Archivi tag: villa mimbelli

Grazie ad Archivi e Eventi Livorno punta oggi su Cappiello

di Francesca Cagianelli

Una grande impresa ideata e promossa da “Archivi e Eventi” con il contributo di Fondazione Livorno, sta per ripristinare, e per così dire, vivificare a Livorno, dopo un trentennio di rimozione, la personalità indiscutibilmente internazionale di Leonetto Cappiello.

Da sempre sensibile alla storia complessa e insieme prestigiosa degli Italiens de Paris, “Archivi e Eventi” ha voluto intitolare una collana, “Maestri livornesi dell’Ottocento e del Novecento” a tutti quei Livornesi che hanno solcato la carriera internazionale, partendo da un outsider come Alfredo Muller, fiore all’occhiello della nostra Associazione, per proseguire appunto con Cappiello.

Da tempo soggetto alla miopia critica di coloro che, anche in tempi recenti, consenzienti con una vetusta storiografia, intendevano marginalizzarne la personalità, appiattendola esclusivamente sulla produzione affichistica, il livornese Cappiello incassa oggi un ribaltamento esegetico integrale.

Saltano cioè alla ribalta nella monografia dedicata da Cagianelli a Cappiello imprese finora colpevolmente ignorate, ma che tuttavia sono sufficienti a restituire una ponderosa quanto organica creatività cappiellesca.

Per la prima volta in Italia Leonetto Cappiello riemerge in questa monografia pienamente rivalutato oltre che come affichiste, anche come pittore, caricaturista, decoratore, scultore, e perfino designer.

Viene finalmente a decadere la scomunica pluriennale della critica d’arte italiana avviatasi con Ardengo Soffici che ne aveva ridimensionato la produzione artistica negli argini esclusivamente dell’affiche.

Di contro a tale miope storiografia critica è stato Ugo Ojetti tra i primi a promuovere l’artista livornese, sia in Italia che in Francia, pubblicando numerosi interventi volti al suo inquadramento nei termini di precursore dei Balletti Russi e dei Fauves.

Ma sono soprattutto i protagonisti più autorevoli della compagine critica e letteraria francese, da Louis Vauxcelles a Jean-Louis Vaudoyer, da Camille Mauclair a Gustave Kahn, da Guillaume Apollinaire a André Salmon, da Henry Bataille a Arsène Alexandre, da Jean Cocteau a Marcel Prevost, a decretare il talento universale di Cappiello, in particolare rispetto alla formula dell’arabesco, intesa quale modernissima struttura grafica vibrante di umori japonistes.

Sfilano quindi nel volume, come in una sorta di processo mediatico, le innumerevoli sentenze estetiche stilate sia in sede francese che italiana, spesso riportate in lingua originale allo scopo di testimoniare l’irriducibile internazionalità del livornese, fino a ricostruire un quadro assolutamente inedito della fortuna cappiellesca.

Dagli esordi caricaturali parigini sulle pagine di “Le Rire” e de “La Revue Blanche”, che nel 1898 ne fecero l’homme du jour, fino alla consacrazione nel 1903 con il manifesto-cult Chocolat Klaus, e ancora dagli affreschi per la villa di Louis Louis-Dreyfus (1907) fino all’impresa decorativa per le Galeries Lafayette (1912), e infine dai celeberrimi album teatrali, in particolare Nos Actrices e Le Théâtre de Cappiello, fino all’exploit pittorico, emergono con aritmetica evidenza, le testimonianze di un talento moderno e versatile che seppe tradurre il procedimento creativo nei termini di un vero e proprio sistema produttivo concepito in scala, a partire dall’idea originale dell’ormai proverbiale arabesco.

Non più e non soltanto le affiches, dunque, come per altro esplicitato nel titolo programmatico scelto per questo volume, ma un profluvio di espressioni artistiche riconducibili al comun denominatore della grazia e dell’ironia.

Sarà il Soprintendente per le Belle Arti e il Paesaggio di Pisa e Livorno, Andrea Muzzi, a sceverare l’inedito punto di vista di Francesca Cagianelli, impegnata in quest’occasione nella riassunzione di pari opportunità per Cappiello tra Italia e Francia.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Passata l’era dei falsi Modì, ora è il momento di musealizzare Cappiello

di Francesca Cagianelli

Per anni non si è fatto che inneggiare al fantasma di Modigliani, riesumare la beffa del 1984, enfatizzare le false teste, insomma, inseguire la gloria, ad oggi irrealizzata, di una valorizzazione del più maudit dei labronici famosi nel mondo.

Oggi Livorno recupera in concretezza con Cappiello, forse meno maudit, ma non meno internazionale: grazie al mago dell’affiche si può coronare un sogno di celebrità mai finora raggiunto, se non con filosofemi circoscritti nella sfera della virtualità.

Ma che museo del falso! Oggi Livorno può finalmente ambire alla musealizzazione di Cappiello.

E badi bene, non si parla soltanto dei manifesti, ma anche dei dipinti, cruciali nella carriera cappiellesca, conservati a Villa Mimbelli.

Uno di questi, La Famiglia Cappiello, è l’icona prescelta per la copertina del volume curato da Francesca Cagianelli, Leonetto Cappiello. Oltre l’affiche, di prossima pubblicazione.

Un titolo emblematico, che rende atto di un salto della critica: non più e non soltanto il genio pubblicitario, ma un pittore di talento ineccepibile, proprio come asseriva all’alba del Novecento, il gotha della critica francese, a partire dal grande Apollinaire, per finire con il letterato di eccezione Camille Mauclair.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

L’ossessione del deposito

Francesca Cagianelli

Dall’ovvia necessità da tempo avvertita in sede istituzionale e amministrativa di riallestire e valorizzare adeguatamente i depositi museali, fino all’ossessione del deposito, vi è una gamma di strategie percorribili prima di arrivare a un’inutile quanto spesso nociva lievitazione di allestimenti permanenti.

Resta infatti ineliminabile il discrimine tra percorso espositivo permanente, quello museale, allestito da qualificati esperti del settore, e commisurato all’appetibilità di quest’ultimo rispetto alle previsioni di flusso del pubblico, e il compito di ciascuna istituzione di mettere in atto una ragionata valorizzazione delle giacenze museali.

Tali giacenze possono infatti arricchire temporaneamente il percorso espositivo museale, oppure intercalarsi ad esso con criteri scientifici e finalità didattiche, ma difficilmente potranno essi stessi costituire una nuova realtà museale, vista la crisi gestionale che affligge il settore dei beni culturali.

Se poi ogni istituzione museale puntasse, in vista della valorizzazione dei propri depositi, alla duplicazione del percorso espositivo, le città si trasformerebbero nient’altro che in depositi.

Tali valutazioni diventano ancora più cogenti laddove amministrazioni e istituzioni museali si indagano di estendere la politica del deposito non solo alle proprie giacenze, ma anche al collezionismo privato.

Ecco che anche quella garanzia di supervisione del percorso espositivo, temporaneo o permanente che sia, viene meno a vantaggio della discutibile gratificazione di collezionisti che ovviamente enfatizzano i propri acquisti spesso senza una cognizione scientifica e sempre comunque in subordine a un interesse privato e di valenza commerciale.

Viene dunque ad annullarsi quella necessaria distinzione tra musei e mercato dell’arte, tra istituzione pubblica e interesse privato, tra benifici della collettività e trionfo del peggiore clientelismo.

Da parte nostra ci auguriamo che la città di Livorno, da regina delle esposizioni temporanee, non diventi ancella di depositi.

Quindi occhio alle superfetazioni museali: che siano sotto forma di depositi pubblici o privati, di comodati gratuiti, o di donazioni.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Quando la Carica termina in Cortocircuito

di Francesca Cagianelli

In merito all’evento che ha ispirato l’infervorata titolazione de “La carica dei seicento” sulle pagine del Tirreno (forse mutuato da qualche probo comunicato propalato dall’entourage amministrativo), varie sono le questioni da puntualizzare.

La missione culturale di un’Amministrazione non deve a nostro avviso mirare all’avvento di disneylandiane “cariche” nei musei, bensì ad una innovativa strategia, non priva di consapevolezza manageriale, in grado di catalizzare flussi di pubblico il più trasversali possibili.

Non sono infatti i musei contenitori indifferenziati, equiparabili ad arene e padiglioni fieristici, anche se qualche strampalata iniziativa accolta di recente nel contesto museale di Villa Mimbelli – si parla rispettivamente del parco e della sede espositiva dei Granai – ha visto alternarsi dinosauri e biciclette d’antan.

E se è pur vero che l’annoso dibattito sull’utilizzo, anche non strettamente museale, delle sedi culturali ed espositive, punta sempre più convintamente verso una dimensione più imprenditoriale, certo non si potrà mai convenire nella trasformazione di tali sedi in padiglioni multiuso.

Convinti che ambiziosi traguardi in fatto di flussi di visitatori, peraltro ampiamente raggiunti in passato a Livorno – e si parla non certo di 600, ma di 60.000 – si possano toccare dignitosamente, senza cioè incorrere in tentazioni fieristiche, ecco che si consiglia di rifuggire dal ricorso a una carica – quella dei seicento – che inevitabilmente conduce al cortocircuito.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized