UNA BANDIERA DEL 900

Si inaugura giovedì 27 giugno 2019, ore 17.00, alla Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, Il Museo Rinnovato: Percorso espositivo 2019, promosso dal Comune di Collesalvetti, ideato e curato da Francesca Cagianelli, conservatrice della Pinacoteca, le cui distinte sezioni rispecchiano la variegata strutturazione del lascito di Luigi Servolini al Comune di Collesalvetti risalente agli anni Sessanta, più specificatamente dal 1962 al 1965, al quale si sono progressivamente sommate alcune significative donazioni storiche, proseguite e incentivate a partire dagli anni Novanta, in occasione delle iniziative espositive promosse dal Comune di Collesalvetti e curate da Francesca Cagianelli.
Inaugurata nel 2006, in coincidenza della pubblicazione della monografia ragionata Carlo Servolini 1876-1948. Dipinti, acquarelli, incisioni (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006), curata da Francesca Cagianelli, la Pinacoteca ha avviato nel 2008 un ciclo di eventi espositivi rispondenti alla mission di valorizzazione della stagione figurativa più vicina stilisticamente e storicamente a Carlo e Luigi Servolini, oltre che ai protagonisti del Novecento attestati nelle collezioni comunali.
Grazie a tali iniziative espositive, costantemente ideate e ritagliate in omaggio alla specificità delle collezioni permanenti, la Pinacoteca ha diversificato le modalità di allestimento del percorso museale, di volta in volta calibrato in armoniosa contiguità con l’indirizzo storiografico delle singole mostre, finchè, a conclusione dell’importante antologica Adriano Baracchini-Caputi 1883-1968. La musica del divisionismo al tempo di Vittore Grubicy, promossa da Fondazione Livorno, Fondazione Livorno Arte e Cultura, Comune di Collesalvetti, curata da Francesca Cagianelli in occasione delle celebrazioni per Leonardo da Vinci, si inaugura oggi il riallestimento del nuovo percorso museale, previsto fino all’11 luglio 2019.
In occasione di Notte Clara 2019, giovedì 18 luglio tale percorso verrà integrato con l’inaugurazione delle Donazioni 2014/2019.

Nella Sala Servolini prende corpo la sezione dal titolo Capitoli della Pittura italiana del 900, dedicata ad alcune emergenze strategiche, destinate di volta in volta a costituire tematiche privilegiate per focus didattici e percorsi sprint, e strutturata in quattro capitoli, di cui il primo e il secondo di carattere monografico: il primo, intitolato Carlo Wostry: un innovatore triestino tra impressionismo e preraffaellismo, comprende l’opera Paesaggio. L’Adamello del 1908 (donata al Comune di Collesalvetti con delibera del 23 settembre 1965 da Maria Fernanda Wostry) del triestino Carlo Wostry; il secondo, dal titolo Il caso Verworner, ospita l’opera Ragazze al lago del 1920 (cartellino attestante l’esposizione del dipinto alla Società delle Belle Arti Circolo degli Artisti Casa di Dante 1953), del tedesco Heinrich Ludolf Verworner, testimonianza del legame intercorso tra Carlo Servolini e alcuni significativi interpreti del simbolismo italiano e straniero in Italia.
Il terzo capitolo, Dal Novecento Italiano al neo-cubismo, si snoda attraverso opere quali Donna con chitarra, di Arnaldo Carpanetti, allievo di Antonio Ambrogio Alciati all’Accademia di Belle Arti di Brera, protagonista del Novecento Italiano sulla ribalta delle Biennali di Venezia e delle Quadriennali romane; Uomini al lavoro di Anacleto Margotti (sul retro scritta: il pittore Margotti in onore di Carlo Servolini), artista dapprima coinvolto nell’entourage del Futurismo e quindi convertitosi anch’egli al Novecento Italiano, per poi approdare, nella stagione del Premio Suzzara, a sintesi linguistiche nell’alveo del Realismo e del neo-cubismo; Vaso di fiori di Gastone Breddo, allievo all’Accademia di Belle Arti di Venezia di Bruno Saetti e Virgilio Guidi e quindi all’Accademia di Bologna frequentatore dei corsi di incisione di Giorgio Morandi, di cui erediterà il tonalismo; presente ininterrottamente alle Biennali di Venezia dal 1940 al 1958 e celebrato con una sala personale all’edizione del 1958, epoca in cui si ergerà quale portavoce dell’istanza neocubista.
Il quarto capitolo, dal titolo Il fronte del Neorealismo, è rappresentato da due testimonianze grafiche: Natura morta (1961) di Renato Guttuso, tra i massimi assertori del Neorealismo impugnato a partire dal 1946 dal Fronte Nuovo delle Arti, e Volto di donna di Domenico Purificato, artista partecipe della temperie stilistica della Scuola Romana e quindi presente alle Quadriennnali romane e alle Biennali di Venezia tra le fila della compagine neorealista.
Infine il quinto capitolo, dal titolo Attraverso il Novecento, dal Futurismo all’Informale, ospita Fantasia colorata di Krimer (Cristoforo Mercati), personalità di punta della Pinacoteca, recentemente storicizzata nella pionieristica mostra antologica curata da Francesca Cagianelli nel 2017, che ha consentito l’acquisizione di rarissime ed epocali scoperte scientifiche nell’ambito del secondo Futurismo, ma soprattutto di reinquadrare il ruolo fondamentale dell’artista perugino-versiliese nella Livorno degli anni Sessanta e Settanta attraverso alcune iniziative espositive che ne imposero il raffinato lessico informale; Composizione di fiori di Lelio Pierro (originario di Francavilla al Mare), fondatore nel 1930 con Alf Gaudenzi del gruppo “Gruppo Artisti Genovesi Sintesi”, patrocinato da Marinetti, oltre che collega e strettissimo collaboratore di Krimer all’epoca del prestigioso Premio Golfo della Spezia; Il vespro cittadino (1960) di Gaetano Alibrandi, artista romano di formazione autodidatta, presente all’VIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma del 1959, premiato con medaglia d’oro alla Mostra Nazionale di Pittura di Latina, autore tra l’altro di due romanzi e collaboratore di riviste e quotidiani nazionali; Paesaggio della Valfulva, 1964 di Piero Albizzati, di origine milanese, nominato dal Comune di Milano nel 1957 funzionario dell’Ufficio Tecnico Divisione Monumentale, autore di un volume autobiografico dal titolo Attimi vissuti. Sogni e fantasie di un pittore.

Il corridoio principale della Pinacoteca ospita la sezione dal titolo Gli anni Sessanta e la stagione dei Premi, suddivisa in tre capitoli. Nel primo capitolo, Le avanguardie del secondo dopoguerra a Livorno al tempo della Casa della Cultura e del Premio Modigliani, campeggiano le opere dei protagonisti livornesi e più genericamente toscani presenti alle varie edizioni del Premio Nazionale di Pittura Amedeo Modigliani: I costruttori di Giancarlo Cocchia, attestato alla III, V e VIII edizione, artefice dapprima di una sigla espressionista informata della lezione di Rouault, e quindi convertitosi tra gli anni Cinquanta e Settanta al filone dell’arte sacra moderna, pervaso da formule primitivistiche; Le Chiese e i Santi di Mario Petri, presente alla IV e V edizione, oltre che affiliato a diversi raggruppamenti della Livorno del dopoguerra, tra cui il rinnovato Gruppo Labronico, e quindi il Gruppo Modigliani e il Gruppo Arte Libera, tra gli artisti certamente prediletti da Luigi Servolini che ne decanta “l’irrealtà poetica della sua visione”; Impressioni di Alfredo Mainardi, da considerarsi quest’ultimo tra i livornesi più certificati alle varie rassegne del Premio Modigliani (I, II, III, IV, V e VI), anch’egli come Petri coinvolto tra le fila del Gruppo Labronico e al contempo partecipe della stagione dei Premi nazionali, dal Premio Suzzara al Premio Michetti; Rovine del 1970 di Roberto Ercolini, presente alla IV e VI edizione, outsider delle avanguardie del secondo dopoguerra tra Livorno e Milano e ideatore di cicli iconografici di suggestiva e colta surrealtà, variamente informati alla lezione dei più prestigiosi esponenti del 900 europeo, da Léger a Sutherland.
Seguono le opere di alcune voci toscane di svariata provenienza geografica, quali in particolare Veduta di Campiglia di Giulio Chimenti (livornese di adozione e attivo a Cecina dalla metà degli anni Cinquanta), allievo di Beppe Guzzi, presente alla I edizione del Premio Modigliani e quindi al connesso Premio di Disegno del 1956 e tra gli affiliati anch’egli al Gruppo Labronico nella Livorno del secondo dopoguerra, interprete nella sua produzione paesaggistica di un formulario sintetico in linea con il retaggio postimpressionista; Barconi sul canale (1964) di Ermanno Toschi (originario di Lugo, trasferitosi a Firenze nel 1920), particolarmente attivo nel settore delle committenze sacre e autore di affreschi nella Chiesa dell’Immacolata e della Sacra Famiglia di Firenze, presente alla V edizione del Premio Modigliani; Battelli di Remo Gordigiani (attivo a Pistoia), accostatosi in occasione della Biennale di Venezia del 1948 ai linguaggi internazionali del fauvisme e del cubismo, e quindi convertitosi all’informale con l’approdo a un magico naturalismo, rinvenibile nella serie dei Sottoboschi e dei Battelli; Ritratto di Anna Franchi (1954) di Giovanni Sircana (originario di Olbia, trasferitosi a Livorno a partire dal 1934), presente alla I edizione del Premio Modigliani e quindi alla Mostra Premio di Disegno Amedeo Modigliani, artista particolarmente caro a Luigi Servolini che ne rilesse l’originale personalità nei termini di “poeta della semplicità”.
Un posto a parte in tale sezione occupa Corrado Carmassi, ripetutamente celebrato nei locali della Pinacoteca non solo in quanto protagonista di numerose edizioni del Premio Modigliani (I, II, III, IV, V, VI edizione), ma anche e soprattutto per la sua capacità di rileggere la flora e la fauna del territorio colligiano alla luce di una miriade di suggestioni linguistiche, dal fauvisme al cubismo, che rendono i suoi Prati e le sue Farfalle tra le opere più innovative e aggiornate del patrimonio museale cittadino: l’opera presente nelle collezioni della Pinacoteca, Le pozzanghere di Crimella al chiaro di luna (1963) (sul retro etichetta attestante l’esposizione del dipinto alla VII Mostra Nazionale di pittura Biennale Colori della Lunigiana) resta indicativa dell’astrazione decorativa carmassiana riletta dalla critica nei termini di tramature simboliche viste “come al di là del vetro di un oblò” (Marsan 1971).
Tale capitolo sarà tra quelli privilegiati nell’attività didattica della Pinacoteca, con riferimento alle tangenze dell’iconografia carmassiana con l’attività di Mario Sturani (Ancona, 1906-Torino, 1978), pittore e ceramista, illustratore per la Frassinelli ed entomologo, direttore artistico della Lenci, uno degli artisti e intellettuali più significativi della Torino degli anni a cavallo fra la guerra e la Liberazione.
Segue il secondo capitolo, dal titolo Sulla scacchiera dei Premi d’Arte Contemporanea, epoca tra l’altro coincidente con gli anni riferibili alla donazione di Luigi Servolini al Comune di Collesalvetti, registrata tra il 1962 e il 1965: vi figurano opere quali Folla di Giorgio Bianchi e Mirando interminati spazi (1963) di Lucio Parigi, esemplificative di quell’intensa stagione promozionale che negli anni Sessanta assistette al proliferare del fenomeno dei Premi cittadini di Arte Contemporanea, quali il Premio Castiglioncello, la cui edizione del 1966, presieduta da una Giuria composta da Gastone Breddo, Cristoforo Mercati (Krimer) e Armando Nocentini, vide protagonista Luigi Servolini, sia in qualità di membro del Comitato di Presidenza insieme con Piero Caprile, sia in qualità di membro del Comitato Promotore oltre che con lo stesso Caprile anche con Giovanni March, Riccardo Marchi, Renato Natali, Mario Petri.

Il costituendo Gabinetto Disegni e Stampe della Pinacoteca, sezione oggi allestita in due capitoli nel Corridoio della Grafica e finalmente aperta al pubblico in attesa della prossima inaugurazione del più recente corpus di donazioni, corrisponde a uno storico e accertato progetto di Luigi Servolini, descritto in una paradigmatica lettera (Archivio Storico Comune di Viareggio) indirizzata all’amico Krimer (Cristoforo Mercati) il 24 luglio 1965, dove lo xilografo livornese ammette le ragioni più profonde del suo progetto di costituire una Pinacoteca in onore del padre, Carlo Servolini: “A costituire il fondo della Pinacoteca ho pensato che miglior tributo di riverenza non ci potesse essere che l’omaggio degli Artisti che condivisero con Lui l’ideale di bellezza e di creazione: di coloro che lo conobbero ed immancabilmente gli furono amici e di quelli che Egli stimò ed ammirò. Rivolgo cordiale appello, pertanto, a quaranta Artisti che io stesso ho prescelto nella spirituale cerchia elettiva, affinchè ognuno doni alla costituenda Pinacoteca di Collesalvetti un’opera di pittura o di scultura, mentre in un secondo momento (che potrà essere immediatamente successivo) provvederò direttamente ad affiancarla con uno sceltissimo Gabinetto Disegni e Stampe (…)”.
Il primo capitolo, dal titolo Carlo Servolini incisore: il primitivismo verso il grottesco, raduna il corpus grafico di Carlo Servolini, complessivamente otto incisioni, tra cui le acqueforti Cieco con cane (1935 ca.), La gola (1937), Via Crucis: Verso il Calvario (1938), L’Avarizia (1937), Pescatori livornesi o Risicatori livornesi (1940), L’Arca di Noè (1942), e due litografie, Notturno (1931), e Cacciatori di frodo o Bracconieri (1937), confermano la capacità dell’acquafortista livornese di tessere allegorie sacre e composizioni profane variamente affidate a grafismi caricaturali e sintesi primitivistiche.
Al corpus servoliniano si sommano alcuni episodi grafici radunati nel capitolo dal titolo La Grafica d’Arte al tempo dell’Associazione degli IDIT (Incisori d’Italia), ritagliato sulla militanza di Luigi Servolini in qualità di Segretario Generale dell’associazione nazionale presieduta in origine da Carlo Carrà e quindi da Domenico Purificato.
Si tratta de La cucina di Corrado Carmassi (1970), personalità, come si è visto, tra le più significative della temperie culturale e artistica attestata nelle collezioni della Pinacoteca colligiana, per la sua capacità di coniugare con consistente originalità i complessi movimenti espressivi del secondo dopoguerra, dal postcubismo all’astrattismo; 2 agosto 1986 di Mario Petri, artista capace di assestare fin dagli anni Cinquanta le coordinate di una moderna figurazione, per quanto compatibile con certi capisaldi della migliore tradizione figurativa toscana, tanto da essere definito da Luigi Servolini “Il più antilivornese dei suoi conterranei”; Paolo e Francesca di Riccardo Rampone, piemontese di origine, ma radicatosi nella Livorno degli anni Cinquanta, allievo di Carlo Guarnieri e insignito di diversi premi con riferimento alla sua attività incisoria.

La sede permanente della Pinacoteca Servolini ospita la sezione intitolata a Il Novecento Toscano, dedicata ad alcuni protagonisti della stagione artistica toscana successiva alla rivoluzione macchiaiola, articolata in tre capitoli, esemplificativi della temperie culturale omogenea alla formazione di Carlo Servolini che, prima nell’ambito della Scuola di Micheli, e quindi tra Caffè Bardi e Gruppo Labronico, esercita il suo ruolo di intellettuale e testimone dei fermenti stilistici variamente elaborati dalla compagine livornese più emancipata.
Il primo capitolo, dal titolo Carla Celesia di Vegliasco: donna e artista tra Milano e Collesalvetti, si sostanzia dell’opera Nudo femminile in un interno (1909-1910), l’unico dipinto conservato in Pinacoteca della pittrice Carla Celesia di Vegliasco (Firenze, 9 ottobre 1868 – Collesalvetti, 1939), straordinaria personalità di donna artista, trasferitasi giovanissima a Milano dove esegue la sua formazione sotto la guida di Filippo Carcano, attiva quindi tra Milano e Collesalvetti, dove risiede in una villa da lei decorata con riproduzioni degli affreschi del Camposanto di Pisa, fino a superare gli stilemi macchiaioli alla luce di una tormentata vocazione simbolista e di una cultura figurativa proiettata verso l’orizzonte monacense, testimoniata dalla sua Eva nuovissima accolta all’Esposizione Internazionale di Monaco del 1909.
Tale capitolo si impone come fondamentale nell’ambito della Pinacoteca colligiana in quanto appare come un trait d’union con il Monumento ai Caduti antistante l’ingresso della sede museale, progettato dall’artista nel 1925 e commentato dalla stessa Celesia nel suo discorso inaugurale come “un libro sempre aperto perché ad ogni istante vi possiamo leggere la grande epopea italica”.
Il secondo capitolo, dal titolo La trasformazione del vero: i paesaggi simbolici di Anchise Picchi, raduna quattro paesaggi di Anchise Picchi, ovvero L’incendio degli sterpi (1959); Collesalvetti. Municipio di notte (1955-1960); Falciatori (1960); La fienaiola (1963), ascrivibili a quella rivisitazione della tecnica divisionista con cui l’artista intese trasfigurare la grammatica del vedutismo postmacchiaiolo con l’obiettivo di pervenire a una concezione pervasa di moderna spiritualità.
Infine il terzo capitolo, In Toscana dopo Fattori, raduna alcune testimonianze pittoriche relative alle tappe più significative del complesso ed esteso processo di emancipazione dalla macchia nella Toscana postfattoriana, a partire dall’opera Barche nel porto di Livorno di Guglielmo Micheli, artista-ponte tra il XIX e il XX secolo, oltre che in veste di leader della Scuola artistica a lui intitolata, soprattutto per il suo ruolo di mediatore tra la stagione macchiaiola e il fenomeno Modigliani; ad essa si affiancano idealmente due opere di Carlo Servolini, allievo spirituale di Micheli, I funari e Parco con villa, da ritenersi senz’altro riassuntive della capacità di reimpostare le problematiche luminose sulla scorta delle novità dell’impressionismo e del divisionismo, in parte assimilate durante l’alunnato presso il maestro.
Seguono alcuni protagonisti del Gruppo Labronico, quali Renato Natali (presente in Pinacoteca con l’opera Marinaio), con cui Carlo Servolini condivise l’inclinazione per la poetica notturnista negli anni della frequentazione del Caffè Bardi; Giovanni Lomi (presente in Pinacoteca con l’opera Tramonto a Tirrenia, 1964), artefice di una rilettura della macchia attraverso sintesi novecentesche progressivamente frantumate da scenografici effetti luminosi; Giovanni March (presente in Pinacoteca con Vaso con fiori, 1965), tra i più moderni interpreti in sede livornese di una personale rielaborazione degli stilemi postimpressionisti.
Si aggiungono a tale galleria labronica alcune voci più trasversali della stagione postmacchiaiola in Toscana, quali Eugenio Carraresi (presente in Pinacoteca con Autoritratto, 1935; etichetta e timbro Municipio di Livorno, “Mostra Retrospettiva del pittore Eugenio Carraresi”, Casa della Cultura 1983), formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e quindi attento ai suggerimenti di Angiolo Tommasi, frequentatore dello storico sodalizio “Club La Bohème”, approdato in seguito a una sensibilità plastica di pronunciato rigore sintetico; Oreste Zuccoli (presente in Pinacoteca con Fiori, 1964), artista di origine fiorentina a Firenze, ripetutamente attestato sul palcoscenico delle Sindacali, delle Biennali di Venezia e delle Quadriennali romane; Giovanni Malesci (presente in Pinacoteca con Spiaggia viareggina, 1962), la cui carriera fu indelebilmente segnata dalla frequentazione di Giovanni Fattori, di cui dal 1903 al 1908 frequentò lo studio e che, dopo la scomparsa della moglie Fanny Marinelli, assistette fino alla morte, tanto da essere nominato suo erede universale. Trasferitosi dapprima a Milano, quindi a Genova e a Roma, Malesci proseguirà nel corso della sua carriera un indefettibile apostolato fattoriano, fino a divenirne il massimo testimonial.

In occasione di Notte Clara 2019 Il Museo Rinnovato ospiterà all’interno del suo percorso la mostra Donazioni 2014-2019, promossa dal Comune di Collesalvetti, ideata e curata da Francesca Cagianelli.

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Il MEGLIO DEL PREMIO MODIGLIANI: ALTRO CHE REVIVAL, ECCO LA STORIA!

Si inaugura sabato 15 giugno 2019, ore 17.30 la mostra Giancarlo Cocchia. La contesa fra il mistico e il tragico, promossa dal “Circolo Culturale d’Arte Antonio Amato” (via Michon, 22 – Livorno), in collaborazione con “Archivi e Eventi. Associazione Culturale per la Documentazione e Promozione dell’Ottocento e del Novecento Livornese”, con la partecipazione di Mario Bardi, a cura di Francesca Cagianelli (fino al 29 giugno 2019, catalogo in Galleria).
Alle 18.00 è prevista una visita guidata a cura di Francesca Cagianelli, storica dell’arte, Presidente di Archivi e Eventi.
A impreziosire il percorso espositivo calibrato su un inedito nucleo di opere pittoriche e grafiche ascrivibili agli anni Settanta, ma al contempo concepito in autonomia da esso e con l’ambizione di costituire un capitolo bibliografico di assoluta rilevanza in termini di valorizzazione e storicizzazione della personalità di Giancarlo Cocchia (Livorno, 1924-1987), il catalogo, curato da Francesca Cagianelli, punta a ricollocare l’artista, finora quasi unicamente inquadrato dalla bibliografia critica corrente in relazione alle sue prestazioni sul terreno del sacro, nel capitolo articolato quanto dialettico della Livorno del dopoguerra.
Sulla scena cittadina, dominata dalla militanza istituzionale della Casa della Cultura, dal fenomeno di caratura internazionale del Centro “Il Grattacielo”, dalla dinamicissima Galleria Giraldi, ma soprattutto da una frenetica vis associazionistica all’origine di una fioritura irrefrenabile di aggregazioni artistiche, Cocchia sembra in un primo momento lasciarsi coinvolgere con l’aspettativa di una strategica coesione con alcuni esponenti delle avanguardie cittadine del secondo dopoguerra, sul fronte di una ecumenica libertà espressiva, per poi ritagliarsi un percorso di più esasperato intimismo nei termini monotematici di una irriducibile quanto surreale dinastia del sacro.
Si tratta di un processo destinato ad accompagnare nella produzione cocchiana un progressivo distacco dalla pervasiva matrice rouaultiana verso una personalissima iconografia teologica, sempre più ammiccante a un primitivismo saturo di implicazioni fiabesche.
Si susseguono dunque in catalogo testimonianze documentarie e bibliografiche prevalentemente inedite, frutto di quella pluriennale ricognizione della stampa locale e degli archivi d’artista messa a punto dalla curatrice nel corso dei pluriennali progetti promozionali e scientifici promossi da “Archivi e Eventi”, volti alla restituzione di un panorama vasto, quanto ancora sommerso, di protagonisti degli anni Cinquanta a Livorno, tra cui Mario Ferretti, Roberto Ercolini, Renzo Izzi, Umberto Benedetti, Angelo Sirio Pellegrini, Pierino Fornaciari, e, quindi, Giancarlo Cocchia.
Ne emerge un serrato dibattito, ancora ben lontano dalle significative pagine di una storia nazionale, intorno alla complessa stratigrafia stilistica connotante l’articolata compagine degli esponenti della cosiddetta “modernità” artistica cittadina, all’interno del quale sono state censite le voci più autorevoli dell’intellighenzia critica livornese e più genericamente toscana tra gli anni Cinquanta e Settanta, in particolare quelle di Maria Luisa Bavastro, Luciano Castelli, Dario Durbé, Guido Favati, Silvano Filippelli, Giorgio Fontanelli, Walter Martigli, Franco Russoli, Luigi Servolini, Enrico Sirello, Milziade Torelli.
Già curatrice, in qualità di Conservatrice della Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, della mostra Giancarlo Cocchia 1924-1987. Un mistico verso le avanguardie negli anni del Premio Modigliani e del Grattacielo, promossa dal Comune di Collesalvetti nel 2014 (Collesalvetti, 2 settembre – 3 novembre 2014), Francesca Cagianelli concentra ora la sua indagine sulle diverse stagioni stilistiche di Cocchia, dall’adesione nel 1945 al Gruppo Artistico Moderno (GAM), alla partecipazione alla I Mostra Nazionale d’Arte Sacra Moderna del 1953-1954; dalla militanza nella compagine della “Bottegaccia” tra 1954 e 1957, al coinvolgimento nelle distinte tappe del Premio Modigliani, a partire dal 1955 all’interno del Comitato Esecutivo per le Onoranze, per finire con l’adesione in veste di espositore alla III, V e VIII edizione; e, ancora, dalla convergenza nel 1958 con gli affiliati del Centro Livornese Arte e Cultura Moderna (CLACM) fino alla fondazione del Gruppo “Arte Libera” nel 1961.
Tra i numerosi testimonials chiamati in causa domina Giorgio Fontanelli che nel febbraio 1962 si pronuncerà in merito alla dilagante filiazione dei diversi raggruppamenti artistici nella Livorno del secondo dopoguerra, proprio con riferimento alla formazione di “Arte Libera”: “In ossequio al suo nome, ARTE LIBERA ospita pittori di formazione e di tendenza dissimile, sì che sarebbe arduo cercare fra loro una piattaforma comune, anche per quella tendenza spesso orgogliosa del livornese di fare comunque la sua corsa da isolato. D’altra parte, da Chevrier a Berti a Cocchia a Marchegiani a Secchi, sono tutti troppo noti perché si debba qui a parlarne singolarmente”. Non esita dunque Fontanelli a riconoscere la validità strategica di alcuni asserti pronunciati dagli associati di “Arte Libera”, a partire da “quella loro dichiarata volontà di dialogo, di incontro, di ricerca”, fino al rifiuto di ogni dottrinarismo estetico.
Emblematica dunque risulta la militanza cocchiana tra le fila di “Arte Libera”, cui la curatrice intitola il suo saggio: Giancarlo Cocchia. Dal Gruppo Artistico Moderno allo schieramento “Arte Libera”: l’impegno per una Umanità Nuova, con l’obiettivo di ridisegnare in un chiaroscuro assolutamente dinamico quella coerenza linguistica dell’artista che a Milziade Torelli sembrò giusto riassumere nell’efficace formula della “contesa fra il mistico e il tragico”.

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Pensiero stupendo

di Francesca Cagianelli

Alla vigilia di una tornata elettorale, inevitabilmente “dinamica”, nell’ambito della quale si fronteggiano inquietanti ritorni e amministratori uscenti variamenti responsabili di un trend cittadino non certo auspicabile per un bis, non posso che riportare sulla scena di tante vacue ribalte elettorali le urgenze di una ripartenza culturale che si mondi di slogan demagogici e di allettamenti da avanspettacolo per riaffrontare la sfida dei grandi eventi.
Chiediamo quindi al nuovo Governo cittadino, non solo in quanto associazione culturale e realtà editoriale, ma anche in veste di protagonisti della cultura del nostro territorio, di invertire la rotta della programmazione museale e di reintegrarvi il polo espositivo di Villa Mimbelli e dei Granai, nati e valorizzati da sempre come sedi regionali, nazionali e internazionali, oggi invece responsabilmente declassati a magazzini comunali.

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QUEL MANTRA DEI 21.000

di Francesca Cagianelli

Nell’abbecedario di retoriche ingenuità squadernato ormai da mesi tra le righe dei comunicati del Museo della Città ecco ora il mantra dei 21.000 visitatori.
In qualità di curatrice ventennale di mostre locali, regionali e nazionali, quindi con estrema cognizione di cifre, non posso che svelare a un ipotetico, sbalordito, lettore le verità nascoste di tale mantra.
Se mi piace citare, a solo titolo statistico, il risultato straordinario delle ultime mostre da me curate per Fondazione Cariparo nei locali espositivi di Palazzo Roverella, sede peraltro delle raccolte museali del Comune di Rovigo, che in soli tre mesi attraevano dai 35.00 ai 40.000 visitatori paganti, resta necessario comprendere che i 21.000 visitatori in 12 mesi, realizzati dal Museo della Città, molti dei quali non paganti – seppure riferibili a una location di diversa, ma non poi tanto, natura – non appaiono alla resa dei conti un risultato così eclatante come lascerebbero intendere gli spot diffusi dal Comune di Livorno.
E’ pur vero che gli appuntamenti espositivi risultano più attrattivi rispetto alla quotidianità museale, ma è pur vero che i musei dell’oggi dovrebbero dotarsi sempre più vigorosamente di eventi temporanei che contribuiscano a farne lievitare il flusso: ed evidentemente il Museo della Città non è in grado di tenere il ritmo di una proficua programmazione espositiva.
A tale proposito ricordo che tutte le più autorevoli testate nazionali, da “Il Giornale dell’Arte” al “Corriere della Sera”, evidenziarono in più occasioni il legame tra le esposizioni temporanee da me curate e la sede museale di Palazzo Roverella, dove si scelse con ottica lungimirante di inaugurare una stagione espositiva, costruita a regola d’arte e di elevatissimo registro, nei locali museali della prestigiosa Pinacoteca dei Concordi.
Se non bastasse dunque, per ridimensionare l’enfasi scarsamente giustificata di tanto clamore, basterebbe pensare che in tale conteggio sono annoverati gli intervenuti, gratuitamente, alla serata inaugurale di un anno fa (pare, dalle cronache giornalistiche, assai numerosi), oltre che gli avventori delle fatidiche domeniche gratuite (pare, anche in questo caso, oltre che numerose, anche assai frequentate), così come i fruitori delle diverse inaugurazioni di mostre, talk e inciampi vari – stavolta meno numerosi – tutti ovviamente intervenuti a titolo gratuito.
A un così drastico ridimensionamento dei visitatori paganti e quindi del vero indice del funzionamento del neonato museo, occorre aggiungere l’ulteriore riflessione sulla reale composizione dei restanti visitatori, forse almeno la metà, o forse qualche percentuale in meno, dei quali identificabili nel pubblico scolastico.
Sarebbe peraltro auspicabile una valutazione più oggettiva dei flussi museali alla luce degli indicatori validi per una riflessione più responsabile sulle strategie future: si parla di indicatori per fasce anagrafiche, per provenienze geografiche, per categorie di eventi, per fasce periodiche, ecc..
Ritengo dunque che il risultato dei 21.000 visitatori debba essere non certo urlato, ma pronunciato con sommessa umiltà, con il proposito cioè di migliorare e forse invertire la programmazione museale finora perseguita nel segno esclusivo delle installazioni e dei talk, articolando e diversificando l’offerta culturale in modo che il Museo cittadino possa finalmente ambire a un pubblico, non dico nazionale, ma almeno regionale.
Un’ultima domanda potrebbe forse contribuire a sfatare ulteriormente tanta enfasi declamatoria: quella cioè relativa ai costi sostenuti dal Comune di Livorno per raggiungere questo risultato.
Ecco che la verità di un bilancio sociale, sempre auspicabile in sede di valutazione concreta delle diverse iniziative culturali, forse potrebbe delucidare circa l’effettivo funzionamento del Museo della Città.

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