Grande omaggio a Fornaciari a Villa del Presidente

Promossa e organizzata da Fondazione Livorno – Arte e Cultura, l’ente strumentale costituito da Fondazione Livorno per la promozione di iniziative artistiche e culturali e per la valorizzazione della collezione d’arte, in collaborazione con la Provincia di Livorno e “Archivi e Eventi”, Associazione Culturale per la documentazione e la promozione dell’Ottocento e del Novecento Livornese, la mostra “Pierino Fornaciari 1918-2009. Dal neorealismo all’arte programmata”, è curata da Francesca Cagianelli.
Sono oltre settanta le opere selezionate all’interno della cospicua produzione artistica di Fornaciari che, dagli anni Trenta agli anni Novanta, restituiscono per la prima volta un profilo esaustivo della complessa personalità di questo “artista engagé” che negli anni Settanta volle ribattezzarsi “Faber”.
Forse uno dei più emblematici protagonisti dimenticati delle avanguardie livornesi del secondo dopoguerra nel clima dialettico della Casa della Cultura e del Premio Modigliani, Pierino Fornaciari esordisce nel 1945, a ventisette anni, tra le fila dei fondatori del “Gruppo Artistico Moderno Livornese”, nell’ambito del quale stringerà un sodalizio privilegiato con Mario Nigro.
Rispetto al fronte nazionale, dove gli anni Quaranta segnano l’alternanza di movimenti cruciali, a partire dall’Art Club, Fornaciari sembra posizionarsi nella linea configuratasi in seno alla XXIV Biennale veneziana del 1948, destinata ad avvalorare in Italia l’exploit del realismo siglato dal Fronte Nuovo delle Arti, e, contestualmente al ridimensionamento della compagine astrattista, la celebrazione di Picasso.
In tale complesso panorama Fornaciari si orienterà progressivamente verso una formula che oscilla tra l’enfasi linguistica applicata al repertorio umanitario e un più pronunciato intento formalistico, secondo l’indirizzo avvalorato dal “Premio Suzzara. Lavoro e lavoratori nell’arte”.
Di lì a poco, nel 1951, l’artista risulta promotore di quella sezione livornese del Sindacato Nazionale Pittori e Scultori che negli anni Cinquanta si adoperò in una pionieristica militanza culturale, grazie anche al contributo della Casa della Cultura, dove in quello stesso anno destinerà il trasferimento della IV edizione del Premio suzzarese.
Con ogni probabilità anche sull’onda della familiarità con Luigi Servolini, Fornaciari, trasferitosi a Carrara nel 1958, si iscrive al corso di incisione presso l’Accademia di Belle Arti, specializzandosi nella tecnica acquafortistica e diventando socio degli IDIT a partire dal 1959.
D’ora in avanti, in coincidenza con il rallentamento dell’attività pittorica, l’artista si cimenterà in una pluralità di sperimentazioni grafiche, dalla puntasecca alla vernice molle, dall’acquaforte alla xilografia, dalla maniera all’acquarello all’acquatinta, trasponendovi le tematiche da sempre affrontate anche in sede pittorica, senza tralasciare quella predilezione umanitaria per la cultura delle popolazioni del Medio-Oriente all’origine dell’emozionante ciclo di Beirut (1975).
Investito alla fine degli anni Cinquanta da una temperie di travagli e mutamenti, Fornaciari condividerà con Nigro, forse il compagno più intimo, quest’ultimo, di un percorso espressivo che dall’imprimatur figurativo doveva condurre entrambi, seppure con diverse modalità e tempistiche, alla rivoluzione astrattista, la consapevolezza dell’impossibilità a persistere nella pittura figurativa.
Dopo una sporadica ricomparsa nel 1961 alla Galleria Giraldi, il nome di Fornaciari sembra dunque travolto da quell’ondata di rimozione che in Italia, e non solo a Livorno, ha finito col provocare la marginalizzazione di alcune coscienze artistiche votate alla partecipazione al rinnovamento linguistico nel solco delle avanguardie del secondo dopoguerra.
Se non è difficile ipotizzare che quest’ultimo, fin dagli anni Quaranta, abbia condiviso con l’amico Nigro le novità del Movimento Arte Concreta, l’artista si convertirà nuovamente alla composizione pittorica solo negli anni Settanta.
Sulla scia della dilagante attenzione alle componenti percettive della visione artistica contemplate nella poetica di “Azimuth”, Fornaciari maturerà nella prima metà degli anni Settanta una disposizione creativa articolata sui punti cardine del dibattito maturato nel corso degli anni Sessanta intorno alle problematiche cinevisuali.
All’epoca della rassegna di pittura moderna promossa dalla Galleria Giraldi nel dicembre 1978, ecco che l’artista, autoelettosi “Faber”, ufficializzerà la sua svolta, sottolineando il passaggio da una personalizzazione esasperata a un lavoro più oggettivo e più sofferto.
Ad impreziosire il percorso espositivo contribuisce il nucleo della donazione prevista da Archivi e Eventi a Fondazione Livorno, costituita da opere emblematiche nell’ambito della carriera dell’artista, quali l’Autoritratto (1939), incunabolo della primissima produzione, esposto ai Littoriali della Cultura e dell’Arte; Ciabattino (1949-1950), sorta di manifesto sociale presentato al III Premio Suzzara del 1950; Contemplazione (1951-1952), opera di allucinato quoziente allegorico, inviata alla Mostra Nazionale d’Arte di Trieste del 1952; Una storia interessante (1952), vera e propria predella-collage cui Fornaciari affida, in occasione del V Premio Suzzara del 1952, le ragioni del suo impegno promozionale; senza contare composizioni astratte, anch’esse confluite nelle collezioni di Fondazione Livorno, riconducibili alle sperimentazioni cinevisuali degli anni Settanta, quali Strisce: Come il sopra così il sotto (1970-1980); e ancora testimonianze significative della sua dilatata prestazione grafica, tra cui la puntasecca Nuotatori, 1960, l’acquaforte Pulcinella e fantasmi (1961), la litografia Il clown (1970 ca.), la puntasecca Beirutbimbi e mendicarabo (1975 ca.).
Di particolare impatto nel percorso espositivo risulta la sezione dei Giocattoli, realizzata da Fornaciari nella seconda metà degli anni Cinquanta, la cui inoppugnabile temperie surreale, oltre che il rilevante quoziente emozionale, ha motivato Archivi e Eventi nell’allestimento di un originale percorso didattico, candidando tali dipinti per un innovativo progetto di laboratori didattici dedicati agli Istituti primari.
Tale progetto, dal titolo “Il giocattolo nell’arte”, culminerà nell’allestimento di una mostra degli elaborati degli allievi, curata da Archivi e Eventi.

Pierino Fornaciari 1918-2009
Dal neorealismo all’arte programmata
a cura di Francesca Cagianelli

Villa del Presidente
Via Marradi, 116 – Livorno

apertura mostra e visite guidate

giovedi, venerdì e sabato, ore 10.00-13.00 e 15.00-18.00

aperture straordinarie:
domenica 5 novembre 2017
domenica 3 dicembre 2017
domenica 7 gennaio 2018
ore 10.00-13.00 e 15.00-18.00

dal lunedì al venerdì su prenotazione al numero 0586.826133
per le visite delle scuole contattare Archivi e Eventi al numero 392.6025703

ingresso gratuito

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Il Centro Cagianelli per il 900 celebra Cangiullo

Comunicato stampa
© Centro Cagianelli per il ‘900

Il Futurismo verso la Fiaba
Il repertorio proteiforme di Francesco Cangiullo
dal Teatro della sorpresa al Caffè Concerto

IN OCCASIONE DEL QUARANTENNALE DI FRANCESCO CANGIULLO

Conferenza interattiva
al ritmo della poesia audiovisiva di Francesco Cangiullo

promossa da Centro Cagianelli per il ‘900

in collaborazione con

ACCADEMIA DI BELLE ARTI ALMA ARTIS ACCADEMY, PISA

AMICI DEI MUSEI E DEI MONUMENTI PISANI

ARCHIVI JOIMO-TRASSINELLI

introduzione
Francesco Belais
Assessore Cultura, Turismo e grandi eventi del Comune di Livorno

coordinamento scientifico
Anna Maria Monteverdi
Ricercatore, docente di Culture digitali Alma Artis Accademy
montaggio audio a cura di
Lorenzo Magnozzi

CENTRO CAGIANELLI PER IL ‘900 – viale delle Cascine, n. 8 •Pisa

sabato 30 settembre 2017, ore 17.00

Seguirà cocktail

In occasione del quarantennale di Francesco Cangiullo (Napoli, 1884-Livorno, 1977), sabato 30 settembre 2017, alle ore 17.00 il Centro Cagianelli per il ‘900 (Pisa, viale delle Cascine, n. 8) ospita il 5° episodio del Calendario culturale “Vetrina del Novecento”, Il futurismo verso la fiaba. Il repertorio proteiforme di Francesco Cangiullo dal Teatro della sorpresa al Caffè Concerto, conferenza interattiva al ritmo della poesia audiovisiva di Francesco Cangiullo.
Promossa dal Centro Cagianelli per il ‘900, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti Alma Artis Accademy, Pisa, gli Amici dei Musei e dei Monumenti Pisani, gli Archivi Joimo-Trassinelli, l’evento inaugurale, introdotto da Francesco Belais, Assessore Cultura, Turismo e grandi eventi del Comune di Livorno, si svolgerà con il coordinamento scientifico di Anna Maria Monteverdi, Ricercatore, docente di Culture digitali Alma Artis Accademy e il montaggio audio a cura di Lorenzo Magnozzi.
Quattro le opere di Francesco Cangiullo selezionate da Francesca Cagianelli, Presidente del Centro Cagianelli per il ‘900, per il percorso espositivo previsto a corredo dell’evento: Torri in piazza (1910 ca.), un’inedita tecnica mista riconducibile alla stagione dell’Alfabeto a sorpresa, cortesemente concessa da Francesco Pardi; due opere, anch’esse inedite, provenienti dagli Archivi Joimo-Trassinelli, ovvero il collage Auguri Tutto Natale (1975), e il dipinto Mehenaah! (1975 ca.), anch’esso arricchito da inserti a collage; infine la Passeggiata (1970-1975), testimonianza di quel sogno Belle Epoque riabilitato da Cangiullo al termine della sua stagione futurista.
Personalità straordinariamente colta e proteiforme del primo Futurismo, Cangiullo, reclama ancora un’organica rivisitazione, soprattutto con riferimento alla violenta cesura tra la militanza marinettiana e la stagione labronica all’insegna di un impossibile, quanto provocatorio, revival in stile Belle Epoque.
Dalle Cocottesche (1912), impreziosite dalla prefazione di Aldo Palazzeschi e dalle lettere di Filippo Tommaso Marinetti, a Piedigrotta: parole in libertà (1916), corredato dal Manifesto sulla declamazione dinamica sinottica di Marinetti, da Caffè Concerto: alfabeto a sorpresa (1919), fulminante combinazione tra acrobazie tipografiche e avanspettacolo, a Poesia pentagrammata (1923), capolavoro del ‘rumorismo’ futurista, la funambolica creatività di Cangiullo percorre tutti i registri più estremi del movimento marinettiano, senza neppure escludere il divertissement erotico.
Nel 1956, tramite una sorta di performance polemica, Cangiullo decide di disperdere le testimonianze di un’intera carriera esistenziale e artistica e, durante una mostra alla Galleria Blu di Prussia di Napoli, mette in vendita quadri e documenti: è l’addio al passato, ancora una volta in stile futurista.
Il soggiorno labronico all’Hotel Palazzo coincide con un epilogo di sapore teatrale, dove la belle Epoque rivive come una fiaba.

Con l’evento inaugurale, L’estasi della fede o la violenza delle passioni? Un capolavoro ritrovato dell’iconografia dantesca. Henry de Groux nella Toscana di Soffici, conversazione condotta da Francesca Cagianelli, Presidente del “Centro Cagianelli per il 900”, con Michele Feo, già ordinario di Filologia Medioevale e Umanistica all’Università degli Studi di Firenze, il “Centro Cagianelli per il 900” ha inaugurato nel 2016 un prestigioso calendario scientifico di rilevanza nazionale dal titolo “Vetrina del 900”.
Alla seconda puntata, La Belle Epoque di Lionello Balestrieri tra wagnerismo, fêtes galantes e miti del progresso, conversazione con Andrea Muzzi, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Pisa e Livorno, condotta da Francesca Cagianelli il 25 novembre 2016, è seguita una terza puntata, In volo con Gabriele D’Annunzio. Tutte le arti del Vittoriale, conferenza di Dario Matteoni, storico dell’arte e docente dell’Accademia di Belle Arti “Alma Artis Accademy”, Pisa, tenutasi il 1 aprile 2017.
Recentemente il Centro Cagianelli per il ‘900 ha ospitato la quarta puntata della “Vetrina del 900”, presieduta da Matteo Fochessati, curatore della Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova, il relatore della conferenza Duilio Cambellotti e la nostalgia dell’antico, promossa dal “Centro Cagianelli per il 900” in collaborazione con Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova e gli Amici dei Musei e Monumenti Pisani.

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Omaggio a Renzo Izzi a Collesalvetti

Renzo Izzi (1929-1995)

Livorno-Milano 1960: Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista

verso il naturalismo astratto

Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore

mostra promossa da

Comune di Collesalvetti

a cura di

Francesca Cagianelli

in occasione di

Fiera di Collesalvetti 2017

interverranno

Sindaco Comune di Collesalvetti

Lorenzo Bacci

Assessore alla Cultura del Comune di Collesalvetti

Donatella Fantozzi

Gli eredi dell’artista

Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti

Conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini

Francesca Cagianelli

Inaugurazione, martedì 5 settembre, ore 17.00

al termine cocktail cortesemente offerto da

Luisa Marzolini e Emilio Vettoretti

Si inaugura martedì 5 settembre 2017 alle ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini (via Umberto I, n. 63) la mostra Renzo Izzi 1929-1995: Livorno-Milano 1960. Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista verso il naturalismo astratto. Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore, promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, in occasione di Fiera Paesana 2017 (fino al 30 novembre, tutti i giovedì, ore 15.30-18.30).

Dopo l’antologica dedicata a Roberto Ercolini il Comune di Collesalvetti prosegue il suo serrato progetto intitolato alle avanguardie del secondo dopoguerra e rende omaggio a Renzo Izzi, anch’egli destinato, nell’ambito di un crescente flusso di donazioni, trascorse e in progress, ad arricchire il già denso percorso espositivo degli anni Sessanta e Settanta ospitato dalla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, grazie al lascito dell’opera Composizione astratta, 1991, fortemente voluto dagli eredi dell’artista, Luisa Mazzolini e Emilio Vettoretti, in occasione della mostra colligiana.

Incoronato dal futuro mentore del Gruppo Atoma, Giorgio Bartoli, in occasione della I° Mostra d’Arte Toscana a Firenze del 1959, come uno dei più ‘scapigliati’ protagonisti delle avanguardie del dopoguerra, Izzi si impone ai suoi esordi con composizioni di figura di registro idealistico, in particolare il ciclo dell’‘Attesa’, vibranti di una coralità elettiva, che gli meritano l’appellativo di espressionista: vi è addirittura chi, come il bergamasco Fabrizio Merisi, rinviene in quest’ultime quella costante poetica dell’amore per gli offesi, il pianto delle donne dei pescatori, riassunto in una pennellata informale ante-litteram.

Gli anni livornesi, contrassegnati dalle personali a “Bottega d’Arte” nel 1961, alla Galleria Giraldi nel 1966, alla Galleria La Saletta nel 1967, oltre che dalla partecipazione alle più significative esposizioni tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, quali la VII Rassegna d’Arte Figurativa alla Casa della Cultura di Livorno del 1957, il IV Premio di Pittura Amedeo Modigliani del 1959, e diverse altre rassegne programmate dal 1960 al 1967 tra Casa della Cultura, Galleria Giraldi e “Bottega d’Arte”, catalizzano l’attenzione di Gastone Breddo che profetizza sul futuro dell’artista: “l’opera che oggi nasce da Renzo Izzi procede autenticamente dalla sua complessità di uomo, è uno specchio sufficientemente chiaro del suo destino di artista”.

Ed ecco che la mostra degli “Ultimi”, allestita nel 1963 a “Bottega d’Arte”, registra una geografia delle avanguardie livornesi che proprio nell’indirizzo informale di Izzi trova uno dei poli principali: nell’ambito di un’opzione programmatica verso “una trama spirituale”, si alternano infatti il contributo di Mario Benedetti con le sue composizioni “cosmiche”, la vocazione informale di Voltolino Fontani, Aimo Giannelli, Renato Lacquaniti e, per l’appunto, Izzi, e ancora il caso Marcello Landi, tra i più interessanti, infine la produzione di Ernesto Mussi, scandita da lunghe figure malinconiche.

Inevitabile, nel 1968, il trasferimento a Milano, accompagnato dal coinvolgimento nel circuito della “Galleria delle Ore” ad opera di Giovanni Fumagalli, nonché dalla frequentazione, oltre che dello stesso Ercolini, di alcuni dei più coraggiosi protagonisti delle avanguardie degli anni Sessanta, in particolare Renzo Bussotti, interprete dell’angoscia contemporanea tra espressionismo europeo e muralismo messicano, e Tino Vaglieri, tra i più viscerali adepti del realismo esistenziale.

Data quindi al 1971 l’evoluzione dal labirintico tessuto grafico verso una compattezza materica, nei termini registrati da Carlo Giacomozzi, di “gestazione misteriosa” e di “rigogliosa gemmazione”, intuibile anche nella produzione precedente: da un assetto più decorativo e calligrafico, con interpunzioni cromatiche accordate liricamente, si approda cioè alla solidificazione della materia in linea con il naturalismo astratto. Ed ecco i cosiddetti ‘paesaggi dell’anima’, in altri termini, i ‘perduti giardini incantati’.

Nello stesso 1971 Giorgio Di Genova ribadirà il naturalismo astratto di Izzi, tracciandone l’inevitabile raffronto con il naturalismo milanese declinato negli esiti materici di Aldo Bergolli ed Ennio Morlotti, immortalati da Francesco Arcangeli nel suo intervento Gli ultimi naturalisti, in “Paragone” 1954.

Nel corso degli anni Settanta la partecipazione pressochè continuativa al calendario espositivo della “Galleria delle Ore” appare ritmata dal favore della critica: nel 1975 è la volta di Gianni Cavazzini, che registra come “tessuto esclusivo” della ricognizione pittorica di Izzi “una ricreata orografia della natura”; nel 1977 Alcide Paolini rievoca il “periodo vegetale” di due anni addietro, catalogandolo come un caso significativo di ‘naturalismo informale’, in altre parole “una specie di aeropittura, di rilevazione fotografica di immense foreste vergini”.

Ma gli anni Settanta sanciscono anche il radicamento dell’artista nel circuito della “Galleria dei Giorni” di Pisa, laddove Giorgio Seveso, in margine alla personale del 1979, inneggia alla “zoo” di Izzi come a un’entità riconducibile agli Etruschi o addirittura al Medioevo, rileggendo certa “sensibilità primordiale” in linea con la poetica di un Klee o di uno Chagall.

Non a caso, stavolta nei frangenti di una mostra alla “Galleria delle Ore” del 1981, lo stesso Seveso puntualizzerà il processo di sovrapposizione delle “pensose cromie” dell’artista, facendo riferimento a una sorta di sedimentazione alchimistica di humus medioevale, a seguito della quale le composizioni apparentemente naturalistiche di Izzi si trasformano in “giardini dell’anima”. Data, d’altra parte, al 1983 l’auto-definizione di quest’ultimo nei termini di “naturista” e non “naturalista”, artefice delle cosiddette “morfologie naturali”.

Ed ecco che l’amico Ercolini, nel 1985, sempre in margine a un’antologica alla “Galleria delle Ore” di Milano, cita “certo splendore raffinato, prezioso e un po’ barbarico” di Izzi per poi procedere alla sua classificazione in termini di “espressionista”, rifiutandosi di attribuire all’indirizzo informale l’“ostinato lavoro di stratificazione di pennellate e colori” imbastito dal collega.

Brillano inoltre gli anni Ottanta soprattutto nel riverbero del ciclo di acquarelli del 1986-1987, paesaggi reali ma, al contempo, interiorizzati, dove segni di china nera emergono come “una trama di energia” tra le campiture acquarellate, a simboleggiare “un ipotetico dramma” ricongiungibile al filone dello ‘zoo di Milano’, “tragico balletto ‘sul dentro e sul fuori’”, risalente al 1979.

Gli anni Novanta segnano infine l’avvento di un Izzi ‘Naturista’, secondo quanto certificato da Roberto Sanesi che, in margine alla mostra alla “Galleria delle Ore” del 1992, si sofferma sul frenetico “intrico di materia e di segni minuziosi”, identificando le cosiddette “tavole del naturista” in “campioni di materia” indagati quasi scientificamente.

E’ solo in occasione dell’ultima monografica del 1996 che Seveso pone il problema dell’alternanza tra figurazione e astrazione tanto nella produzione pre-milanese di Izzi, quanto in quella successiva: si tratta allora di capire il “vero baricentro” nel corso dei vari cicli evolutivi laddove l’artista mantiene come una sorta di “permanente autocoscienza” nei frangenti del passaggio dall’espressionismo vianesco degli anni Cinquanta all’astrattismo naturalistico di epoca successiva. Tale “nomadismo stilistico” sembrerebbe connaturare il percorso espressivo dell’autodidatta Izzi alle soglie dell’anarchia. Le ultime opere suggeriscono infine l’orientamento verso una “garbata filosofia dell’esistere”, e si pongono quali puzzles giocosi di un fanciullo-filosofo che “rincorre le sue farfalle”. Il passato e il presente di Izzi si richiamano costantemente all’insegna di un’incessante libertà di ricerca: né figurativo, né astratto, dunque. Eppure si coglie il senso di un “itinerario iniziatico”, non dissimile da quello di un “antico alchimista”: in questo caso Izzi ha rielaborato tutte le grammatiche possibili della contemporaneità.

La mostra sarà affiancata da un Calendario eventi Autunno 2017, scandito da conferenze sull’astrattismo livornese e milanese tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, visite guidate gratuite alla mostra e infine un appuntamento didattico dal titolo L’Astrattismo dei Piccoli, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato da Francesca Cagianelli in collaborazione con le classi IV A e IV B dell’Istituto Primario Anchise Picchi di Collesalvetti, coordinato da Maria Laura Pinna e da Simonetta Luschi, incentrato sulla tematica dello zoo e culminante nell’esposizione in Pinacoteca degli elaborati degli allievi.

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In anteprima a Collesalvetti focus su Marino Marini

giovedì 24 agosto 2017, apertura ore 16.00-19.00

ore 17.30
Focus sull’opera
Marino Marini, Medioevo, 1923, acquaforte

Marino Marini
e l’exploit a Bottega d’Arte

Calendario Estate/2017 in Pinacoteca
Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati

ideato in occasione della mostra
48 opere in anteprima dalla collezione Miniati
Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico:
i maestri della grafica

Pinacoteca Comunale Carlo Servolini
via Umberto I, n. 63 – Collesalvetti

orario estivo
tutti i giovedì, ore 16.00/19.00

Riapertura in grande stile giovedì 24 agosto 2017 (ore 16.00-19.00), per la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, con il focus Marino Marini e l’exploit a Bottega d’Arte, previsto alle ore 17.30, a conclusione del Calendario Estate 2017 in Pinacoteca, dal titolo “Tra caffè, gallerie e salotti: la Livorno di Bruno Miniati”, ideato in occasione della mostra 48 opere in anteprima dalla collezione Miniati. Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico: i maestri della grafica, promossa dal Comune di Collesalvetti, a cura di Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca colligiana.

In attesa della grande mostra Marino Marini. Passioni visive, prevista a Palazzo Tau, sede del Museo e della Fondazione Marini per il settembre 2017, Francesca Cagianelli apre un osservatorio inedito su una stagione ancora poco nota di Marino Marini, quella dell’exploit del pistoiese presso “Bottega d’Arte”, proprio all’epoca del sistema culturale e promozionale indetto a Livorno da imprenditori lungimiranti quali Gino Belforte e artisti-mecenati quali Bruno Miniati.

Iscrittosi nel 1917 al Regio Istituto di Belle Arti di Firenze, insieme alla sorella Egle, Marini verrà ammesso solo nel 1921 al corso per l’incisione all’acquaforte tenuto da Celestino Celestini, realizzando le sue prime prove acquafortistiche, coincidenti con un corpus di 12 incisioni – stando alle deduzioni di Mario De Micheli – databili a partire dal 1920, secondo una ripartizione che vede l’alternanza tra un primo nucleo più subordinato alla persistenza macchiaiola e un indirizzo successivo di vocazione secessionista.

Ma ecco che una gemma quale il Medioevo mariniano, pubblicato solo nel 1990 quale recentissima acquisizione, addirittura in corso d’opera, nel Catalogo ragionato dell’Opera grafica (incisioni e litografie) 1919-1980, edito da Graphis Arte, con titolo non filologicamente attestato, ovvero come Paesaggio immaginario, dischiude a Livorno, al momento dell’exploit dell’artista a Bottega d’Arte nell’agosto del 1923, una prospettiva culturale assolutamente inedita, laddove la poetica primitivista in essa vibrante reclama parentele illustri con il geniale Duilio Cambellotti, pervaso di dottrina morrisiana e di medioevalismo alla Ruskin, di cui l’omonima xilografia, apparsa su “Novissima” del 1905, costituisce una prefazione non banale.

Senza contare la condivisione di aneliti simbolisti con il fiorentino Raoul Dal Molin Ferenzona, tra gli apostoli più ispirati della dottrina rosacrociana e costantemente ispirato dal brivido del gotico, destinato a condividere con Marino Marini il palcoscenico labronico, laddove, nel gennaio dello stesso 1923, nel corso di una personale a Livorno, sempre presso “Bottega d’Arte”, l’artista, a giudizio di Gino Carlo Ciappei, assurgerà al ruolo di dandy-alchimista, forse anche con riferimento al substrato esoterico coltivato durante il soggiorno a Praga, dove tra il 1910 e il 1912 furoreggiava Sursum, sorta di confraternita artistica pervasa di occultismo.

Ma è soprattutto con Francesco Chiappelli che occorre stabilire una liaison dominante, con riferimento alla comune derivazione dalla Scuola d’Incisione di Firenze diretta da Celestino Celestini, promotrice della mostra presentata all’Accademia fiorentina tra il 1912 e il 1913, alla quale dovette seguire l’Esposizione di Bianco e Nero, partecipata oltre che dai capiscuola De Carolis, Celestini e Costetti, da personalità di eccezione quali Ottone Rosai, specializzatosi in vedute architettoniche connotate da un verticalismo visionario alla Gordon Craig. Ed è proprio in quell’allucinato goticismo vibrante in Castelli stregati e Corsaresche, che Chiappelli, distintosi con l’acquaforte Certosa, altro probabile incunabolo per il Medioevo mariniano, nell’ambito della sezione “Bianco e nero” della Biennale di Venezia del 1914, e impostosi con Caravelle alla Mostra Nazionale dell’Incisione del 1915, riuscirà a motivare Marino Marini all’alba della sua produzione incisoria.

Il finissage della mostra “48 opere in anteprima dalla collezione Miniati. Dal Caffè Bardi al Gruppo Labronico: i maestri della grafica” si svolgerà giovedì 31 agosto 2017, con apertura dalle ore 16.00 alle 19.00 e con visite guidate gratuite a cura di Francesca Cagianelli.

Grande appuntamento, infine, martedì 5 settembre 2017, alle ore 17.00, per l’inaugurazione della mostra Renzo Izzi 1929-1995: Livorno-Milano 1960. Storia di uno ‘scapigliato’ espressionista verso il naturalismo astratto. Dal Premio Modigliani alla Galleria delle Ore, promossa dal Comune di Collesalvetti e curata da Francesca Cagianelli, in occasione di Fiera Paesana 2017 (fino al 30 novembre, tutti i giovedì, ore 15.30-18.30).

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