Bardi, per la prima volta in scena alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, proprio in quanto drammaticamente coinvolto in quel processo di rimozione del Novecento Livornese non afferente al Gruppo Labronico che caratterizzò la storiografia critica dagli anni Cinquanta in avanti.
Vagliato da Carlo Servolini nel novero dei dimenticati, oggi finalmente Procaccia torna in auge nella storia dell’arte livornese, grazie alla pionieristica mostra antologica, promossa dal Comune di Collesalvetti e ideata da Francesca Cagianelli per la Pinacoteca colligiana.
In onda dal 27 novembre 2014 al 26 febbraio 2015, tale percorso espositivo, completamente inedito, ripercorre gli esordi dell’artista tra le fila della compagine dell’ormai storicizzato Caffè Bardi, fino alla inoltrata maturità, senza trascurare alcune tappe cruciali dell’eccentrica carriera creativa.

Uno degli snodi emblematici coincide con la riflessione avviata in margine alla Biennale di Venezia del 1926, quando, reduce dalla duplice visita alle Gallerie dell’Accademia e al Palazzo delle Esposizioni, Rodolfo Procaccia annoterà le sue alterne emozioni di fronte alla Sant’Orsola di Vittore Carpaccio e alla Madonna di Giambellino: “Puri e squisiti, eterni e meravigliosi questi brani di realtà intessuti e nascosti dai fili d’oro e d’argento dei ricami sapienti del sogno, cullano lo spirito in sensazioni divine e fanno veramente sembrar bella la vita”.

Nient’altro che esternazioni di rigetto seguono invece al sopralluogo nelle sale della Biennale veneziana, che diventa l’occasione per stigmatizzare i vizi di un secolo, il Novecento, tutto proteso alla volgarizzazione degli antichi maestri, privandoli della “loro potenza fantastica”.

Tale la tesi di Procaccia in margine alla dibattuta questione del “ritorno all’ordine” promulgato dal Novecento Italiano, lui che con le sue estenuate e criptiche stilizzazioni di immaginifiche brezze spirituali aveva infiammato, fin da giovanissimo, l’entourage critico toscano, muovendo addirittura Ugo Ojetti a tutelare le sue ragioni espressive.

Sul “Corriere della Sera” del 6 settembre 1923, in margine alle due mostre livornesi, quella del Fascio Artistico e quella di “Bottega d’Arte”, Ojetti eleggeva infatti il diciottenne Procaccia tra coloro che a Livorno avevano scampato il rischio del bozzetto e dell’impressione: “(…) è, di tutti i suoi compagni, quello che più risolutamente ha voltato le spalle alla realtà, con prospettive alla Sinopico e figure che ricordano i disegni di Wildt, ma con colori campiti e accostati in armonie originali e violente sempre ben rispondenti alla tragica invenzione della scena: uragani, notturni, contadini sparuti, pescatori spettrali, barche sospese su mari d’incubo”.

Se non stupisce il riferimento a Wildt, ormai da anni ricongiunto alle sorti del cenacolo livornese, visto l’intenso colloquio intercorso tra i divisionisti del Caffè Bardi e Vittore Grubicy, notoriamente legato allo scultore lombardo – tra l’altro celebrassimo per la sua attività grafica nelle sale di “Bottega d’Arte” – è il nome di Primo Sinopico (Raoul Chareun) a riverberare sul giovane livornese un’aura di elezione, se si pensa alla raffinatissima cifra pubblicitaria introdotta dal cagliaritano nel settore dell’affiche.

Gotico, primitivismo, Secessione, tutte possibili tracce quest’ultime, per le allucinazioni macabre di declinazione caricaturale coniate da quel Procaccia che decideva di imporsi, al di là del burocratizzato contesto del Gruppo Labronico, con una formula eccentrica quanto impossibile, straripante di accensioni cromatiche mutuate dal fauvisme pucciniano, ma anche di una scarnificazione formale in linea con l’internazionalismo Art Nouveau.

Ed è proprio sull’onda di questo forse ingenuistico titanismo espressivo che si possono rileggere, non senza qualche suggestione, certi frammenti critici procacciani, custoditi nell’archivio degli eredi, solo recentemente riapparsi e messi a disposizione della curiosità degli addetti ai lavori, ma soprattutto del grande pubblico: come nel caso di un foglio di appunti manoscritti, in cui si confrontano da un lato una breve nota su Guido Marussig – “Pittore veneto è inoltre decoratore e scenografo. Sente e riproduce la poesia di Venezia ne i canali nel porto e nel mare con un disegno solido che è contornato da una striscia scura” – e la commemorazione di Mario Puccini, “il poeta del colore”.

Sono d’altra parte numerosi gli appunti lasciati da Procaccia a testimoniare la sua parossistica ribellione all’establishment espressivo del Novecento livornese, per la gran parte semplici intuizioni di altissimo potenziale poetico e di inedita visuale esegetica, forse l’unica possibilità di attingere un brandello di verità in margine a quel Gruppo Labronico che sempre più sembra profilarsi, negli inoltrati anni Venti, come narcosi di autentiche idealità espressive.

Non a caso, proprio in data 1920 il quindicenne Procaccia, è già in grado di instradarci verso un non consueto inquadramento di tale compagine; in particolare in una nota manoscritta intitolata La I° Mostra del gruppo labronico, l’artista denuncia l’impressione di trovarsi di fronte a una manifestazione di artisti “settentrionali”, incapaci cioè di eguagliare le “luci fantastiche” di Puccini.

Risulta dunque per così dire automatico equiparare tali consapevoli quanto eversivi ragionamenti critici all’autoritratto dell’artista tramandatoci dal filologo Paolo Toschi, direttore del periodico “Gli Arrisicatori”, dove “il giovine dal viso ancora imberbe, dal chiaro sguardo desideroso stringe forte con la destra l’asta di una lancia: in uno sfondo, che ricorda, ma poco, i ritratti della scuola veneta, delle vele bianche che palpitano al vento: più vicino, sta, sur un leggio, un libro e sul libro è scritto: Intenda chi mi può ch’i’ m’intend’io”.

Ed è forse Toschi ad indirizzarci, ancor più di Ojetti, a una possibile futura comprensione del percorso espressivo procacciano: leggiamo infatti con piacere la sommatoria dell’ormai consueto riferimento a Wildt con l’inedito ricorso al nominativo dell’austriaco Albin Egger-Lienz, grazie al quale le brume sofisticate della Secessione Viennese riattingono, non tanto diversamente che in Procaccia, l’acre sapore del travaglio sociale.

In mostra compaiono a sorpresa anche anche alcuni tessuti disegnati dall’artista tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, dove spicca per straordinaria intensità di efficacia espressiva, un omaggio a Bracque che ci parla di ancora più coraggiosi e raffinati percorsi di aggiornamento stilistico.

I tessuti di Rodolfo Procaccia

Gianna Pazzi, in una inedita testimonianza pubblicata su “Eva”, dal titolo Artigiani d’Italia o l’elogio della canapa d’arte, illustra la moda dei tessuti nel ventennio, esaltando il contributo di Procaccia:

“Decisamente in questi ultimi anni amiamo di più i telaggi che lungi dalle iperboliche sottigliezze si presentano al nostro occhio e al nostro tasto con un certo tal quale ameno grezzo ed una sodezza di garanzia per la stabilità, la resistenza, la durata. A parte anche l’apprezzamento utilitario o giudizio pratico, è propriamente il rinnovato gusto estetico ad orientarci (…) nella disinvolta vita corrente, verso tessuti per tovagliato e di concorso all’arredamento, di un carattere piacevolmente sostenuto – non floscio, non cascante – e come intrisi di bell’aria di passato. Ecco, infatti, i filati grossi, le tessiture rustiche a mano, la ricerca coloristica dei motivi ornamentali dei vecchi tempi, quando principesse e gentildonne d’alto lignaggio portavano nelle corti straniere e nelle case maritali, le sincere tele di canapa lavorate dalle donne dei loro paesi e spesso stampate a tinte vegetali per un forte desiderio di effetti decorativi. In verità, da allora, la lavorazione della canapa ha progredito in modo addirittura stupefacente, specie se pensiamo ai prodigi in materia del giorno d’oggi, ma l’essenza è quella, candida e sana! (…). Fino a qualche lustro fa, le virtù pratiche del tessuto di canapa, non valevano per riscattare dalla taccia di ordinaria la brava signora intenta più al lato economico che alla ricerca di bellezza e di eleganza. Non si sarebbe, certo, immaginato allora che con speciali metodi di lavorazione raffinata, la canapa rinnegata fosse poco per volta assurta dagli oscuri angoli a cui la relegavano gli esteti, addirittura alla ammirazione sconfinata degli amatori di cose belle. La festa del colore appare una mirabilia in queste odierne canape artistiche. Si va dalla letizia aperta delle tinte sgargianti per ridenti sale novecentistiche alla pacata morbidezza e alla serena intonazione per ambienti più calmi e composti: si va dal fasto d’una simmetria di righe o fascie o quadratelli a tinte forti, ovvero di striscie policrome, all’accordo sobrio dei blu, gialli, verdi e rossi un poco smorzati che armonizzano con la piattelleria e i boccaletti. Fusioni cromatiche che talvolta squillano gioia e tale altra riposano lo sguardo per pacatezza di sorvegliata tavolozza, sicchè si tratta di tovaglie che si adattano agli ambienti più diversi, dai più scapigliati ai più seri (…).. Veramente un maestro della lavorazione artistica della canapa è Alfredo (sic) Procaccia di Livorno il quale a mezzo esclusivamente di telaio a mano – eterna poesia tradizionale! – ottiene quanto di più gaio e grazioso si possa inventare per ? e disegni in superbe canape destinate a svariati usi, dalle tovaglie ai tendaggi, dai rivestimenti di poltrone alle stoffe per pareti. La canapa per arredamento costituisce una novità simpaticissima largamente adottata in tinte vivide o neutre. Queste originali opezze fantasie forniscono pure a metratura il materiale di gran gusto per le borse da campagna, gli ombrellini, i tappeti rustici, mentre altri tipi possono egregiamente servire per completi da scrivania, geniali valige, coperture d’ogni sorta, ecc. ecc. Sicuramente il nostro occhio resta sedotto, soprattutto, dalle creazioni per tovaglieria. Pastosità del tessuto e civetteria di colore ci conquidono entusiasticamente (…). Tanta è la passione e la competenza di questa Casa artigiana, da riuscire a produrre tessuti caratteristici di massimo buon gusto (tutto e sempre a mano) di valore commerciale modico, insieme a pregevolissimi, costosi, pezzi di eccezione (…). Non per tutte le circostanze si presta la canapa colorata, e se per i suoi toni allegri risponde stupendamente all’ora della colazione e agli ambienti luminosi, non si confà – toltone l’uso strettamente familiare – per i pasti serali: pranzi con … l’iniziale maiuscola, i simposi con le coppe di spumante… Dobbiamo dirvi, pertanto, che il Procaccia presenta anche un tipo di lusso in servizi completi ricamati a mano con motivi ornamentali di stile moderno. Genere abbinato di tessitura e ricamo, l’una eseguita in funzione dell’altro, di una schietta originalità. Per campagna, la casa al mare, ecc. le canape vivaci si adattano moltissimo per le apparecchiature con tovaglietta per ogni convitato e striscia centrale sul tavolo. Serviti spicci che evitano la monotonia di tutto il piano del tavolo interamente ricoperto e che, oltre a piacere per una cert’aria disinvolta, facilitano, soprattutto, le operazioni di lavatura e stiratura, nei confronti delle ampie tovaglie intere. Queste, però, restano sempre il tipo classico; e di canapa leggera, finissima, in tinta naturale per sera, ovvero piacevolissime di colori, che siano, soddisfano in pieno il nostro gusto, favellano di benessere conviviale. Trama di giocondità quando specialmente posiamo fiori, insalate e frutti sulle belle tele pompose di colore!”.

ORARI

TUTTI I GIOVEDI’ – ORE 16.00-18.00
VISITE GUIDATE GRATUITE A CURA DI FRANCESCA CAGIANELLI

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