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Beffa 2: da Modì a Strapaese

di Francesca Cagianelli

Nel compulsare la rassegna stampa relativa all’episodio delle false teste di Modigliani non è difficile cogliere gli antefatti dell’oggi, ovvero il senso delle recenti sedute consiliari dedicate a tale affaire.

Come in una sorta di copione pestifero, tra le righe del quale l’autonomia della cultura trascorre sotto la mannaia della politica e ne subisce, come vedremo, mortifere contaminazioni, anche nel 1984 fu in sede di consiglio comunale che si giocarono gli esiti della beffa modiglianesca, allora per assestare veti e punizioni ai responsabili e archiviare una volta per tutte il guazzabuglio, oggi invece per avallarne un’improbabile riesumazione: poco importa che si azzardino mistificanti quanto inflazionati propositi didattici da una parte (leggi proposta Trossi-Uberti, o anche Bottini dell’Olio, ultimissima scappatoia di un ormai non più autorevole Tredici), o infine itinerari turistici stile ‘souvenir’ dall’altra (leggi proposta Lamberti-Trucchia).

Giustizialismo sommario allora, improvvisazione e inopportunità oggi, mascherano l’equivoco intollerabile di un totalitarismo di fondo, determinato a condizionare strategie culturali ed eventi artistici sulla base di modalità squisitamente politiche e burocratiche, prescindendo dal corroborante apporto degli intellettuali e della società civile.

L’eco mediatica, allora come oggi, impedisce, anzi altera, la corretta percezione di tale totalitarismo, fuorviando l’opinione pubblica rispetto all’effettiva gravità degli eventi, che allora, come oggi, vertono inequivocabilmente verso un vischioso e inopportuno scomparto commerciale.

Si legge infatti sul Tirreno del 1984 che il giorno del consiglio comunale non fu solo occasione di rendiconto politico (la democrazia cristiana invocò il sequestro del catalogo di Durbè e la costituzione parte civile della giunta contro tecnici ed esperti, mentre i missini esigevano le dimissioni del sindaco), ma anche di richiesta di una svolta definitiva, sostenuta da Christian Parisot e da Guido e Giorgio Guastalla, che per conto degli Archivi Modigliani, pregarono – sempre secondo quanto pubblicato sul quotidiano livornese – l’autore di due delle tre sculture, Angelo Froglia, di rivelare la propria identità.

Oggi, a distanza di quasi 30 anni, sono ancora Guido e Giorgio Guastalla a invocare, all’unisono con l’amministrazione livornese, la messa a reddito delle teste, e che siano proprio quelle di Froglia a far convergere gli animi in un unico baricentro, lo dimostra la fenomenale decisione biforcata del Sindaco di Livorno, oggi smentita da Tredici sulle pagine del Tirreno, che – come in una sorta di “beffa 2” – aveva tentato di divaricare il destino delle tre pietre, spingendosi fino all’azzardo di promulgare una inaudita pseudo-gerarchia di falsi, con l’implicita volontà di avallare l’esistenza di un falso di serie A per Froglia, degno quindi dell’infausta location della Trossi Uberti, e di un falso di serie B per i tre ex-ragazzi, declassati al Mercato Centrale.

Si tratterebbe senza dubbio di una cospicua regalia istituzionale agli sfegatati fans, trascorsi e recenti, di Angelo Froglia, se davvero si intendesse procedere per via consiliare alla collocazione delle due pietre in una sede differenziata rispetto all’ubicazione da souvenir voluta per la terza testa dal duo Lamberti-Trucchia, che nel tentativo di assecondare il Sindaco Cosimi intravede, nell’ottica di una motivata impostazione pre-elettorale, un potenziamento del gettito commerciale grazie all’indotto modiglianesco: ci si augurerebbe, nel caso, che tale indotto, sancito e agevolato dalla circuitazione di materiale promozionale, tutto ovviamente a spese del Comune di Livorno, non recasse neppure traccia di menzione della Casa Natale di Amedeo Modigliani – certamente in grado di autofinanziarsi autonomamente in fatto di didattica – al fine di scongiurare anche l’ombra di eventuali inopportune  sovrapposizioni.

D’altra parte come dimenticare che quell’Angelo Froglia, oggi al centro dell’ancora nebulosa e già tramontata ipotesi espositivo-didattica della Trossi Uberti, rivendicava nel 1984 la paternità morale delle due teste e ne richiedeva il sequestro tramite gli Archivi Modigliani allora rappresentati da Guido e Giorgio Guastalla, mentre in Consiglio Comunale, in corso proprio al momento della conferenza stampa del portuale, si invocavano le dimissioni del sindaco e della giunta comunista al completo. Purtroppo anche allora la notizia, pubblicata sul Tirreno, che Froglia conosceva già da dieci anni i fratelli Guastalla, segretari degli Archivi Modigliani, e avesse stampato presso la loro tipografia due litografie, complicò notevolmente la vicenda.

Tale “spettacolo strapaesano”, come lo definiva non senza acume Vittorio Sgarbi nell’introduzione al volume “Teste a sorpresa” di Gianni Pozzi (Firenze 1989), libello-battistrada di tutto un filone agiografico convergente verso la rivalutazione della beffa modiglianesca, prosegue imperterrito fino all’oggi, secondo quelle stesse perpetue modalità occulte, ma fastidiosamente a cavallo tra commercio, propaganda e politica, che riconducono alla recentissima seduta del consiglio comunale del 14 ottobre 2013, dove l’ibrido tentativo di concludere una magra triangolazione, ovvero la mediazione tra il Sindaco Cosimi, promotore in pectore della riesumazione delle teste, l’immolazione dell’incauto assessore Tredici, invaghitosi di inusitati percorsi didattici, la rincorsa della Lista Confronto, affetta da partigianeria pro Mercato-Centrale, aveva finito col minare la finora granitica triade di manufatti: in sostanza, come si è detto, non si era temuto in quella seduta consiliare di sfiorare il ridicolo nel suggerire percorsi differenziati – ad oggi non ancora precisati – per quei tre sassi, pur di incassare l’alleanza lambertiana, ma senza abbandonare quell’oscura passione per la Trossi Uberti, nel cui cda la critica d’arte Alice Barontini ha, da tempi non sospetti, scaldato il terreno per il cosiddetto “caso Froglia”, a partire dal ruolo di protagonista rivestito da quest’ultima nell’evento espositivo centrato sui tre falsi al Centro Michon di Massimo Filippelli, in data 2010 (ricordate il lapsus di Tredici?).

Veniamo al dunque.

Sullo sfondo di commissioni e consigli comunali ultimamente riservati all’apoteosi espositiva dei falsi modiglianeschi – ivi congiunto il camuffamento pseudo-scientifico di un anacronistico dibattito sul falso, sul quale ci pronunceremo prossimamente, e la dilettantesca ipotesi di un’ingiustificata musealizzazione – nell’ambito del coatto proposito di continuare a gestire politicamente le tre pietre, spunta oggi la variabile, splendida, ma feroce, di internet, di cui servirsi è facile, ma con cui è ancor più facile farsi karakiri.

In data 12 novembre 2010, precisamente in coincidenza dell’avvio del triennio di riflessione dell’assessore Tredici, ecco spuntare su www.artimes.it il post

Sette milioni di euro per i disegni alla Modigliani di Angelo Froglia. Su e bay

di cui, pur consigliandovi la degustazione completa, si riporta per diletto dei curiosi solo un breve stralcio:

“Prezzo di partenza: un milione e mezzo di euro. Ma se si vuole concludere l’affare in fretta, c’è l’opzione “Compralo Subito”. Sette milioni di euro (si, avete letto bene) e una serie di disegni che l’artista Angelo Froglia (Livorno, 1955-1997) realizzò nel 1984 per quella che impropriamente è passata alla storia come la “Beffa livornese di Modigliani” saranno vostri… ”.

Spiace, senza mezzi termini, verificare che proprio su un sito platealmente gestito da Alice Barontini, in qualità di firmataria di recensioni e interviste, sia il volumetto da lei intitolato a Froglia e alla beffa di Modigliani a divenire pretesto per rocambolesche se non piratesche acrobazie commerciali, destinate quest’ultime a riemergere sotto mentita spoglia nell’ambito di un eventuale dibattito-farsa ventilato senza cognizione di causa tra le tante dichiarazioni dell’assessore Tredici.

Se poi si volesse scavare ancor più a fondo in questo stesso sito non si tarderebbe a toccarne con mano la sacra dedizione agli affari personali e familiari dello stesso Froglia, secondo quanto riportato in un altro post del 2010:

Testa alla Modigliani. Da fermaporta a opera in vendita su ebay per 200.000 euro. La testimonianza del fratello di Froglia

con relativa dichiarazione del fratello: “Livorno.ESCLUSIVO!  “Ho visto con gran sorpresa la foto della testa di mio fratello su e bay: quella scultura una volta era mia. Mio fratello l’aveva scolpita per inserirla nel suo videotape. Che emozione rivederla… ”.

Non gioverebbe interrogarsi sull’identità dell’autore o dell’autrice di questi emblematici, per molti versi astuti, per altri sconcertanti, post: necessita invece chiedersi chi possano essere i destinatari del cospicuo indotto di quell’eventuale rivalutazione del caso Froglia che scaturirebbe dalla destinazione di due delle tre false pietre alla Fondazione Trossi Uberti o ai Bottini dell’Olio.

Comunque si sia in grado di rispondere, non vi è dubbio che si tratta di un panorama assai più scandaloso di quello del 1984, dove stavolta non si cerca di avallare dei falsi, ma addirittura di speculare su dei falsi, sempre nel caso che il Consiglio Comunale non intenda sottoscrivere questo promiscuo e indigesto pasticcio di pietra e regalare ai fans di Froglia un così ingente mercato sotterraneo e fuorviante per la dignità di tutti i Livornesi.

Insomma non una beffa strapaesana stavolta, ma un vero e proprio tranello…

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L’OSSESSIONE ESPOSITIVA DELLE TESTE

pubblicato in Il Tirreno 16 settembre 2013 —   pagina 14   sezione: Nazionale

Un dibattito, assunto con fin eccessiva serietà, anima da alcuni giorni la pubblica opinione sull’ipotesi avanzata dall’assessore Mario Tredici e poi rilanciata con autorevolezza dal Sindaco Cosimi sulla possibilità di esporre in una non ben precisata sede le tre sculture, teste o pietre che dir si voglia, ritrovate nei fossi livornesi nel 1984. Alcuni anni orsono ci furono altre idee.Sarebbe forse ingeneroso ricordare che, alcuni anni or sono, lo stesso Sindaco aveva prospettato con non minore autorevolezza l’ipotesi di trovare un possibile acquirente per le tre teste e con il ricavato acquisire al patrimonio cittadino un’opera autentica di Modigliani. Tramontata rapidamente quella fantasiosa quanto impraticabile prospettiva commerciale, il fantasma di Modigliani continua ad aggirarsi nelle propagandistiche esternazioni di questi giorni, impossibilitato, almeno a Livorno, a liberarsi da quello che a ragione è considerato come un funambolico giallo artistico. Vale la pena riassumere per sommi capi quali connotazioni storiche accompagnano i tre reperti conservati nei depositi del collezioni cittadine. Un sottile filo rosso collegava la mostra Modigliani. Gli anni della scultura , che si apriva a Livorno il 1 luglio 1984 nelle sale del Museo d’Arte Progressiva, e la leggenda, decisamente legata al clichè dell’artista maudit intriso di romanticismo, secondo la quale Modigliani, ritornato nella sua città natale nel 1909, avrebbe gettato nel Fosso Reale alcune sculture lasciate allo stato di semplice abbozzo. Il ritrovamento delle prime due teste darà il via a un clima che benevolmente potremmo definire di completa autosuggestione: i giornali – a margine ricordiamo che lo stesso assessore Tredici, allora cronista del Tirreno, seguì assai da vicino la vicenda – pubblicano i pronunciamenti e le attribuzioni da parte di autorevoli storici dell’arte, primo fra tutti Giulio Carlo Argan. Rotto ogni indugio, l’11 agosto le due sculture compaiono nella mostra di Villa Maria, proprio mentre giunge la notizia di un terzo ritrovamento. Poi i colpi di scena, la cui successione temporale non è indifferente: tre studenti livornesi affermano di essere gli autori della seconda testa, quella in arenaria, sostenendo di averla scolpita con strumenti da dilettanti e di averla gettata per burla nella zona delle ricerche e, ancora, il 14 settembre Angelo Froglia, un giovane artista livornese, ex dipendente portuale, si attribuiva la paternità delle due sculture in granito e arricchiva la sua rivendicazione con argomentazioni di carattere artistico e filosofico, legittimando il gesto, documentato con tanto di registrazioni televisive, come un’operazione concettuale volta a demistificare la critica d’arte e i mass-media. In tale clima segnaliamo il tagliente monito di assoluta attualità di Federico Zeri che provocatoriamente dichiarava la propria indifferenza di conoscitore di fronte alla qualità artistica di queste teste; un giudizio inappellabile, che metteva in guardia da un «colossale fenomeno di mercificazione e di speculazione». Riprendiamo volentieri tale affermazione, poiché chiarisce egregiamente l’ambiguità che accompagna il clamore dei tre reperti e li restituisce in una dimensione non certo esemplare, sia dal punto di vista didattico, sia sotto l’aspetto dell’emblematicità culturale. La stessa dinamica, per molti versi rimasta ancora oscura, dimostra che i tre reperti ben magro ruolo possono svolgere in una ipotetica operazione culturale afferente al nome di Modigliani. Sono semplicemente la testimonianza di un’autosuggestione collettiva, certo nata nel nome di Modigliani, ma legata assai più prepotentemente alla fisionomia di ben altre comparse. Chiariamo infatti, una volta per tutte, che l’ossessiva e tardiva rivendicazione di Froglia sapeva già allora di anacronistico e di stantio e non credo che oggi l’attuale amministrazione comunale voglia adoperarsi per innalzare un “mausoleo” con tanto di video, fotografie e documenti dell’epoca (senza contare i quadri conservati in qualche deposito commerciale) a tale artista, per quanto stimabile. E’ indubbio che la vicenda livornese, per il rilievo assunto sui mass media dell’epoca, per la statura dei critici che vi intervennero, portò alla ribalta una questione sulla quale da sempre si confronta la storia dell’arte: la validità del metodo attribuzionistico, che pur sempre rinvia ad ulteriori analisi o approfondimenti filologici, la portata dei metodi di indagine e di conoscenza. Tale dibattito può trovare nella vicenda delle teste un caso non privo di spunti, ma non certo l’unico, e in ogni caso più adatto a studi magari anche divulgativi, che potrebbero spaziare da una più specialistica riflessione sui linguaggi talvolta ingannevoli della critica d’arte, fino all’analisi dell’immagine, anche questa ormai, nell’era del web, storicizzata, offerta della vicenda dai mezzi di comunicazione di massa, ma non certo a esposizioni più o meno temporanee. Ci si dovrebbe retoricamente domandare perché tale vicenda, tutto sommato provinciale, nonostante l’incomprensibile fervore dell’assessore Tredici, e così poco significativa anche sul piano della questione della falsificazione o della “riproducibilità” dell’arte contemporanea, per richiamare le parole di Walter Benjamin, ebbe tanta notorietà.. In un refrain di regime psicologico-politico- propagandistico, l’ossessione espositiva delle tre teste sembra ben corrispondere a una citazione sempre calzante: «La storia si ripete sempre due volte la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». Non può infatti sfuggire all’opinione pubblica come un progetto espositivo di tal fatta divulgherebbe un messaggio che rischia di cristallizzare l’immagine di Livorno in un pirandelliano frammento temporale forzatamente anacronistico, nonché confinato in un genetico quanto ritardatario discredito della propria classe dirigente, politica, amministrativa, sociale, culturale. E se l’attuale Amministrazione non ha certamente il respiro di organizzare una mostra dedicata ai fasti modiglianeschi, come è avvenuto degnamente a Lugano e a Milano, non deve certo ripiegare su obiettivi di basso profilo, che rischiano di standardizzare irreversibilmente l’immagine cittadina su standard non idonei al contesto nazionale e internazionale che il nome di Modigliani rivendica.
Dario Matteoni direttore dei musei statali di Pisa

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Bomba o petardo?

Bomba o petardo? Il fumo c’è, e tanto, intorno al Goldoni: una quindicina di interventi in sette giorni sul principale quotidiano locale da quando (21 giugno) è stata paventata la sospensione delle attività per mancanza di soldi a partire dal primo luglio (invece che dal 10), con la prospettiva di aprire un mese in autunno, e poi chissà. Questo perché tra i finanziamenti di Comune e Provincia mancherebbero 130mila euro (o 400mila? le cifre ballano e non è facile capire di quanto si sta parlando).

Eppure, il 15 maggio l’assessore Tredici alla presentazione di Così fan tutte aveva detto: “La mia presenza oggi è una conferma dell’attenzione che l’amministrazione comunale ha per il suo teatro e per i giovani talenti emergenti”.

Ovvio che il 28 giugno la Bottino (Pdl) si chieda “com’è possibile che le cose siano precipitate così”, se in seconda commissione, da Nebbiai ai vertici della Fondazione, era stato appena presentato un quadro di eccellenza: che cosa è successo che non sappiamo?

Mentre dal 22 “un grido unico pro-Goldoni” sale dalla pagina facebook di Cheli (Sel) e il 23 Perini (Pdl) invoca un miracolo da Ciampi, il 27 le cronache ci informano che i lavoratori sono saliti sul palco per manifestare la loro preoccupazione. Il 28 Bonsignori (vice della Provincia) lancia l’idea di una pubblica sottoscrizione, dopo avere affermato che il Goldoni, patrimonio comune, non può chiudere perché “in tutti questi anni è stato un esempio di buona amministrazione”.

Ma qua e là, intanto, si affacciano dubbi e critiche: mentre Sel pone l’alternativa stadio/teatro (23), Toncelli (Progetto per Livorno, ex Idv) sostiene che “le attività artistiche devono essere date in gestione a chi le sa valorizzare, che occorrono soggetti privati, seri e bravi, certo, ma soprattutto selezionati solo in base alle capacità e al merito senza carte di identità ideologica” (23); Russo (Pdl) chiede maggiore autonomia per la Fondazione Goldoni (23). Invece, Lorenzo Cosimi (Rc) vorrebbe “chiarezza esemplare” su bilancio, spese, eventuali sprechi e parla di “non oculata programmazione” (24). Finché non arriva il netto intervento del Movimento 5 stelle (28), che il “Tirreno” pubblica mettendogli a fianco con pari evidenza la dichiarazione di Ricci (presidente del Mascagni) che ha scritto a Bertini per manifestargli “tutta la solidarietà da parte del Mascagni”.

Che dicono i 5stelle? In realtà, per saperlo fino in fondo bisogna andare sul loro sito, perché sul quotidiano non c’è tutto. Prima si chiedono che senso abbia “pagare tutto l’anno i vertici della fondazione di un teatro aperto ad intermittenza”, poi osservano che per potere retribuire Bertini si è aggirata la legge regionale che nega indennità ai presidenti, facendolo diventare direttore generale. Fin qui sul quotidiano; sul sito il testo finisce invece in modo ben più drastico: “Non ce ne voglia Bertini se annunciamo sin da ora che, se come M5S dovessimo governare la città, una volta scaduto il suo mandato, non lo riconfermeremmo di sicuro. Per noi la lotta alla casta non si limita agli organi elettivi, ma investe aziende municipalizzate e partecipate, enti pubblici e fondazioni di ogni genere”.

Lo stesso giorno appare anche un lungo intervento di Marco Barsacchi che, subito, sembra volersi tirare fuori dalla polemica: “da semplice cittadino non sono in grado di valutare le cause di questo grave momento per il nostro teatro: responsabilità nella gestione, altre priorità dell’Amministrazione Comunale, programmazioni artistiche non felici. Riserverei ad un secondo momento le polemiche partigiane sulla gestione del teatro, sulle appartenenze politiche, sulla dicotomia livornese calcio/cultura”. Sembra un modo di dire e non dire, perché mal si concilia con quanto segue qualche riga dopo: “le stagioni operistiche e teatrali rimangono ampiamente invendute, e molti dei nostri studenti delle superiori non hanno mai assistito a un’opera o a un concerto di musica classica”. Però, poi, chiede a sindaco e assessore di promuovere “una grande campagna pubblica” per raccogliere fondi per il Godoni, senza domandarsi da chi e come dovrebbe essere gestita la “più prestigiosa istituzione culturale” della città. Insomma, risolviamo l’emergenza e poi vedremo.

Ma è vera emergenza? Il 22 giugno, dalle colonne del giornale l’assessore Tredici assicurava che il Goldoni non era a rischio chiusura, anche se si dovevano trovare le risorse. Il 23 il sindaco Cosimi, in margine a dichiarazioni su altri argomenti, diceva che si trattava di un “tentativo di forzare”: forzare da parte di chi? la stampa? le opposizioni? i vertici del Goldoni? Non è chiaro ma, forse, la spiegazione sta proprio nella risposta a queste domande. Riproponiamo dunque il dubbio della Bottino: che è successo che non sappiamo? Che emergenza è – si sono chiesti altri – se mancano soltanto 150mila euro? Per le casse comunali sono uno ‘zero virgola’…

Il fumo dell’esplosione, allora, da che è stato provocato? Da bomba o da petardo?

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